Giusto ieri ho visto Lo scatenato (F. Indovina, 1967). Credevo di aver visto tutte le commedie italiane anni 60/70, tuttavia questa mi era sfuggita e sono lieto di aver colmato la lacuna.

Il film narra delle vicende di un attore di spot pubblicitari (V. Gassman)  che vede pregiudicata la sua carriera entrando in collisione col mondo animale. Film profetico (ricordiamo che siamo solo alla fine degli anni ’60) che affronta ironicamente il mondo della pubblicità. Un mondo sul quale oggi non si può certo scherzare, sarebbe blasfemo: la pubblicità è sacra (infatti oggi un film così non potrebbe uscire), un mondo che oggi domina il mondo stesso; viviamo, per chi ancora non se ne fosse reso conto, in un contesto di pubblicità fatta mondo. La cultura, l’informazione, l’intrattenimento non possono in alcun modo prescindere dagli ‘inserzionisti’, che sono gli autentici kingmakers nelle società ‘moderne’, poiché lo scopo ultimo di queste ultime è proprio ‘vendere’. Per ‘vendere’ è necessario creare un bisogno, indurlo attraverso tecniche ben collaudate che fanno ricorso principalmente alle ‘immagini’, e secondariamente ai suoni, e successivamente ancora alle parole. Il presupposto per creare un bisogno è creare insoddisfazione; si può quindi ben affermare che mission primaria della pubblicità sia formare individui e famiglie insoddisfatte. Il bacino cui attingere, il target, è costituito da persone infelici, e quanto più sono infelici tanto più saranno sensibili alle lusinghe del consumismo che, viene ben spiegato dagli spot, potrà ben lenire le loro pene.

Film profetico, si diceva, poiché illustra il grottesco divenire del protagonista, prima beneficiato dal successo e via via ridotto in rovina e in schiavitù (finirà in gabbia allo zoo, accettando le noccioline) dalla persecuzione (reale o immaginaria) di quel lato bestiale che alberga in ognuno di noi. Significativa la sequenza in cui si reca a chiedere lumi a un esperto che reclude formiche (che gli danno dell’idiota) e che gli consiglia il Mein Kampf per risolvere i suoi problemi.

Profetico e irripetibile, dunque, poiché la pervasività pubblicitaria, con il suo carico di infelicità e insoddisfazione, oggi renderebbe impossibile concepire simili opere, e semmai concepite non troverebbero ‘mercato’ in una società senza orizzonte. Senza orizzonte come Il trionfo della morte di Bruegel, come Il trittico del millennio di Bosch, quell’inferno preconizzato nel ’500 che insiste sull’eterno presente, sulla coazione a ripetere, a vendere e consumare, vendere e consumare, niente porta a niente. Quella profezia che, come dice Berger nel suo Contro i nuovi tiranni, annuncia l’immagine del mondo che ci viene comunicata oggi dai media sotto l’impatto della globalizzazione, con il suo criminale bisogno di vendere incessantemente.

Felice Manetti