Il pubblico ha un’insaziabile curiosità di conoscere tutto, tranne ciò che vale la pena conoscere” O. Wilde

In questo massimamente bagnato week end ho letto Binario morto (A. De Benedetti, L. Rastello, chiarelettere, 2013).

Un bel reportage scritto con avvincente stile non si sa da chi (nel senso che non si riesce a distinguere quale mano verga i passaggi più intriganti dal punto di vista narrativo e dunque quale dei due autori merita di essere seguito nelle sue opere future, e precedenti: nel dubbio, entrambi).

L’ho letto un po’ disturbato dal rombo della Ferrari che il mio vicino di casa aveva appena ritirato dal concessionario. Era rimasta bloccata sulla rampa di accesso ai box poiché, essendo molto bassa, toccava col muso alla fine della discesa; d’altra parte  non riusciva nemmeno a risalire in retromarcia in quanto in cima strisciava sotto. Cosa c’entra questo col Tav? Non c’entra ma c’entra.

Il libro narra di un viaggio, direzione ovest est, lungo il fantomatico ‘corridoio 5′, quello che dovrebbe (avrebbe dovuto, leggendo si capirà che trattasi di utopia, anzi distopia) collegare per via ferroviaria veloce, molto veloce, l’Atlantico agli Urali (vabbè, un po’ prima: Kiev). I viaggiatori (un pacchetto di caffè e due scrittori) sono il prototipo di merci e passeggeri che, nelle intenzioni dei nostri politici, attraverseranno il continente dando slancio e impulso all’economia europea nei decenni a venire.

In realtà, già dalle prime battute del testo, si capisce che la tratta non partirà dal Portogallo (che è senza fondi, è la P di piigs) ma dal sud della Spagna (che sarebbe la S…). Impariamo la differenza fra alta velocità e velocità alta, impariamo che gli spagnoli dovranno inserire una terza rotaia fra le tradizionali due. Che mentre negli Usa la velocità ottimale per le merci è considerata 70 km/h, qui far viaggiare merci ad ‘alta velocità’ è come accelerare il viaggio in autostrada per poi ritardarlo durante la lunga coda al casello, stante la carenza di investimenti in snodi intermodali, in terminal attrezzati. Che il 50% dei tir in circolazione trasporta aria. Che a Torino si rischia di avvelenare la falda acquifera potabile. Che Vicenza rappresenta un baluardo inespugnabile. Che a est di Trieste non c’e più il treno per la Slovenia, si scende e si va in corriera (e le merci?). Che i paesi est europei privilegiano l’asse nord sud. Che questo progetto datato anni ’90 si basava su previsioni di incrementi del pil e dei flussi commerciali che, oggi lo sappiamo, erano decisamente sballate.

Questo racconto ci offre una visione dall’alto della questione Tav, una visione d’insieme che stride con le cronache nostrane concentrate a mostrare l’ineluttabilità del famigerato tratto Torino-Lione, senza il quale saremmo “tagliati fuori”. Ma fuori da che cosa?! Leggete il libro e vi renderete conto della ridicolaggine di tale affermazione. Esistono dei limiti fisici, geografici, economici, umani che sono più potenti dei folli sogni di grandezza del potere, più risolutivi delle chiacchiere da bar, delle opinioni superficiali formate grazie all’opera del circuito massmediatico asservito a ben noti interessi.

Sorge allora la domanda: perché insistere su questa ‘grande opera’ se l’evidenza dei numeri, il parere dei tecnici, l’elementare buonsenso dicono che è controproducente? La risposta risiede in una visione di corto periodo, di cortissimo respiro: per dare ossigeno per 4/5 anni alle imprese che si sono aggiudicate l’appalto. Capito? La militarizzazione di cantieri fantasma (dove si fa solo ammuina), la scia di sangue e bombe e misteri (immancabili in Italia) che si allunga dal ’97 ad oggi in val di Susa, i fiumi di inchiostro e le ore di sproloqui in tv spesi per convincere le classi dominate della bontà delle idee delle classi dominanti, per tratteggiare il ‘paradiso per i nipoti a fronte dell’inferno per i nonni’ (significativo l’accenno storico dell’esperienza staliniana in Ucraina) tutto questo per far traccheggiare ancora un po’ qualche impresa ‘amica’, per fornire un caritatevole momendol al tessuto economico locale.

Se proprio dobbiamo darglieli, diamoglieli sti fondi, keynesianamente,  ma senza fargli fare buchi nelle montagne, senza sollevare polveri di amianto. Diamoglieli e basta, gratis et amore dei (non dico di dirottare i fondi per un update della rete regionale usufruita dai pendolari: sarebbe troppo ragionevole).

Dopo un paio di orette di ridicoli tentativi e di rumorose strisciate (stryiiiit), il pirla della Ferrari è riuscito a disincagliarsi, anche grazie all’aiuto di altri vicini (io ho continuato bellamente a leggermi il libro, sbirciando ogni tanto dalla finestra) che sono accorsi con assi di legno per agevolare l’impresa. Pare che dovrà rassegnarsi a non parcheggiarla in garage e a lasciarla tutte le notti in strada. Casi suoi.

Kraus Davi