Non aspettare il giorno del giudizio: esso si celebra ogni giorno” A. Camus

 In quest’ultimo deprimente ferragosto dell’èra paleocapitalistica,  gli italiani sfigati che ancora vanno in vacanza parlano di…

 Redde rationem

“Temo un autunno complicato – confida Severiano – non tanto per la sentenza della Consulta tedesca sull’Esm (i mercati dovrebbero aver già scontato l’evento) quanto per l’economia ‘reale’. Se i clienti non pagano, i fornitori non possono essere pagati, e in presenza di credit crunch ciò non può che determinare il collasso di ogni impresa…”

“Non si può rimproverare le banche di erogare scarso credito – spiega Sindolfo – basta guardare le trimestrali delle aziende e chiunque si metterebbe le mani nei capelli, altro che prestare soldi!

Qui si tratta solo di decidere chi sarà l’ultimo a restare col cerino in mano, e le banche giustamente non vogliono interpretare quel ruolo…. Le banche sono aziende come le altre, che devono badare al proprio bilancio e stare sul mercato!” 

“Quando fa comodo le banche sono aziende come le altre – puntualizza Svenja – quando non fa comodo sono istituti che tutelano il risparmio, garantiscono la tenuta del sistema e dunque vanno salvate con denaro pubblico e rifinanziate a tassi irrisori, già proprio come tutte le altre aziende…”

“Vabbè – predice Selica  – ma non si potrà andare avanti così all’infinito, giorno verrà…”

“In questa società alienata (alienazione determinata dallo spettacolo del capitale e della religione) è facile suscitare l’aspettativa del redde rationem – illustra Stratonico – del giorno del giudizio, quello dove tutti i nodi vengono al pettine. Ebbene, io vi dico che quel giorno non verrà. Quale giorno è già oggi, era ieri, sarà domani.”

“In questa società falsificata – aggiunge  Sigmund – è facile scambiare il mezzo col fine. Si sta male oggi con la promessa di un domani migliore, coronato dall’ingresso nel club esclusivo dei meritevoli (dei ricchi, o quantomeno dei ‘senza-problemi economici’ – e questa è la promessa dello spettacolo del capitale – oppure addirittura nel club della ‘vita eterna’ – ed ecco la spettacolare promessa della religione). L’importante è sopportare pazientemente ogni disagio, materiale e morale, finché lo decidono loro, i detentori del monopolio delle promesse. Lo sfruttamento, l’alienazione, la reificazione sono i mezzi per perseguire il fine, solo che il fine non è quello che loro promettono, ma l’inconfessabile loro fine: il mantenimento del potere. Tuttavia persino essi stessi scambiano il mezzo col fine : il denaro diviene fine e cessa la sua funzione di mezzo per perseguire il benessere, mentre il malessere diviene mezzo per conseguire il fine del denaro.”

“Aggiungiamo – aggiunge, appunto, Serapia – che il peccato più grande, quello proprio imperdonabile in questa società,  è l’ingenuità. Nessuno vuole passare per ingenuo, pertanto piuttosto che mostrare di volere tutto subito, si decide di far bella mostra di sé accettando il niente mai. Così si appare maturi, responsabili…”

“Siamo troppo ingenui per credere – riprende Sigmund – che loro, i ricchi, i potenti, gli sfruttatori, stanno male, vivono nel malessere. Li vediamo inarrivabili, là nel loro lusso e nella loro opulenza, e non riusciamo ad immaginare quanto soffrono. Quanto alcol  e droga e psicofarmaci siano necessari per sopportare quelle lunghe ore in villa, in attico, sullo yacht: le dimore della depressione vera. Sono dimore che possono allietare gli ingenui, i parvenu, ma una volta che ci hai fatto l’abitudine, è finita; scendi nel gorgo del dolore più terribile, quello psichico. La mente, il corpo si fa merce, quella più micidiale, quella sibaritica. Ecco allora che il giorno del giudizio si celebra proprio lì, ora per ora, minuto per minuto. La giustiziera autenticamente democratica, interclassista,  è lei : la depressione. E tuttavia, non potendo negarla,  i registi della società dello spettacolo tendono a darci a bere quanto essa sia fonte di ispirazione per i vincenti (vedi pietose interviste a star come V. Rossi o Springsteen) spiegandoci che per avere successo vale bene la pena di soffrire il peggiore dei dolori psichici, poiché il fine ultimo è il successo mentre il benessere personale, la serenità, è una subordinata, invertendo ancora una volta il mezzo col fine.”

Queste dunque le consolazioni degli italiani che la prendono con filosofia anziché organizzare quantomeno jacqueries…