Oi dialogoi – Agende

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“Aria un po’ viziata, quella finestra andrebbe spalancata.”  E. Ruggeri, 1983

Stasera, riuniti a tavola come attori di uno spot durante uno dei penosissimi cenoni natalizi, si parla di…

agende

“Enrico, caro – domanda con voce melliflua Ermengarda al cognato – hai chiesto poi in banca la consueta agenda in omaggio? Alla mia banca non ne danno più…”

“Macché – risponde sinceramente dispiaciuto Enrico – le avevano finite; quest’anno ne sono arrivate così poche… almeno, così mi hanno spiegato gli impiegati…”

“Secondo me quelli se le imboscano!” – taglia corto Egle.

“Ma vi mancano dieci euro per comprarvela, un agenda? – si sente chiamato in causa Eriberto, bancario precario – Allo sportello è una continua processione di clienti che questuano, si umiliano a chiedere, richiedere, e tornano tre, cinque, sette volte se è rimasta un’agendina… Ma dov’è la dignità?”

“Con tutto quello che ci pelano le banche – si infervora Enrico – un’agenda da regalarci è il minimo! ”

“Guarda Monti – interviene Evasio – dopo fantozziane insistenze e pressioni alla fine ha acconsentito a farcene omaggio: è gratis! Basta che lo votiamo…

“Gratis… – dice Eriberto – certo, certo. Ma davvero abbiamo bisogno di un’agenda? Davvero hanno così paura di quella finta (finta) sinistra dei Fassina, dei Vendola, della Cgil? Eh già, il fronte progressista va sparigliato, diviso perché i poteri forti di questo Paese non sopportano nemmeno l’ombra di un’ipotesi di una sinistra morbida, ‘moderata’ al governo. E quale migliore strumento di divisione dell’agenda Monti scritta da Ichino? Ichino è l’optimum, il nome che ci vuole per dividere la ‘sinistra’ (serve spiegare il perché?)”

“In effetti fanno ridere se temono questa ‘sinistra’ – concorda Ezio – Cosa temono, una patrimoniale? Di subire un peggioramento nel loro tenore di vita? Ma davvero? Suvvia…”

“Bisogna capirli – spiega Egle – si tratta di figli di papà, bambini malcresciuti, viziati, ben rappresentati dalla patetica figura di Montezemolo. E’ gentina che non tollera un mancato abbinamento di colori nell’abbigliamento. Li manda in paranoia la remota eventualità che una sinistra farlocca possa combinare qualcosa di buono, aprendo lo spiraglio, sull’abbrivio del successivo consenso, a politiche più incisive, a immettere una ventata di aria nuova in un ambiente malsano. Quello spiraglio deve restare chiuso.”

“Mi chiedo a questo punto che si inventeranno quando la sinistra vera, quella dura, verrà. Inevitabilmente verrà: la crisi vera, quella dura, è solo all’inizio. Verrà la sinistra vera, e avrà i tuoi occhi… – chiude Eriberto parafrasando Pavese.

“La sinistra vera è quella che sovverte le classi, i primi saranno gli ultimi… – chiosa Evasio – allora altro che patrimoniale… se si girano gli eserciti e spariscono gli eroi… Non c’entra niente, e non voglio allarmare nessuno, ma pare che Gheddafi sia stato sodomizzato con le baionette prima di morire linciato.”

Questi dunque gli innocenti pensieri degli italiani ispirati dalla gioia e serenità propri del periodo natalizio di questo fine 2012

Letti per voi, recensioni a perdere Il banchiere anarchico

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In questo nevoso week end dicembrino ho letto (non è vero, l’ho letto come la solito in orario di ufficio) il racconto di F. Pessoa dal titolo che è un ossimoro: Il banchiere anarchico, per la serie I libri della domenica edito dal Sole 24 ore.

Diciamo subito che di cose spudoratamente reazionarie ne ho lette tante (es. L’unico e la sua proprietà di Stirner), ma questa si difende bene.

Trattasi di dialogoi fra un banchiere (sedicente) anarchico e una spalla (io narrante). In buona sostanza il protagonista racconta il suo cammino da quando era un ragazzo di estrazione proletaria, operaio, militante in un’organizzazione di giovani  anarchici fino a quando ha preso coscienza che l’unico sbocco fattibile per sé per tener fede ai propri ideali e realizzare l’anarchia era divenire un monopolista della finanza.

Argomenta il suo percorso spiegando che l’azione anarchica si propone di abrogare le finzioni sociali che causano quelle disuguaglianze non determinate dalla natura (censo, denaro, religione, ecc.). In concreto: ammette che chi nasce più forte, più intelligente, più tenace merita di stare meglio di altri meno ‘dotati’ dalla natura. Già qui non concordo: secondo me la natura è ingiusta; distribuisce ingiustamente i suoi doni (muscoli, q.i., carattere, forza di volontà). La natura va corretta, non assecondata (es. costruzioni antisismiche, riscaldamento contro il gelo). Le convenzioni sociali non sono negative in sé, dipende se assecondano le ingiustizie ‘naturali’ o se le contrastano. Non si può ammettere che un essere umano sia superiore a un altro ‘per natura’. Estremizzando la logica di Pessoa, chi dispone di forti muscoli avrebbe diritto di sopraffare il meno muscoloso, il più intelligente di fregare il più fesso, e così via. Una società libera non dovrebbe consentirlo.

Quindi  prosegue spiegando che per liberare (almeno) se stesso dalla schiavitù del denaro è stato costretto a diventare banchiere. Come se fossero necessari i miliardi per essere autosufficienti; in realtà non serve fare il banchiere, basta fare il bancario (con l’accortezza di svolgere bene il proprio lavoro che è principalmente quello di dissimulare il proprio fancazzismo, rubando coerentemente lo stipendio senza farsi accorgere dal management bancario, impresa non difficile in considerazione del livello medio di intelligenza di quest’ultimo).

Altro alibi, a mio avviso, la presunta inevitabile ‘tirannia’ che caratterizzerebbe ogni cellula rivoluzionaria benché animata dalle migliori intenzioni. E’ comprensibile che un’organizzazione in guerra, che deve combattere e vincere il nemico, possa ‘sospendere’ la democrazia al proprio interno (mi viene in mente il M5S).

Condivido invece la vocazione a ‘prepare’ culturalmente la società al cambiamento necessario (mi ricorda l’affermazione di C. Battisti in un’intervista allorquando riconosceva che era sbagliato prendere le armi prima di avere provveduto a diffondere un’adeguata coscienza di classe).

In definitiva, immaginavo dall’inizio dove andasse a parare il racconto, ma alla fine mi sarei aspettato un colpo di scena, il controcanto dell’interlocutore, invece nulla, sembra di capire che il discorso del banchiere sia convincente.

Allora sorge una riflessione sulle motivazioni che portano l’organo di confindustria ad offrire simili letture ai suoi associati, che immagino troppo impegnati a lavorare durante la settimana per ritagliarsi spazi e tempi per la lettura. Invece la domenica un libretto di 60 pagine può risultare alla loro portata. Trattasi di sovrastruttura, di conforto e alibi culturale per supportare il necessario egoismo per fare i padroni. E quale puntello migliore del finto anarchismo, l’anarchismo individualista, di destra, alla Clint Eastwood (sostenitore di Romney e della lobby delle armi), il finto ribellismo e vero menefreghismo alla Cruciani, il dj di radio24 (“Forza Fornero!”) per ammantare di un’aura simil intellettuale la propria missione e vocazione di perpetuare il secolare sistema di sfruttamento e oppressione che è strumento e fine del potere.

Kraus Davi


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