Oi dialogoi – crac

OI DIALOGOI e altre taverne 48 Commenti »

“Ciò che produce il bene generale è sempre terribile, o pare strano quando si incomincia troppo presto”  Saint Just

Stasera, giunti finalmente al capolinea di questa stucchevole telenovela euro sì euro no, si parla dell’imminente…

crac

 “Le conseguenze saranno incalcolabili, imprevedibili – cita Ubaldo – occhio che i primi ad andarci di mezzo sarete voi! Voi precari, disoccupati, sottoccupati, pensionati. Occhio! Quanto a voi, cari salariati, sappiate che guadagnate già fin troppo! (Polillo dixit)”

“Che carini – si compiace Ulderica – all’improvviso si preoccupano per noi! Dopo avere sviluppato e portato a termine il programma di scorticamento e macelleria sociale, ci avvertono che la nostra posizione economico sociale potrebbe anche peggiorare…D’accordo, affare fatto: con l’imminente catastrofe finanziaria i primi ad andarci di mezzo saremo noi. Ma i secondi sarete voi, e questo sarà uno spettacolo impagabile…”

“Mannò, maddai – sdrammatizza Ugo – una soluzione si troverà. Non dimentichiamo il proverbiale ‘stellone’ italiano che alla fine sempre ci protegge e ci leva dai guai. Qualche santo ci aiuterà. Chessò, un SuperMario (Monti? Draghi? Balotelli?)”

“Certo che una soluzione c’è – illustra Ursus – non solo uscire dal sistema dell’euro non è una bestemmia, ma non lo è nemmeno uscire dal sistema capitalistico. L’unico sbocco possibile di questa crisi si sostanzia in una parola culturalmente impronunciabile, se non in determinati ambienti francescani, ma di cui dovremo fare forzatamente abitudine: povertà. Non tutti sono pronti per la povertà, e l’unica via per farla universalmente accettare e non farci scannare gli uni con gli altri è che essa sia equamente distribuita.”

 “Scusi – domanda trepidante Ugo – ma lei è comunista?”

“Non è una questione di terminologie, di appiccicare etichette o di rivendicare identità – risponde Ursus – Essere comunista ha un significato altrettanto aleatorio che essere credente. Quanti dèi ci sono? Uno può essere credente in allah, in visnù, in yahweh. Uno può dirsi cristiano ed essere ortodosso, mormone, avventista, maronita, caldeo, testimone di geova.  Uno può essere cattolico e avere una visione e una pratica delle fede legata a c.l. oppure ad azione cattolica, alla caritas, all’opus dei, ecc. Allo stesso modo i comunismi non sono tutti uguali. In Urss c’è stato Stalin e c’è stato Kruscev. In Italia Berlinguer e l’esperienza amministrativa tosco-emiliana. In Cile Allende e in Corea del nord la grottesca saga di Kim Il sung. Poi ci sono state le esperienze del soviet di Kronstadt , della Comune di Parigi, dei kibbutz israeliani… Dunque, che significa essere comunista? Quale comunismo?. A volte anche il papa quando parla dei meccanismi intrinseci del capitalismo, della logica del profitto e della società dei consumi, mi sembra un comunista…”

“Tutti sanno che le conseguenze non saranno affatto imprevedibili, ma prevedibilissime – spiega Ubaldo – il problema non sarà escogitare nuove forme di investimento, o di difesa dall’inflazione, per i patrimoni mobiliari, per quelli non esisterà ‘rifugio’ al mondo. Il problema sarà escogitare sistemi di reperimento di acqua e cibo. E sarà un problema comune, per il disoccupato come per il saccente economista e per l’ex miliardario. La conseguenza, prevedibilissima, sarà l’avvento di una nuova èra : l’èra della zappa e della vanga. Per tutti”

“Stanotte ho fatto un sogno – racconta Ulderica – ma forse non era un sogno. Mi sono svegliata nel cuore della notte e mi sono accorta che era andata via la luce. Ho pensato che fosse un problema solo del mio appartamento, ma poi ho visto che anche le scale erano buie: il black out riguardava tutto il condominio. Ho guardato fuori dalla finestra e mi sono resa conto che l’intero quartiere era senza corrente elettrica. Poi sono salita all’ultimo piano e dal terrazzo e ho constatato che l’intera città era immersa nell’oscurità. Allora ho capito che per riavere la luce, la sola luce possibile, avremmo dovuto aspettare l’alba.”

Queste dunque le convinzioni degli italiani consapevoli che non vi è nulla da salvare di questo marcio sistema e che l’imminente crac rappresenta il dono più grande per l’umanità, il Rimedio a tutto.

Letti per voi, recensioni a perdere L’inumano

Argomenti vari 27 Commenti »

 In questo piovoso week end repubblicano ho letto L’inumano (M. Parente, Mondadori, 2012).

Un’opera che non esiterei a definire una cagata pazzesca se non fosse questo, come temo, l’effetto che lo stesso autore si proponeva di ottenere. Pertanto mi limiterò a dire che si tratta di un testo di un’ingenuità imbarazzante.

La trama, piuttosto banalotta, narra in definitiva di un ininterrotto flusso di coscienza di un nichilista, casualmente omonimo dell’autore, che spinto dal proprio editore si prostituisce presso i giurati di un noto premio letterario, finendo col cacciarsi nei guai (per usare un eufemismo).

Onestamente bisogna riconoscere che il Parente la pagina la fa girare, 275 pagine bevute d’un sorso, sebbene troppi risultino alla fine i riempitivi pornotrash, i continui rimandi a insulse esperienze televisive e pippe mentali (e non solo mentali) di un narcisista che ha elevato la propria sacrosanta ecceità al di sopra di tutti gli universi. Anche Bukowski ci metteva del sesso per aumentare le ‘tirature’, e questo espediente furbetto si potrebbe anche perdonare, se non si esagerasse come in questo caso dove il sesso, più che le ‘tirature’, provoca sbadigli.

Tuttavia lo stile è gradevole, forte, deciso, denota carattere, personalità, virilità (…) e in determinati spunti ricorda il primo Busi.

Ciò che fa cadere le braccia (e anche le gambe…) è la ‘sostanza’, il messaggio del romanzo. Il Parente (intendo non l’autore che, mi piace pensare, come Gide nell’Immoralista, ha scritto quest’opera per non fare la stessa fine del suo protagonista) ci rivela sbandierandola come fosse la scoperta del secolo ciò che ogni adolescente di media intelligenza dovrebbe aver già capito prima di fare il suo ingresso nell’età adulta. Ovvero che tutto è niente, che dio, l’amore, la verità sono invenzioni, menzogne, non esistono. Che la nostra esistenza è il frutto casuale di mere combinazioni molecolari risalenti a miliardi di anni fa. La scoperta dell’acqua calda. E tuttavia questa grande scoperta viene vantata come punto di arrivo della consapevolezza umana, mentre ogni persona avveduta sa che è solo un punto di partenza. Altrimenti avrebbe ragione quel personaggio di Zelig (quello di W. Allen, intendo) che in punto di morte spiega cos’è la vita: “figliolo, la vita è un incubo di orrore senza senso”. E’ fuori discussione che la vita umana, come qualsiasi altra cosa nell’universo, non abbia senso. Ma qui sta il bello. Come diceva Ivan Karamazov “io amo la vita proprio perché non ha senso”. Parente vede solo la minaccia e non la meravigliosa opportunità. Il fatto, incontrovertibile, che la verità non esiste rende la vita meravigliosa, perché ci dà l’opportunità di deciderla noi, la verità. Senza rendere conto a nessuno. Per es. anche se, anzi, proprio perché l’amore non esiste, decidiamo noi chi amare, e lo amiamo davvero, perché lo abbiamo deciso noi. Altro esempio: se ci intriga il mito della Resistenza e abbiamo deciso che il nazifascismo è il male assoluto, siamo disposti a difendere anche con le armi in pugno questo nostro capriccio, a prescindere dalla verità storica assoluta, che come ogni verità non esiste. Chiaro?

Insomma, questo romanzo si ferma al primo step, arriva a una conclusione senza trarne le conclusioni. È il flusso di coscienza di un ridicolo, perché inconsapevole, integralista della religione della biologia. Di uno che ha sposato il dogma della scienza degli uomini. Insomma di uno che ha poca fantasia.

Ma forse mi sbaglio. Come diceva D. Lessing, si scrivono storie non per fornire un significato, ma per lasciare che sia lo stesso lettore a trovarne uno, anzi, a deciderne uno, o più. Lo scrittore è come dio, che crea e poi lascia libertà di interpretazione circa la sua creazione. Allora, nella mia veste di lettore recensore decido che quel maialino che parla nel buco è solo un feto nell’utero, che ha già capito tutto, che sta per uscire consapevole di ciò che l’aspetta; e la parola finale che manca per chiudere (iniziare) il romanzo è ‘vita’, βιος.

Kraus Davi


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