Oi dialogoi – privacy

OI DIALOGOI e altre taverne 535 Commenti »

“L’intimità dovrebbe designare un modo d’essere del vivere che non è solitudine, né semplice riservatezza. Non un allontanamento, non una opacità della vita, ma la possibilità di coglierla nella sua pienezza, fuori d’ogni controllo o interferenza.”  S. Rodotà

Stasera, non sapendo di che cacchio parlare dato che la politica è ormai diventata argomento di nicchia, come testimoniato dalla patetica affluenza alle tornate elettorali, si parla di…

Privacy

“Furbetto il trucchetto di google – denuncia Milziade – quando stai per cliccare sulla voce che hai cercata, tempo un secondo e zac, salta la riga per indurti a cliccare sull’ok al loro utilizzo dei cookie…”

“Questo è solo l’antipasto del futuro distopico che ci attende, dove comandano le macchine, domina la tecnica… tutti in balia di ottusi algoritmi, con buona pace di Casaleggio. E’ la rete bellezza, e tu non puoi farci proprio niente…” – sentenzia Menalippo

“D’accordo ragazzi, ma mettetevi nei ‘suoi’ panni, del potere intendo – spiega Morgana – quale potrebbe essere il suo sogno più grande?”

 “Leggere nel pensiero – indovina Mamillo

 “Esatto – conferma Morgana – se sai, non solo dove si trova fisicamente il tuo suddito (ora facilmente rintracciabile tramite quel braccialetto elettronico volontario che è il cellulare) ma anche a cosa sta pensando (cfr facebook ‘a cosa stai pensando…?’) è fatta: hai il controllo totale della popolazione.”

 “Puoi anche supporre cosa desidera acquistare, cosa sta per fare – ipotizza Marlit – magari compiere un delitto, come in Minority Report.”

 “Così il potere infrangerebbe l’ultimo diaframma – continua  Morgana – nella sua corsa all’immedesimazione con Dio. Parliamoci chiaro, sarebbe suprema pacchia per chiunque, tranne che per gli insensibili e i superficiali, sapere cosa passa per la testa del prossimo, poter leggere quell’infinto romanzo determinato da pensieri, desideri, intenzioni degli umani, dall’intrecciarsi di miliardi di esistenze”

 “Non so quanti sarebbero in grado di cogliere una simile bellezza, di apprezzare la vera essenza del potere divino, che verosimilmente non è in grado di indirizzare i destini degli umani (altrimenti non esisterebbe il male) ma può assurgere a spettatore privilegiato di questo fantastico film che è il dispiegarsi delle vicende umane” – dice Mafalda

 “Niente di nuovo sotto il sole – spiega Milziade – la chiesa attraverso la pratica secolare della confessione prova a catalogare debolezze, aspirazioni, pensieri degli umani, ma ciò che può fare internet in questo senso è inarrivabile.”

 “Troppe seghe mentali! – si lamenta Marlit – se uno non ha niente da nascondere non deve temere nessuno, né google né facebook. Io non ho segreti, dispongano pure dei mie cookie.”

 “Una persona senza segreti è una persona senza personalità – afferma Menalippo

 “Segreti, misteri… sapete qual è il mistero più grande che può esserci dietro una persona? – chiede Mafalda – leggetevi il primo Busi… il mistero più grande è: niente.”

“Ognuno ha i suoi vizi – riflette Mamillo – basta chiamare “seghe mentali” leggere e pensare e oplà, il gioco è fatto: l’espediente narrativo ci consente di stare alla larga da quei brutti vizi con facilità e coscienza a posto.”

 “Non mi preoccuperei più di tanto – cerca di tranquillizzare Moravio – è solo una delle tante illusioni del potere per dominare il mondo. Gli algoritmi sono freddi, aridi, senza anima, insomma stupidi. Non potranno mai decrittare e ridurre in strumenti di marketing i pensieri più profondi.  Ad esempio, che ne può sapere un algoritmo delle preghiere; come potrebbe tradurre il pensiero di Franny affascinata dal Viaggio di un pellegrino? Mentre le paranoie, nell’accezione negativa, sono intuibili, una macchina non può sospettare e tradurre il sollievo di una preghiera che si autoattiva, non può concepire un’ebefrenia costruttiva. Solo Salinger poteva rendere l’idea, solo certi scrittori hanno il potere di dare senso alle cose (imho)”

 Questi dunque i pensieri degli italiani gelosi dei propri pensieri (quelli che ce li hanno, i pensieri).

Letti per voi, recensioni a perdere – Binario morto

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Il pubblico ha un’insaziabile curiosità di conoscere tutto, tranne ciò che vale la pena conoscere” O. Wilde

In questo massimamente bagnato week end ho letto Binario morto (A. De Benedetti, L. Rastello, chiarelettere, 2013).

Un bel reportage scritto con avvincente stile non si sa da chi (nel senso che non si riesce a distinguere quale mano verga i passaggi più intriganti dal punto di vista narrativo e dunque quale dei due autori merita di essere seguito nelle sue opere future, e precedenti: nel dubbio, entrambi).

L’ho letto un po’ disturbato dal rombo della Ferrari che il mio vicino di casa aveva appena ritirato dal concessionario. Era rimasta bloccata sulla rampa di accesso ai box poiché, essendo molto bassa, toccava col muso alla fine della discesa; d’altra parte  non riusciva nemmeno a risalire in retromarcia in quanto in cima strisciava sotto. Cosa c’entra questo col Tav? Non c’entra ma c’entra.

Il libro narra di un viaggio, direzione ovest est, lungo il fantomatico ‘corridoio 5′, quello che dovrebbe (avrebbe dovuto, leggendo si capirà che trattasi di utopia, anzi distopia) collegare per via ferroviaria veloce, molto veloce, l’Atlantico agli Urali (vabbè, un po’ prima: Kiev). I viaggiatori (un pacchetto di caffè e due scrittori) sono il prototipo di merci e passeggeri che, nelle intenzioni dei nostri politici, attraverseranno il continente dando slancio e impulso all’economia europea nei decenni a venire.

In realtà, già dalle prime battute del testo, si capisce che la tratta non partirà dal Portogallo (che è senza fondi, è la P di piigs) ma dal sud della Spagna (che sarebbe la S…). Impariamo la differenza fra alta velocità e velocità alta, impariamo che gli spagnoli dovranno inserire una terza rotaia fra le tradizionali due. Che mentre negli Usa la velocità ottimale per le merci è considerata 70 km/h, qui far viaggiare merci ad ‘alta velocità’ è come accelerare il viaggio in autostrada per poi ritardarlo durante la lunga coda al casello, stante la carenza di investimenti in snodi intermodali, in terminal attrezzati. Che il 50% dei tir in circolazione trasporta aria. Che a Torino si rischia di avvelenare la falda acquifera potabile. Che Vicenza rappresenta un baluardo inespugnabile. Che a est di Trieste non c’e più il treno per la Slovenia, si scende e si va in corriera (e le merci?). Che i paesi est europei privilegiano l’asse nord sud. Che questo progetto datato anni ’90 si basava su previsioni di incrementi del pil e dei flussi commerciali che, oggi lo sappiamo, erano decisamente sballate.

Questo racconto ci offre una visione dall’alto della questione Tav, una visione d’insieme che stride con le cronache nostrane concentrate a mostrare l’ineluttabilità del famigerato tratto Torino-Lione, senza il quale saremmo “tagliati fuori”. Ma fuori da che cosa?! Leggete il libro e vi renderete conto della ridicolaggine di tale affermazione. Esistono dei limiti fisici, geografici, economici, umani che sono più potenti dei folli sogni di grandezza del potere, più risolutivi delle chiacchiere da bar, delle opinioni superficiali formate grazie all’opera del circuito massmediatico asservito a ben noti interessi.

Sorge allora la domanda: perché insistere su questa ‘grande opera’ se l’evidenza dei numeri, il parere dei tecnici, l’elementare buonsenso dicono che è controproducente? La risposta risiede in una visione di corto periodo, di cortissimo respiro: per dare ossigeno per 4/5 anni alle imprese che si sono aggiudicate l’appalto. Capito? La militarizzazione di cantieri fantasma (dove si fa solo ammuina), la scia di sangue e bombe e misteri (immancabili in Italia) che si allunga dal ’97 ad oggi in val di Susa, i fiumi di inchiostro e le ore di sproloqui in tv spesi per convincere le classi dominate della bontà delle idee delle classi dominanti, per tratteggiare il ‘paradiso per i nipoti a fronte dell’inferno per i nonni’ (significativo l’accenno storico dell’esperienza staliniana in Ucraina) tutto questo per far traccheggiare ancora un po’ qualche impresa ‘amica’, per fornire un caritatevole momendol al tessuto economico locale.

Se proprio dobbiamo darglieli, diamoglieli sti fondi, keynesianamente,  ma senza fargli fare buchi nelle montagne, senza sollevare polveri di amianto. Diamoglieli e basta, gratis et amore dei (non dico di dirottare i fondi per un update della rete regionale usufruita dai pendolari: sarebbe troppo ragionevole).

Dopo un paio di orette di ridicoli tentativi e di rumorose strisciate (stryiiiit), il pirla della Ferrari è riuscito a disincagliarsi, anche grazie all’aiuto di altri vicini (io ho continuato bellamente a leggermi il libro, sbirciando ogni tanto dalla finestra) che sono accorsi con assi di legno per agevolare l’impresa. Pare che dovrà rassegnarsi a non parcheggiarla in garage e a lasciarla tutte le notti in strada. Casi suoi.

Kraus Davi

Letti per voi, recensioni a perdere – Mal di lavoro

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“Ve l’ho detto che sono l’Occidente, che volete da me?” W. Siti, Troppi paradisi

In questa festività del I Maggio ho appropriatamente letto Mal di lavoro (a cura di R. Curcio, Sensibili alle foglie, 2013).

Una raccolta di esperienze lavorative narrate da anonimi (poi vedremo perché) che descrive uno spaccato del mondo del lavoro in Italia all’alba del terzo millennio. Un testo che andrebbe fatto leggere a chi si occupa di politiche dell’occupazione e che asserisce ormai superata la lotta di classe (che invece prosegue incessantemente e unilateralmente, dall’alto verso il basso) e la dicotomia padroni/lavoratori e che insomma sono passati i tempi di Peppone e don Camillo, guardiamo al ‘futuro’, su…

Storie di ricatto, di rassegnazione, umiliazione, estrema sofferenza, perdita di dignità che andrebbero sovrapposte alle pacate immagini di politici, manager, economisti mentre spiegano sorridenti in tv come gira il mondo.

Questa forma di fascismo determinata dal dominio del capitale opprime le vite dei lavoratori non solo in ogni ora di ufficio e fabbrica ma anche ‘fuori orario’, opprime i loro corpi e le loro menti attraverso la costruzione di ‘immaginari’ funzionali all’antico scopo di estrarre quanto più possibile plusvalore dalla loro opera.

Non vi è settore economico che si sottragga a questa logica: grande distribuzione, call center, edilizia, servizi sociali… Le storie narrate testimoniano costantemente di un clima di paura, paura di non essere all’altezza, di non essere riconfermati, di perdere l’esigua forma di sostentamento che consente di sopravvivere in questa società dei consumi, insomma costante paura di rappresaglie (ecco la ragione dell’anonimato, poi si dice che viviamo in democrazia…).

In questo contesto ha gioco facile il padronato ad agitare l’arma del ricatto per ottenere ben oltre di quanto previsto dal contratto (quando c’è): ore straordinarie non pagate, sottomissione collaborativa, appartenenza forzata, fino a persuadere i malcapitati che l’azienda non ti paga: ti compra. Fino ad ottenere addirittura l’impunità per veri e propri crimini, come descrive la vicenda del lavoratore senegalese che non può denunciare il padrone che gli spezza il braccio ‘perché non obbediva’ in quanto nessun collega è disposto a testimoniare: l’imprenditore aveva minacciato tutti che se fosse partita la causa avrebbero perso lavoro e casa (che lui dava loro in affitto). Un caso emblematico di proprietà esclusiva, di ‘nuovo schiavismo’ che la giustizia ordinaria non riesce oggettivamente ad amministrare. Forse quel padrone andrebbe affidato a un tribunale del popolo e giudicato per educarne cento.

Laddove non viene inflitta direttamente sofferenza fisica troviamo infinite varianti di afflizione psichica. Casi limite? Non si direbbe stando alle statistiche che indicano un aumento del 310% fra il 2000 e il 2008 nell’uso di psicofarmaci, senza contare il ‘doping’ da cocaina. Il lavoro di questo ‘cantiere’ centra il problema, a mio parere, quando denuncia la tendenza a ‘medicalizzare’ i problemi del lavoratore, mentre nessuno si cura della patologia di questo modo di produzione. Centra il problema quando evidenzia che è una questione di autonarrazione, facendo l’esempio di Nicola Valentino che resiste al ricatto del direttore del carcere. I lavoratori dovrebbero prendere coscienza della loro ‘falsa coscienza’ per comprendere che non è naturale sorbirsi quotidianamente il vino cattivo della rassegnazione, che è questo modello di società che educa a star male. Personalmente ritengo l’inconscio, come dio, un’invenzione umana e considero la psicanalisi una superstizione, alla stregua delle religioni. Anche i bambini, con la loro logica stringente, non ancora corrotta da sovrastrutture, capiscono che è assurdo vivere per produrre e consumare. E’ assurdo perdere la salute per fare soldi e poi spendere quegli stessi soldi per curarsi. E’ assurdo vivere come se non si dovesse mai morire e poi morire come se non si fosse mai vissuto (cfr Dalai Lama).

Tuttavia qui siamo già oltre: contempliamo lo spettacolo di una generazione che mai (mai) potrà permettersi una casa, una famiglia, dei figli (i santi valori cattolici di destra).

Infine, un’ultima considerazione. C’è stato un periodo in cui questo modello di società è stato fortemente messo in discussione, ma grazie all’opera delle istituzioni repubblicane, di intelligence alleate, delle forze dell’ordine, carabinieri, Gen. Dalla Chiesa, forze democratiche, in primis il Pci, è stato possibile preservarlo e mantenerlo intatto per tramandarlo, nella sua versione modernizzata, alle nuove generazioni.

Kraus Davi


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