Oi dialogoi – narrazione

OI DIALOGOI e altre taverne 65 Commenti »

“A chi tocca non s’ingrugna” motto popolare

Stasera, datosi che coi primi freddi si va a letto presto (per risparmiare sul riscaldamento), si parla di…

narrazione

“Umanamente dispiace – esordisce Didone – mettetevi nei suoi panni: tutta una vita, e fino a pochi giorni fa, passata all’ombra del potere, sotto l’ombrello protettivo della Dc, di Cl, del Pdl. Poi all’improvviso resti solo: deve essere difficile da sopportare…”

“Il suo problema, e di tanti altri rottamati e rottamandi – spiega Deograzia – è la fede. Non in una religione, ma nella propria narrazione. Formigoni ci ha creduto. Si è raccontato che sarebbe sempre andata così, sempre meglio, sempre più in alto, come trasportato da un ascensore celestiale in grattacielo. Finché si trattava di raccontarsela, niente di male. La cosa grave è che ci ha creduto! Vanitas vanitatum..”

“Lo spettacolo miete molte vittime – aggiunge Dulcinea – non fa distinzioni; i carnefici divengono facilmente vittime, gli apprendisti stregoni si meravigliano se gli spiriti da essi stessi evocati sfuggono loro di mano…”

“A proposito di apprendisti e narrazione – interviene Dolores – è molto istruttivo il programma televisivo The apprentice. Mi ricorda quei soldati giapponesi che nella giungla continuavano a combattere senza nessuno che gli spiegasse che la guerra era finita (e persa). Quel sistema di ‘valori’ riaffermato nel programma, asseverato dalle intemerate del boss, è defunto quattro anni fa sotto le macerie della Lehman Brothers. Tuttavia si insiste a spacciare per virtù la capacità di vendere fuffa, si persevera nel raccontare la medesima favola ai giovani meno avveduti. Se invece che alle favole si fosse minimamente interessati alla realtà, si dovrebbe  piuttosto dare un’occhiata alla sorte di altri ‘apprendisti’, quelli di Intesanpaolo…”

“Realtà, finzione – dice Diogene – chi ormai può distinguerli più? Viviamo immersi in una telenovela perpetua, illuminata dai bagliori di strabilianti colpi di scena (“non mi candido più!”). Una telenovela da gustarsi da spettatori, senza immedesimarsi nel ruolo che loro vogliono assegnarci: quello di elettori abbindolati.”

“La narrazione dipende dalla realtà e al tempo stesso la crea – filosofeggia Democrito – Film, fiction, romanzi, videoclip, spot, infotainment, pensiamo a quante e quali forme di spettacolo hanno influenzato ciò che siamo e ciò che ci circonda. Tutto un mondo che a sua volta ispira e dà spunto per altri film, altri romanzi, ecc. Il sistema colpisce quando abbassi le difese, quando sei rilassato, sul divano. Colpisce con le immagini e i racconti la corteccia cerebrale a tua insaputa, e resti condizionato per il resto della giornata, della settimana, della vita se non sei accorto. Tutto è finzione, si mente ovunque, spesso a fin di bene. Se si fosse sinceri fino in fondo, anche e soprattutto con se stessi, sarebbe la fine. Viviamo per raccontarcela, l’importante è non crederci. Solo la morte è sicura e reale (benché una certa agiografia voglia insinuare il dubbio, anzi la certezza, che non si muore mai)”

“E’ tanto importante cosa si racconta quanto chi racconta – asserisce Dafne – Non possiamo prescindere dalla natura dei detentori dei mezzi di produzione della narrazione. Le utopie non esistono, tutto è possibile se sai e puoi raccontare. Per es. Berlusconi, grazie all’impero mediatico che si è costruito, è riuscito a modellare la società italiana degli ultimi 30 anni sui suoi desiderata (e difetti). Ora il sistema che sostiene Monti ha convinto milioni di italiani che le politiche di rigore e austerity imposte dall’Europa siano necessarie e foriere di futuro (futuro remoto) benessere per la popolazione. Questo grazie al circuito massmediatico, con i titoli di testa dei tg, che per mesi ha martellato la popolazione stessa con quella tesi. Senza ricorrere a parolacce (es. capitalismo) ci hanno fatti diventare (quasi) tutti filo capitalisti. Sono convinta che basterebbero un paio di mesi a tambur battente di tg che strillano che il mercato ha fallito (peraltro con ampie pezze d’appoggio) e che in questa situazione di emergenza l’unica soluzione da adottare (per evitare la catastrofe!) è nazionalizzare banche, Fiat e ogni grossa azienda, pianificare l’economia con piani quinquennali, determinare i prezzi dei beni con decisioni politiche anziché attraverso l’incontro di domanda e offerta, e senza parolacce (comunismo) tutti (o quasi tutti) diventerebbero filo comunisti. Le utopie non esistono.”

Queste dunque le fiabe che si autoraccontano gli italiani prima della buonanotte, ché i sogni costano nulla…(prima che tassino anche quelli).

Letti per voi, recensioni a perdere. Resistere non serve a niente

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In questo tiepido week end ottobrino ho terminato la lettura di Resistere non serve a niente (W. Siti, Rizzoli, 2012)

 

Ultimo romanzo di Siti, il primo che ho letto, e che mi costringerà a leggere i precedenti ( e i prossimi). Diciamo subito che dal punto di vista della scrittura, inarrivabile, questo testo dovrebbe inibire (quasi) chiunque dal continuare a scrivere. Non ne leggo pochi di libri, ma raramente ho potuto riscontrare una prosa tanto intensa, efficace e rapitrice.

Fatta fuori brutalmente la questione del metodo, passiamo al merito del romanzo. La trama narra la biografia di Tommaso, uno squalo italiano contemporaneo del finanzcapitalismo (cfr Gallino). Concepito la notte in cui morì Pasolini (il genitore torna a casa trafelato e sporco di sangue ‘abbiamo dato una lezione a un frocio’), di estrazione proletaria, padre fuori e dentro il carcere, madre operaia prima, portinaia poi, vive un’infanzia e un’adolescenza straziante, soprattutto a causa di una grave obesità. Tuttavia la natura lo ricompensa fin da piccolo con un elevato quoziente intellettivo e un’innata passione e predisposizione per la matematica.

La svolta intorno ai 18 anni. Grazie all’interessamento di ‘amici’ di papà (poi vedremo che genia di amici) si fa operare, dimagrisce, va all’università e la sua bulimia dal cibo si trasferisce al denaro.

Siti ci illustra il male nella sua conturbante interezza. Ci porta dentro la testa di questo adolescente malcresciuto, la sua sessualità immatura che reclama ferocemente gli arretrati, il suo impaccio di parvenu a contatto col mondo dei nati ricchi. Descrive la mentalità di questi ultimi, ci spiega che il vantaggio dei soldi non è di fare, ma di sapere di poter fare. Il bello non è spendere soldi (come farebbero i miserabili) ma sapere di poter spenderli. Ci svela la fonte della corruzione materiale e morale della società occidentale, dove impera la mercificazione dei rapporti umani, non ultimi quelli sessuali, e la prostituzione ad ogni livello, fino al più abietto, viene vissuta come ‘naturale’.

Poi affonda il bisturi nella genesi dell’attuale sistema. Qui, nel penultimo capitolo, devo dire che il percorso narrativo perde un po’ di appeal, trovo un’incursione alla Gomorra, con tecnicismi forse eccessivi. Non vorrei che questa critica suonasse come un complimento, ma mi ricorda Moby Dick nel punto cui Melville infarciva pagine e pagine di nozioni cetaceologiche. Per farla breve, l’economia odierna è il risultato irreversibile di un esperimento di entropia, che non distingue più fra denaro pulito e sporco perché il denaro stesso è un pixel sullo schermo, che con un clic fa il giro del mondo in pochi secondi. La mafia di 2° generazione, di cui Tommaso fa parte, non indossa coppola, non impugna la lupara dietro i fichi di’india. Ha studiato nelle migliori università, veste in doppiopetto, usa iphone e jet privato; e tanto basta per renderla presentabile in società. Affonda sempre le sue radici nel sangue, e nel sangue perpetua la sua ricchezza. Tuttavia è un sangue che scorre lontano, in altri continenti, non imbratta le loro dita che si limitano a picchiettare su tastiere di computer. La medesima sovrastruttura che li copre e li protegge è quella che ora indirizza il rancore popolare verso i politici corrotti, lasciando credere che siano loro la causa dell’impoverimento della popolazione. Si offre un capro espiatorio per poter continuare a fare affari, se affari si possono chiamare trasferire pixel da un computer all’altro.

Se la situazione è questa, se le soluzioni che gli uomini di buona volontà propongono sono punture di spillo come la tobin tax (che giustamente uno speculatore interpreta come una prova che queste ‘anime belle’ si meritano di essere fottute) allora davvero non c’è via d’uscita. La tentazione e il sentimento che ci pervade è di sentirsi sollevati, deresponsabilizzati, senza alcuno obbligo verso un sistema siffatto. In effetti il proletariato non ha alcun debito nei confronti del capitale, semmai parecchi crediti. Tuttavia quando il credito è vantato nei confronti della mafia risulta di difficile (per usare un eufemismo) esigibilità.     

Ma forse una via c’è, una via fatta di radicalità, di nuovi barbari, terrore delle idee, Robespierre. Una via c’è se cediamo a un altro sentimento rispetto al sollievo, un sentimento da riscoprire, coltivare e interiorizzare: un incorruttibile odio di classe. Se la realtà è questa, se non è tutto solo un romanzo, davvero resistere non serve a niente. Serve attaccare.

 Kraus Davi

Come vincere l’ultima partita di campionato… E’ stato lo stato

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Dopo le motivazioni della Cassazione in merito alla sentenza di condanna dei vertici della Polizia per i fatti, le violenze, della scuola Diaz e del G8 di Genova,  troppi esultano. E’ bene non farlo troppo.

E’ come vincere l’ultima partita del campionato essendo in fondo alla classifica.  Sarà pur giusto e emozionante ma non serve a nulla. In questi anni sarebbe dovuto avvenire un cambiamento in italia, ma nulla nemmeno una legge sulla tortura.

La magistratura ha fatto in parte la sua parte (ad ogni modo ben oltre le mie aspettative).

le forze dell’ordine  si sono dimostrate incapaci di fare una qualsiasi operazione di pulizia interna, dove il senso di gruppo, la difesa della facciata, l’omertà hanno sempre prevalso sugli ideali fondanti delle istituzioni stesse.

eEcluse voci singole o minoritarie, come quella di rifondazione, l’intero arco parlamentare non ha assolutamente voluto mettere in discussione l’operato delle ffoo. Il pd in particolare ha dato prova vergognosa di se: violante, la prima commissione d’indagine, la difesa di de gennaro, abdicare il proprio potere “in attesa della magistratura”, la commissione di inchiesta MAI desiderata, … per assurdo hanno fatto più bella figura forza italia & co difendendo a spada tratta sempre e comunque.

A screditare l’italia all’estero (e probabilmente di fronte ai miei ancora ingenui occhi) non è stata solo la polizia, ma tutte le forze dell’ordine non collaborando, coprendo. E’ stata la politica miopie quando non proprio ceca.  E’ stata la giustizia a cui ho rivolto meno attenzione solo perché, rispetto a molti altri drammatici eventi della nostra storia,  qualche conclusione positiva l’ha raggiunta. in conclusione: E’ stato lo stato!


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