In questo week end novembrino ho letto Mi cercarono l’anima (D. Facchini, Altreconomia, 2013)

Il racconto dei sette giorni di Stefano Cucchi nelle mani dello Stato attraverso le carte e le testimonianze del processo chiuso in primo grado con la condanna del personale medico del padiglione “Sandro Pertini”, l’ospedale-carcere dove Cucchi ha perso la vita, e l’assoluzione degli altri imputati (tre agenti di polizia penitenziaria) accusati di percosse.
Lo Stato dunque afferma che il pestaggio indubbiamente c’è stato, non si sa chi l’ha commesso, e nega il nesso di causalità fra questo e la morte. Uno schiaffo, prima che alla memoria di Stefano e alla famiglia Cucchi, al buon senso: è intuibile per chiunque che il tragico esito sia stato determinato da concause.
Il racconto è scritto in maniera avvincente proprio perché basato su dati oggettivi, dettagliato giorno per giorno, ora per ora; porta il lettore ‘dentro’ la traiettoria di questa triste vicenda, fino all’insopportabile epilogo, il brano più duro da leggere, dove sembra di assistere in prima persona all’agonia di un essere umano vittima della superficialità e sciatteria propriamente riservate agli ultimi. Infatti una disavventura simile non potrebbe certo mai capitare a un Ligresti, tanto per non fare nomi (che curiosamente incrocia questa vicenda come ricordato a pag. 133) poiché, per come è strutturata questa società, anche l’ambito giudiziario e sanitario sono pesantemente condizionati da logiche classiste.
E’ di ciò che realmente ci parla questo libro: di classi, di ‘rapporti di forza’. Spiace introdurre elementi aridi, materialistici e certamente noiosi in una recensione letteraria, ma lo ritengo doveroso per cercare di arrivare alla radice del problema, per dare un senso alla tragedia e capire perché la realtà circostante si muove in certe direzioni. Del resto anche in questo libro troviamo parti noiose ma utili, con lessico tecnicista, come quando si scende nel dettaglio delle perizie mediche. Si entra letteralmente nelle ossa, nelle vertebre, per cercare di capire cosa effettivamente è successo. E’ faticoso, è difficile, di non immediata comprensione, ma decisamente necessario. Dunque, i rapporti di forza. Essi sono indispensabili per l’equilibrio di questa società. Sono precondizione sociale prima che economica per conseguire lo scopo ultimo verso cui è orientato il mondo: la massimizzazione del saggio di profitto, dato dal rapporto che vede a numeratore il plusvalore e a denominatore la somma del capitale costante (gli investimenti in mezzi di produzione) e capitale variabile (i salari). Tuttavia il sistema non troverebbe equilibrio senza l’elemento che determina l’entità del capitale variabile, ovvero la componente monetaria destinata a ricostituire la forza-lavoro, quelle risorse in definitiva necessarie ai lavoratori per mantenersi, per mangiare, vestirsi e di più (lo svago, ecc). Chi decide quanto e a chi spetta? Ovviamente chi è più forte, chi è uscito vincitore da uno scontro che ha avuto luogo ‘prima’ dell’instaurarsi dei meccanismi di estorsione del plusvalore, che a questo punto servono solo a perpetuare gli stabiliti rapporti di forza. (Attenzione che qui si sta parlando dei meccanismi, tuttora solo parzialmente attuali, dell’economia ‘reale’; niente a che vedere con l’economia virtuale/finanziaria del terzo millennio che risponde a dinamiche più vicine a logiche da videopoker). Nei rapporti nord sud del mondo per esempio la situazione attuale è stata determinata dalle politiche imperialiste e colonialiste del passato e perpetuata ora dai ricatti economici che variano a piacere il tasso di profitto fra diverse aree produttive, aggirando il problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione, liberalizzando la circolazione delle merci e negando un’analoga libera circolazione delle persone.
Cosa c’entra tutto questo col caso Cucchi? C’entra perché le istituzioni, al di là delle funzioni democratiche di facciata, sono preposte alla perpetuazione di quei rapporti di dominio che ‘devono’ essere introiettati dai ‘cittadini’ (sulla carta), sudditi (nella realtà) educati all’obbedienza e al rispetto dell’auctoritas, pena il crollo di tutta l’impalcatura del sistema. Lo Stato si dimostra funzionale a questo: attraverso le leggi (sulla droga come sull’immigrazione) perpetua le disuguaglianze, le divisioni in classi. Specula sulla vulgata del “se la sono cercata”. Utilizza il carcere come discarica sociale (con un sovrappiù di sadismo apportato dal primato vantato dal sistema penitenziario italiano). Realizza nei fatti ciò che a parole afferma di volere contrastare. Ma ciò che che dà più fastidio al potere è che esista qualcuno che insiste nel far emergere le contraddizioni, che smascheri e sottolinei l’ipocrisia fondante del sistema. E se ti ribelli, se sei un blasfemo, se mostri un ‘carattere irascibile’ , con ‘arroganza’, ‘insistenza’, ‘violenza verbale’ nei confronti dei rappresentanti dello Stato in divisa, finisci male. Non hai capito la lezione, non hai capito che a questo mondo è tutta una questione di rapporti di forza, e tu sei debole.
Nella sentenza viene rimproverato anche questo ai familiari, di aver cercato di coinvolgere l’opinione pubblica, di alimentare il clamore mediatico intorno alla vicenda, insomma di tentare di alterare i rapporti di forza. E’ intuitivo che se sei sotto i riflettori stai più attento, sei meno incline a quella superficialità e sciatteria normalmente riservata agli ultimi, ai deboli. Del resto la stampa viene definita il quarto potere mentre forse qualcuno vorrebbe fermarsi al terzo. Lo stesso Gherardo Colombo ai tempi dell’inchiesta Mani pulite riconosceva l’enorme importanza dell’appoggio dell’opinione pubblica, ammettendo implicitamente che l’amministrazione della giustizia non è esclusivamente autosufficiente e autoreferenziale, ma può infondersi in un contesto di cambiamento storico.
Da qui la necessità, per chi non accetta l’attuale stato di cose, di tenere alta l’attenzione, attraverso gli scritti, gli eventi, gli sforzi di verità e informazione, su questa vicenda emblematica, come su altre analoghe. Per incidere materialisticamente sui rapporti di forza che solo gli sprovveduti e gli utopisti possono considerare immutabili. Quegli utopisti che vorrebbero limitarci a sognare in un giardino incantato.

Pococurante