Comma 29

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Con i due post precedenti ho voluto esemplificare al massimo quanto potrebbe succedere se passasse il ddl sulle intercettazioni che comprende l’emendamento  ”ammazza blog”. Potrebbe succedere che se una delle due persone che ho proposto nella foto mi chiedessero la rettifica e io non fossi in grado di eseguirla o mi rifiutassi nel tempo di 48 ore sarei sanzionato con ammenda fino a 12500 €… Bella trovata, vero

Premessa: ieri sera a PORTA A PORTA si è parlato del comma 29, il cosiddetto ammazza-blog, ma gli spettatori di certo non avranno capito di cosa si tratta. E siccome per Gasparri e dintorni Internet è uno strumento micidiale, è evidente che i nostri politici e la nostra classe dirigente 1) non sanno niente della rete e pure legiferano su di essa 2) non hanno idea del mondo che c’è qui dentro 3) hanno bisogno di un corso full immersion del comma ammazza-blog che stanno per legiferare. Bene il corso glielo offriamo noi, gratuitamente, perché caro Gasparri sì, Internet è uno strumento micidiale di libertà, di creatività, di condivisione di sapere e di conoscenza. Mondi inesplorati, capisco perfettamente (Arianna).

Probabilmente oggi stesso ricomincerà il dibattito parlamentare sul disegno di legge in materia di riforma delle intercettazioni, disegno di legge che introdurrebbe, una volta approvato, numerose modifiche al nostro ordinamento lungo tre direttrici: limitazioni alla utilizzabilità dello strumento delle intercettazioni da parte dei magistrati; divieto di pubblicazione di atti di indagine per i giornalisti, anche se si tratta di atti non più coperti da segreto; estensione di parte della normativa sulla stampa all’intera rete.
Cerchiamo di chiarire sinteticamente i dubbi espressi in materia.

Il disegno di legge di riforma delle intercettazioni ha un impatto significativo sulla rete?
Il ddl di riforma della normativa sulle intercettazioni influisce sulla rete in due modi, innanzitutto perché le limitazioni introdotte dal ddl in merito alla pubblicabilità degli atti di indagine riguarda, ovviamente, anche la rete, relativamente al giornalismo professionale, ma soprattutto perché in esso è presente il comma 29 che è scritto specificamente per la rete. Cosa prevede il comma 29? Il comma 29 estende parte della legislazione in materia di stampa, prevista dalla legge n. 47 del 1948, alla rete, in particolare l’art. 8 che prevede la cosiddetta “rettifica”.

Cosa è la rettifica?
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere dei media unidirezionali e di bilanciare le posizioni in gioco. Nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, un semplice cittadino potrebbe avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie, e comunque ne trascorrerebbe molto tempo con ovvi danni alla sua reputazione. Per questo motivo è stata introdotta la rettifica che obbliga i direttori o i responsabili dei giornali o telegiornali a pubblicare gratuitamente le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti che si ritengono lesi.

Il comma 29 estende la rettifica a tutta la rete?
La norma in questione estende la rettifica a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. La frase “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica” è stata introdotta in un secondo momento proprio a chiarire, a seguito di dubbi sorti tra gli esperti del ramo che propendevano per una interpretazione restrittiva della norma (quindi applicabile solo ai giornali online), che la norma deve essere invece applicata a tutti i siti online. Ovviamente sorge comunque la necessità di chiarire cosa si intenda per “siti informatici”, per cui, ad esempio, potrebbero rimanere escluse la pagine dei social network, oppure i commenti alle notizie. Al momento non è dato sapere se tale norma si applicherà a tutta la rete, in ogni caso è plausibile ritenere che tale obbligo riguarderà gran parte della rete.

Entro quanto tempo deve essere pubblicata la rettifica inviata ad un sito informatico?
Il comma 29 estende la normativa prevista per la stampa, per cui il termine per la pubblicazione della rettifica è di due giorni dall’inoltro della medesima, e non dalla ricezione. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

E’ possibile aggiungere ulteriori elementi alla notizia, dopo la rettifica?
Il ddl prevede che la rettifica debba essere pubblicata “senza commento”, la qual cosa fa propendere per l’impossibilità di aggiungere ulteriori informazioni alla notizia, in quanto potrebbero essere intese come un commento alla rettifica stessa. Ciò vuol dire che non dovrebbe essere nemmeno possibile inserire altri elementi a corroborare la veridicità della notizia stessa.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto?
La rettifica prevista per i siti informatici è sostanzialmente quella della legge sulla stampa, la quale chiarisce che le informazioni da rettificare non sono solo quelle contrarie a verità, bensì tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni “da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”, laddove essi sono i soggetti citati nella notizia. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia. Non si tratta affatto, in conclusione, di una valutazione sulla verità, per come è congegnata la rettifica in sostanza si contrappone la “verità” della notizia ad una nuova “verità” del rettificante, con ovvio scadimento di entrambe le “verità” a mera opinione (Cassazione n. 10690 del 24 aprile 2008: “l’esercizio del diritto di rettifica… è riservato, sia per l’an che per il quomodo, alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto o dell’immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica; mentre il direttore del giornale (o altro responsabile) è tenuto, nei tempi e con le modalità fissate dalla suindicata disposizione, all’integrale pubblicazione dello scritto di rettifica, purché contenuto nelle dimensioni di trenta righe, essendogli inibito qualsiasi sindacato sostanziale, salvo quello diretto a verificare che la rettifica non abbia contenuto tale da poter dare luogo ad azione penale”).

Come deve essere inviata la richiesta di rettifica?
La normativa non precisa le modalità di invio della rettifica, per cui si deve ritenere utilizzabile qualunque mezzo, fermo restando che dopo dovrebbe essere possibile provare quanto meno l’invio della richiesta. Per cui anche una semplice mail (non posta certificata) dovrebbe andare bene.

Cosa accade se non rettifico nei due giorni dalla richiesta?
Se non si pubblica la rettifica nei due giorni dalla richiesta scatta una sanzione fino a 12.500 euro.

Che succede se vado in vacanza, mi allontano per il week end, o comunque per qualche motivo non sono in grado di accedere al computer e non pubblico la rettifica nei due giorni indicati?
Queste ipotesi non sono previste come esimenti, per cui la mancata pubblicazione della rettifica nei due giorni dall’inoltro fa scattare comunque la sanzione pecuniaria. Eventualmente sarà possibile in seguito adire l’autorità giudiziaria per cercare di provare l’impossibilità sopravvenuta alla pubblicazione della rettifica. È evidente, però, che non si può chiedere l’annullamento della sanzione perché si era in “vacanza”, occorre comunque la prova di un accadimento non imputabile al blogger.

La rettifica prevista dal comma 29 è la stessa prevista dalla legge sulla privacy?
No, si tratta di due cose ben diverse anche se in teoria ci sarebbe la possibilità di una sovrapposizione parziale. La legge sulla privacy consente al cittadino di chiedere ed ottenere la correzione di dati personali, mentre la rettifica ai sensi del comma 29 riguarda principalmente notizie.

Con il comma 29 si equipara la rete alla stampa?
Con il suddetto comma non vi è alcuna equiparazione di rete e stampa, anche perché tale equiparabilità è stata più volte negata dalla Cassazione. Il comma 29 non fa altro che estendere un solo istituto previsto per la stampa, quello della rettifica, a tutti i siti informatici.

Con il comma 29 anche i blog non saranno più sequestrabili, come avviene per la stampa?
Assolutamente no, come già detto con il comma 29 non si ha alcuna equiparazione della rete alla stampa, si estende l’obbligo burocratico della rettifica ma non le prerogative della stampa, come l’insequestrabilità. Questo è uno dei punti fondamentali che dovrebbe far ritenere pericoloso il suddetto comma, in quanto per la stampa si è voluto controbilanciarne le prerogative, come l’insequestrabilità, proprio con obblighi tipo la rettifica. Per i blog non ci sarebbe nessuna prerogativa da bilanciare.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Se ritengo che la rettifica non sia dovuta, posso non pubblicarla?
Ovviamente è possibile non pubblicarla, ma ciò comporterà certamente l’applicazione della sanzione pecuniaria. Come chiarito sopra la rettifica non si basa sulla veridicità di una notizia, ma esclusivamente su una valutazione soggettiva della sua lesività. Per cui anche se il blogger ritenesse che la notizia è vera, sarebbe consigliabile pubblicare comunque la rettifica, anche se la stessa rettifica è palesemente falsa.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica, il titolare del dominio, il gestore del blog?
Questa è un’altra problematica che non ha una risposta certa. La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi è il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Anche qui non è possibile dare una risposta certa al momento. In linea di massima un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento non dovrebbe essere soggetto a rettifica. 

Pensavo di creare un widget che consente agli utenti di pubblicare direttamente la loro rettifica senza dovermi inviare richieste. In questo modo sono al riparo da eventuali multe?
Assolutamente no, la norma prevede la possibilità che il soggetto citato invii la richiesta di rettifica e non lo obbliga affatto ad adoperare widget o similari. Quindi anche l’attuazione di oggetti di questo tipo non esime dall’obbligo di pubblicare rettifiche pervenute secondo differenti modalità (ad esempio per mail).

Pensavo di aprire un blog su un server estero, in questo modo non sarei più soggetto alla rettifica?

Per non essere assoggettati all’obbligo della rettifica è necessario non solo avere un sito hostato su server estero, ma anche risiedere all’estero, come previsto dalla normativa europea. E, comunque, anche la pubblicazione di notizie su un sito estero potrebbe dare adito a problemi se le notizie provengono da un computer presente in Italia.

E’ vero che in rete è possibile pubblicare tutto quello che si vuole senza timore di conseguenze? E’ per questo che occorre la rettifica?
Questo è un errore comune, ritenere che non vi sia alcuna conseguenza a seguito di pubblicazione di informazioni o notizie online, errore dovuto alla enorme quantità di informazioni immesse in rete, ovviamente difficili da controllare in toto. Si deve inoltre tenere presente che comunque l’indagine penale od amministrativa necessita di tempo, e spesso le conseguenze penali od amministrative a seguito di pubblicazioni online, si hanno a distanza di settimane o mesi. In realtà alla rete si applicano le stesse medesime norme che si applicano alla vita reale, anzi in alcuni casi la pubblicazione online determina l’aggravamento della pena. Quindi un contenuto in rete può costituire diffamazione, violazione di norme sulla privacy o sul diritto d’autore, e così via… Il discorso che spesso si fa è, invece, relativo al rischio che un contenuto diffamante possa rimanere online per parecchio tempo. In realtà nelle ipotesi di diffamazione o che comunque siano lesive per una persona, è sempre possibile ottenere un sequestro sia in sede penale che civile del contenuto online, laddove l’oscuramento avviene spesso nel termine di 48 ore.

Ho letto di un emendamento presentato da alcuni politici che dovrebbe risolvere il problema della rettifica. È un buon emendamento?
Già lo scorso anno fu presentato un emendamento da alcuni parlamentari, che sostanzialmente dovrebbe essere riproposto quest’anno, con qualche modifica. In realtà l’emendamento Cassinelli, dal nome dell’estensore, non migliora di molto la norma: allunga i termini della rettifica a 10 giorni, stabilisce che i commenti non sono soggetti a rettifica, e riduce la sanzione in caso di non pubblicazione. L’allungamento dei termini non è una grande conquista, in quanto l’errore di fondo del comma 29 è l’equiparazione tra rete e stampa, cioè tra attività giornalistica professionale e non professionale, compreso la mera manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, esplicata dai cittadini tramite blog. Per i commenti la modifica è addirittura inutile in quanto una lettura interpretativa dovrebbe portare al medesimo risultato, anzi forse sotto questo profilo l’emendamento è peggiorativo perché invece di “siti informatici” parla di “contenuti online” con una evidente estensione degli stessi (pensiamo alle discussioni nei forum). Tale emendamento viene giustificato con l’esempio del blogger che scrive: “Tizio è un ladro”, ipotesi nella quale, si dice, Tizio ha il diritto di vedere rettificata la notizia falsa. Immaginiamo invece che Tizio effettivamente sia un ladro, la rettifica gli consentirebbe di correggere una notizia vera con una falsa. Se davvero Tizio non è un ladro, invece, non ha alcun bisogno di rettificare, può denunciare direttamente per diffamazione il blogger ed ottenere l’oscuramento del sito in poco tempo.

Ma in sostanza, quale è lo scopo di questa norma?
Una risposta a tale domanda è molto difficile, però si potrebbe azzardarla sulla base della collocazione della norma medesima. Essendo inserita nel ddl intercettazioni, potrebbe forse ritenersi una sorta di norma di chiusura della riforma, riforma con la quale da un lato si limitano le indagini della magistratura, dall’altro la pubblicazione degli atti da parte dei giornalisti. Poi, però, rimarrebbe il problema se un giornalista decide di aprire un blog in rete e pubblicare quelle intercettazioni che sul suo giornale non potrebbe più pubblicare. Ecco che il comma 29 evita questo possibile rischio.

Toupet: Obbligo di rettifica.

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Il Sig. raffigurato a dx nella fotografia non ha mai detto ad Angelo che il Toupet non gli sta bene, non gli ha mai consigliato un tricologo e non ha mai asserito che porti un toupet da comunista.

Toupet

Toupet

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Credimi Angelo,

fidati di uno che se ne intende…quel toupet non ti sta bene,  se vuoi ti consiglio Io un ottimo tricologo

Scusa la confidenza, ma davvero hai un toupet da comunista!

Toupet

Appello agli under 35

La taverna dei malfattori 274 Commenti »

Fresca serata ieri alla taverna dei cattivi pedagoghi, dove il solito consumatore di distillati lanciava un accorato appello alle giovani generazioni.

Giovani! Non date retta a ciò che dicono e ripetono tutti. Berlusconi e la sua corte non sono parte del problema, ma parte della soluzione. Anzi, sono la soluzione. Già dissi che quest’uomo con la sua politica, il suo comportamento, la sua ‘cultura’ avrebbe spianato la strada alla riscossa del proletariato, se solo lo si fosse lasciato fare. Infatti per lunghi anni lo hanno lasciato fare, e siamo arrivati a questo punto. Siamo arrivati al punto che l’Italia, quindi per contagio la zona euro, quindi per contagio l’intero sistema capitalistico mondiale sono sull’orlo della catastrofe definitiva. Manca davvero poco, e tutto dipende da quest’uomo qui, dalla sua capacitò di resistenza. Forza Silvio, resisti fino all’ultimo: muoia Berlusconi con tutti i filistei. Questo dal punto di vista economico-finanziario.
Ma quest’uomo va ringraziato anche per ciò che ha fatto dal punto di vista culturale, antropologico. Siamo arrivati al punto che ora tutti possiamo conoscere il reale pensiero dei padroni. Ciò che pensano Marchionne, De Benedetti, Confalonieri, Passera, anche se non avranno mai il coraggio e la stupidità di dirlo in pubblico, l’ha detto la escort De Nicolò. Ovvero che è giusto che il più forte emerga, fosse anche vendendo la madre. Che l’impenditore onesto non può avere successo. Queste non sono solo le convinzioni di una giovane stupida e superficiale: questo è il pensiero unico degli arrivati e degli arrivisti. Insieme al talento, alla fortuna, alla determinazione, è necessaria quella mentalità lì per avere successo in questa società reificata. Ora è chiaro chi abbiamo davanti, cosa pensa il nemico. Noi sappiamo che De Nicolò dice cazzate. Magari è così intelligente che le dice apposta, per tacitare la coscienza degli imbecilli di destra, che vedono così sdoganati i loro osceni princìpi, e degli imbecilli di sinistra, ai quali basta così poco per sentirsi moralmente superiori.
Noi sappiamo, ma prima di sapere ‘sentiamo’, che non è affatto disprezzabile starsene a casa con 2.000€ (magari!) piuttosto che condurre un’esistenza insulsa e disperata nel mondo di un Tarantini a 20.000€, dove si esclude a priori l’autenticità dei rapporti umani e si dà per scontata la loro mercificazione. Dove è necessario ricorrere a psicofarmaci, cocaina e altri additivi per sopportare una vita priva di un bacio e un abbraccio sincero.
In questo contesto da ultimi giorni di Pompei, risultano tristemente patetiche certe iniziative da parte di brandelli in putrescenza del sistema, per es. le banche. Non potendo utilizzare come leva di marketing la dialettica diretta di una De Nicolò, una banca ha pensato bene di attirare subdolamente i giovani clienti under 35, coinvolgendo mestamente anche il proprio personale sotto quell’età, travestendo delle filiali in accattivanti (secondo loro) paesi dei balocchi, dove l’ambiente è glamour, c’è il giusto sound, atto a stimolare positivo mood. Insomma, la classica merda infiocchettata in carta colorata. Sono gli ultimi spasmi, come la coda tagliata della lucertola, di un sistema che merita di finire come sta finendo. Ultimi goffi tentativi di aggrapparsi alla fuffa del marketing prima di affogare.
Giovani, è la letteratura che ci salva. Sappiamo da Collodi cosa nascondono in realtà i paesi dei balocchi, cosa in realtà vogliono da noi coloro che li allestiscono, come ci vogliono ridurre. E se Collodi vi sembra troppo ageè, forse potrete apprezzare un Brizzi, quando faceva dire al suo Frusciante che, se non vuoi votarti al romitaggio, devi diventare “intelligentissimo e sempre critico”, non per emergere e spadroneggiare, ma per difenderti. Per saltare fuori dal cerchio.

Have a nice horse

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Il problema non è che ci fosse stato un tizio, il vero problema è che molti davano credito a quel tizio, fino al punto di dargli procura generale sulla propria vita.

Ragionare è difficile, ci vuole tempo, predisposizione, spesso è veramente noioso.

Meglio dedicarsi ad altro. Che cazzo ce ne frega a noi se sul nostro aereo ci volano mignotte a iosa per andare a casa sua e non per venire a casa nostra?!

A noi bastano i culi virtuali che ci passano le sue TV.

Vero Marco?

Marco chi?

Quello lì, uno a caso, uno dei tanti che non gli piaceva il tizio, ma neanche quelli che lo avrebbero inchiodato al palo da parecchio tempo: comunisti!

Meglio il meno peggio o peggio il meno meglio, per non sbagliare, senza prendere in considerazione mai che il peggio non è quantificabile e che l’eccellenza non è paragonabile.

Ricordate Gheddafi, o meglio, avete presente Gheddafi, visto che per il passato è troppo presto?

Diciamo che il tizio, per chi non gli ha dato procura con un  meccanismo definito voto e spacciato per democrazia, risultava la stessa cosa: un malato, un folle.

Uno che credeva (qui il passato è d’obbligo) di sconfiggere la calvizie tatuandosi il cuoio capelluto, di essere alto montando sullo sgabello, di essere divertente pagando la claque, di essere affascinante senza guardarsi allo specchio, ignorando cocciutamente e perversamente che la figa sta al denaro come una calamita sta ad un pezzo di ferro…specie quella delle troie!

Vero Emma?

Emma chi?

Quella là, una a caso, una che il mercato, ma non le persone, le imprese, ma non le persone, i soldi, ma non il pane, la ricchezza, ma solo per pochi e la merda per tutti, salvo i pochi citati prima.

Ma è del tizio che volevo parlare, perché è parlando di lui che si possono giudicare quelli che lo hanno sostenuto, difeso, osannato, gli stessi che fra poche ore penderanno dalle labbra del cavallo che il tizio stesso ha designato come suo successore. Chissà perché, strano, nel programma di governo c’era pure assicurata una vita media di 120 anni per tutti, oltre ai campi da golf a Lampedusa e i centri benessere in Palestina e un cazzo in culo a tutti i complici,  salvo quelli che con lui si sono spartiti il bottino.

Com’è che si diceva?

Lasciateli governare, lasciateci depredate.

Have a nice horse.

PAPA BENEDETTO SEDICESIMO

La crescita o dell’anticristo

La taverna dei malfattori 40 Commenti »

Accaldata serata anche ieri alla taverna dei cattivi falliti, dove il noto santo bevitore teneva la sua ennesima concione brandendo il suo fernet ghiacciato.

Tutti che si danno un gran daffare per trovare soluzioni a questa crisi, per scongiurare insolvenze, fallimenti, default. Per appianare il debito e innescare la ripresa della crescita. Tenete presente quante volte questa parolina magica ‘crescita’, ricorre nei bei discorsi di tutti. E quando dico tutti intendo proprio tutti: padroni, sindacalisti, giornalisti, politici fino ai più alti ruoli istituzionali. Il pensiero unico si riassume e si visualizza in questa tag cloud dove spicca il lemma ‘crescita’.
Non sanno, o fingono di non sapere, che la crescita è per l’economia ciò che la gnosi è per il cristianesimo; la crescita è l’anticristo.
La crescita è il bicchiere rovesciato che rinchiude la mosca che a sua volta sbatte a destra e sinistra credendo così di poterne uscire. Ogni economista votato al pensiero unico della crescita si dibatte dentro questo bicchiere fornendo ogni volta ricette inutili, anzi dannose. Si può abbattere il welfare, innalzare l’età pensionabile a 80 anni, imporre patrimoniali mostruose, ma finché non si infrange il vetro di questo dogma, della crescita purchessia, non si esce dal bicchiere.
Certo che si uscirà da questa crisi, ma bisogna vedere come. Se si uscirà dalla crisi come vogliono loro, il tanto meglio sarà tanto peggio. Se il loro scopo è tornare come prima, siamo daccapo. Finché non si sottopongono a critica i meccanismi di sovrapproduzione che hanno determinato il disastro, per rovesciarli, la mosca continuerà a sbattere il muso. Ecco la vera prospettiva utopistica: continuare la crescita. Sono loro gli utopisti.
In questo contesto si inserisce anche la filosofia del famigerato art. 8. Si istituzionalizza il ricatto già sperimentato a Pomigliano e Mirafiori: condizioni vessatorie ai lavoratori in cambio del prosieguo della produzione. Certo, si può sempre dire no, come la suora nella barzelletta di Sacconi. Se dici no sei fuori dalla fabbrica, da questo bel sistema votato al dumping sociale che prefigurano lor signori (benché questo sarebbe il risvolto più piacevole dell’intera vicenda …). Questa crisi non è la iattura che ci vogliono far credere; è la manna caduta dal cielo, se solo fossimo capaci di trasformare la minaccia in opportunità. Di prendere coscienza che il modello di crescita che si intende preservare e perseverare è quello che possiamo ammirare nella sua estrinsecazione più parossistica: il modello cinese. Zero diritti e produttività forsennata. Vorrebbero un sistema economico mondiale così. Tralasciando l’insostenibilità sociale e ambientale di un sistema siffatto, vorrei porre una domanda ai suoi utopisti sostenitori: verso chi esportiamo, verso marte?

LO SCIOPERO DELL’IMPERATORE E LA CRESCITA DELL’ECONOMIA

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altan sotto controlloC’è sciopero e sciopero: Wan Li è stato imperatore della Cina per quasi cinquanta anni e in questi mesi si può visitare  a Pechino una grande mostra su di lui e sulla sua epoca. Ma tale imperatore della dinastia Ming, che visse a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, non viene ricordato dai posteri per le sue conquiste militari o per quelle scientifiche.

Di lui si sottolinea  soprattutto che ha rappresentato forse l’unico caso al mondo di un uomo di grande potere che abbia scioperato e lo ha fatto per 30 anni, evitando, per un così lungo periodo di tempo, di svolgere qualsiasi atto di governo, dal ricevere gli ambasciatori all’emettere editti di qualsiasi genere.

L’origine di questa strana forma di “disobbedienza” derivò a suo tempo da un conflitto scoppiato tra lo stesso Wan Li e i suoi ministri e funzionari di alto grado e che riguardava la questione su quale dei figli dello stesso imperatore dovesse succedergli sul trono alla sua morte, il più anziano, come volevano i burocrati, o il figlio della sua moglie preferita, come invece voleva lui. La cosa più interessante da ricordare al riguardo è quella che il periodo di regno di Wan Li è ricordato come l’età d’oro del paese, quello di maggiore benessere e tranquillità di tutta la storia della Cina.

Chi scrive non è un fanatico neoliberista né un qualunquista, ma ricordando la storia di Wan Li vogliamo sottolineare  che in certi momenti, piuttosto che intervenire in modo maldestro sui fatti dell’economia, certi politici farebbero meglio a non fare niente, come l’imperatore cinese della dinastia Ming. Ci vengono a tale proposito ovviamente alla mente i casi dei nostri giorni.

I governi di tutti i paesi occidentali sono presi da qualche tempo da una frenesia comune, da una pulsione incontrollabile, quella di tagliare a tutti i costi la spesa pubblica, con particolare accanimento nei confronti di quella sociale. Il risultato ovvio è quello che il pil di tutti i paesi volge inesorabilmente al brutto. Ma c’è un’eccezione. Sapete quale è il paese  che cresce maggiormente in questo momento? Il Belgio. E sapete cosa accumuna tale paese alla Cina di Wan Li? E’ semplice, in Belgio da sedici mesi non c’è un governo.

Preferite l’acqua calda o leggere L’Avanti?

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http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_2009/contributi_editoria_index.html

Non aprite questo link potrebbe spappolarvi il fegato peggio di un’epatite.

Se però avete fatto il vaccino e siete di stomaco forte, magari potreste trovare un motivo da destra, da sinistra, da populisti, da intellettuali, da uomini qualunque, persino da anarchici, per gridare BASTAAAAAA!!!

Perché  l’Italia,  questo paese di meringa siamo io, tu,  lui,  lei, noi, voi, loro, Gasparri, Cicchitto, Berlusconi, Veltroni, Bersani, Vendola, la cisl, la uil, la cgil e anche il mago Othelma.

Se non siamo in grado neppure di pretendere ed ottenere la fine di simili rapine, come possiamo pensare di poter uscire dalla crisi che stiamo passando!

Dobbiamo per forza aspettare l’acqua gelida uscire dai nostri rubinetti a gennaio , e solo quella, per riprenderci quello che ci è stato rubato?

Forse per una doccia calda si potrà  fare la vera rivoluzione:

Acqua calda per tutti, contributi all’editoria per nessuno !

GHINO DI TACCO

La privacy del macchinone turbo

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Oh, me tapino, ingenuo e gattino cieco che non sono altro!

E io che credevo che già il fisco avesse tutti i miei dati incrociati, l’Iva e l’Irpef e il diavolo che se lo porta. E che sapesse che macchina ho, e se posseggo (no) uno yacht di trenta metri, oppure se posseggo (no) una casa in montagna, o al mare, o un residence che figura come catapecchia per pastori e invece ha tre piscine, oppure la villa di alcuni ettari che per andare dal salotto al cesso ci vuole il motorino! Nella mia infinita e vanagloriosa supponenza io credevo che tutte queste cose esistessero già e che da qualche parte nel segreto ventre dello Stato qualcuno potesse digitare il mio nome su un computer e dire: «ah, ah! Si è comprato una stampante!». O che magari si sapesse, e suonasse un pochino sospetto, che il mio vicino dichiari un reddito da badante polacca e se la rida salendo sul suo gippone biturbo da centodieci mila euro che consuma come lo shuttle!
Io credevo che tutto questo esistesse già, che fosse ovvio e naturale e invece apprendo che no, non esiste, forse esisterà, ma per il momento no, e solo ora Visco promette di farlo. Così ora mi tocca sentire gli allarmi e le contumelie dei liberisti contrari all’anagrafe tributaria individuale. I pianti degli alfieri degli alti redditi minacciati dalla lotta fiscale di classe. Le stridule lamentazioni dei teorici del meno-stato-più-mercato che si appellano alla privacy. Lo stato sa dove vivo? Che macchina ho? Sacrilegio! E la mia privacy? Ma una volta imparata l’arte dei dati incrociati, non si smette più. E dunque basta incrociare questa solenne levata di scudi con altre prese di posizione degli stessi arguti pensatori per accorgersi che qualcosa non torna. Non si occupavano di privacy quando le nostre città diventavano un’immensa telecamera per il «controllo del territorio»? Non si angosciavano per l’arroganza dello stato quando decidevano che un ragazzino poteva finire in galera per due canne? No, anzi. In decine e decine di casi lo stato forte gli piaceva parecchio, a questi teorici della privacy ad alto reddito. Tolleranza zero! Finché non ti sale in barca, la tolleranza, o sul macchinone, o non ti entra nel villone. E allora d’incanto, ecco che non la tollerano più, e si appellano alla privacy. Porca miseria, va bene la tolleranza zero, ma bisogna proprio fatturarla?

Alessandro Robecchi

( un pezzo del2008, attuale vero?)

SCIOPERO: la disparità delle ragioni di chi scenderà in piazza da quelle di chi l’ha organizzato

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se fosse vero
Di questo sciopero del 6 settembre mi lascia perplesso la disparità delle ragioni di chi scenderà in piazza con quelle di chi l’ha organizzato.

Ci sono, con evidenza seppur sottaciute, doppie verità che non solo particolarismi.
I lavoratori che, nuovamente, privandosi di una parte di reddito, scendono legittimante in piazza per ribadire, anche con questo strumento, che non ce la fanno più a reggere queste politiche contro di loro, questa riduzione dei diritti, questo peggioramento delle proprie condizioni e quelle di questo sindacato asfittico e retorico che in piazza urla contro l’autoritarismo e la riduzione dei diritti dei lavoratori e ai tavoli del potere il suo segretario firma accordi per il peggioramento dei diritti di chi dice voler rappresentare.

E’ questa la contraddizione, l’ipocrisia. La delusione. Il sindacato che non sostiene chi lo sostiene e, in parte, il cittadino, il lavoratore, che sostiene un sindacato che non lo sostiene.

Ci sono mille esempi di come il sindacato si comporta come un Marchionne qualsiasi, come un’azienda qualsiasi, come un Governo di Destra.
Ma drammatico è che lo sciopero dovrebbe essere il punto di partenza di una lotta diffusa di un impegno visibile più diffuso. Avrebbe così forse ancora un senso. Ma da quello precedente, del 6 maggio, che continuità c’è stata? Nulla.
Anzi il peggio. A fine giugno la segretaria della Cgil Camusso ha firmato, con Confindustria e gli altri sindacati, l’Accordo sul Nuovo Modello Contrattuale. Cioè il peggioramento delle condizioni e dei diritti dei lavoratori.
Un lavoratore, infatti, che non può votare sui propri accordi non si vorrà mica far intendere come un avanzamento di diritti, vero? Questo sistema permette ad un’azienda di scegliere con chi fare accordi e quindi di indebolire il lavoratore. Diritti calpestati.
E queste sono parole e concetti non miei ma di Maurizio Landini, della Fiom.

Chissà se Il segretario locale lo spiegherà alla fiumana di persone che sfileranno convinte di aver al fianco, o alla propria testa, un sindacato che li difende, li tutela.

Al posto di togliere il fiato allo sfruttamento e lottare per migliorare condizioni e diritti dei lavoratori firma Accordi peggiorativi non preventivamente sottoposti al voto dei lavoratori.
E poi questa infinita crisi non è figlia della finanza, della borsa e della speculazione che hanno contribuito immensamente a mettere in ginocchio i cittadini e le famiglie?
Il Sindacato invece di combatterla, di svuotarla, l’alimenta, con i suoi Fondi Pensione, da anni, mettendo le future pensioni dei lavoratori e dei precari in mano a questo mondo marcio. E con il silenzio-assenso, la clausola capestro da lui non rifiutata, ha infilato dentro questo tunnel senza ritorno anche il lavoratore debole, non informato. Al posto di togliere il fiato alla speculazione l’alimenta. Al posto di lottare per migliorare le pensioni pubbliche e smentire, numeri alla mano, che i soldi per queste e per quelle future non ci siano, sostiene quelle private, quelle legate al mercato.

Questo sindacato – smentendo l’impegno della sua categoria dei metalmeccanici della Fiom – quotidianamente si comporta come un’azienda qualsiasi (anche al suo interno), e così, di punto in bianco, promuove un giorno di sciopero paradossalmente contro quello che fa durante tutti gli altri. Non si tutela un lavoratore perchè gli si compila il 730.
In altre parole, serve coerenza, e non ipocrisia. Prima del prossimo sciopero.


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