Renzi è morto, evviva Renzi

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Aldo tornò a casa alla solita ora. L’apertura e la chiusura del garage, la ricerca delle chiavi di casa in tasca, la chiamata dell’ascensore. Gesto compiuti mille volte, movimenti automatici che non richiedevano alla mente alcuna attenzione, lasciandola libera di ripensare alla giornata appena trascorsa al lavoro. Una giornata uguale alle altre, forse più uguale delle altre. Troppo uguale.
E anche questa coazione a ripetersi, ad autocitarsi, era un ulteriore sintomo. Un segno della monotonia della sua vita, una vita grigia (il grigio è la mescolanza del bianco col nero).
Eppure viveva, come tutti, in un mondo colorato. Tutto era a colori: accendevi la tv ed ecco i colori sgargianti delle pubblicità. Accendevi il computer, entravi sul web, e pure lì, immagini coloratissime. Potevi cambiare canale, cliccare su mille siti, ma il mondo a colori era sempre lì, non cambiava mai, non riuscivi a liberartene. Qualcosa di opprimente, obbligatorio. Come uscirne, come evadere?
Stava quasi per abbandonare, rassegnato, lo zapping forsennato quando capitò su un canale sconosciuto, che trasmetteva una vecchia commedia anni ’60. Con Gassman. In bianco e nero.
Ne fu rapito. Si lasciò trasportare dalla magistrale interpretazione del protagonista, dalla trama a tratti imprevedibile, dimenticò per due ore il suo lavoro, il mondo, quel pastone colorato pieno di pubblicità, dimenticò il suo ruolo sociale. Una sensazione liberatoria, di riconciliazione con la vita vera.
Al termine del film sentiva di aver maturato una nuova consapevolezza di sé, self awareness spiegherebbe una certa scuola di psicologia. All’interno del film aveva individuato una furbata ingenua, un’innocente marchetta se raffrontata con le mascalzonate dei tempi nostri. Una pubblicità poco subliminale del Martini, il cui logo stava in bella mostra su un posacenere al bar, inquadrato insistentemente. Pertanto, pienamente consapevole e padrone delle proprie azioni, si versò un Martini dry ghiacciato per proseguire la serata. Diede una scorsa a quel nuovo quotidiano, colorato ça va sans dire, in carta salmonata, come l’organo ufficiale dei padroni. Tuttavia questo aveva velleità progressiste. Aldo lesse la prima pagina e imparò che il bianco e nero non va bene, fa vintage, almeno così spiegava il corsivista. Cercò sul web il testo del volantino incriminato, ma non c’era, almeno, Aldo non lo trovò. Il motore di ricerca lo indirizzava ai testi di una cantante israeliana. Andò anche sul blog del corsivista, Robecchi, che l’altra volta era stato prezioso nel riportare la fonte del casus Sallusti/Betulla. Ma stavolta niente link.
Aldo pensò che se si trattava di una cazzata avrebbero dovuto divulgarlo per ridicolizzarli, ma se era una cosa seria avevano fatto bene a nasconderlo.
Tornò al giornale e andò alle pagine interne ed apprese che l’amichetto su alla City, finanziatore di Renzi, si dichiarava favorevole a tassare maggiormente le rendite finanziarie, pertanto si poteva ben concludere, benché in forma interrogativa, che i finanzieri (non nel senso di fiamme gialle) fossero l’ultimo baluardo della sinistra in questo Paese. Sai che novità, persino Buffett e Soros erano favorevoli alle patrimoniali; i soldi servono a pagare i servizi, sia sotto forma di pizzo alla malavita che di patrimoniale ai poveracci. Va bene tutto pur di proseguire a fare gli affaracci loro. Queste le malevoli impressioni di Aldo, ma forse era solo il Martini che iniziava ad entrare in circolo.
Per mettersi alla prova, dura prova in verità, Aldo decise di sintonizzarsi su Sanremo. Trionfo di colori, con prevalenze di toni in blu. Tuttavia, benché parzialmente anestetizzato dall’alcol, non resse più di mezz’ora. Il tempo di osservare seduti lì in platea, non capì bene a che titolo, alcuni personaggi che aveva sempre stimato, fino a quel momento: Virzì, Orlando, Jannacci, Tanica, Nove…. Tu quoque Nove, pensò Aldo.
Il pastone colorato aveva fagocitato anche loro. Li pagavano? Avevano bisogno di soldi? O forse erano entrati al festival come dentro a un cavallo di Troia, per poi educare le masse da par loro. Nell’anteprima Pif aveva tentato qualcosa del genere, intervistando il presenzialista Cocco, di quelli che fanno ciao con la manina, facendogli dire la verità. Che l’imprenditore non lavora, sono gli operai che lavorano per lui. Un Elkann in sedicesimo.
Aldo cambiò dunque canale, riprese lo zapping forsennato alla ricerca del bianco e nero, ma niente. Solo notizie a colori del nuovo governo. Napolitano che parlava di “tinte forti”, si riferiva a Caravaggio? mah… Aldo ormai si stava assopendo davanti alla tv, solo un ultimo sussulto, quando sentì il nuovo premier parlare di Rischiatutto, ecco forse quello era in bianco e nero… ma no, niente, aveva capito male.
Non restava che aspettare i trenta giorni, quando il Paese avrebbe dato di testa (cit.)

A completamento di quanto sotto…

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Avete mai vinto una scommessa? Io sì, più di una; benché abbia una naturale avversione al rischio, talvolta mi arrischio. Come con questo romanzo di Abbate, il primo che abbia letto.
Abbate lo conoscevo solo tramite le performances di Teledurruti o i suoi pezzi su Il Fatto. Il rischio risiedeva nella sindrome da ‘sabato del villaggio’, nell’eccessiva aspettativa rispetto all’effettivo piacere che avrei provato nell’atto concreto della lettura. Ebbene, sebbene tratti di ricordi d’infanzia di un’epoca addirittura precedente la mia nascita (le auto, le riviste, le collezioni di figurine) l’efficace affabulazione trasporta il lettore con naturalezza nel tempo, consentendo l’identificazione con l’io narrante (Abbate bambino).
E’ un testo capace di far sorridere (quando Hitler, l’imbianchino ingaggiato dal nonno viene cazziato da quest’ultimo per la sua negligenza nei lavori di tinteggiatura) e di far ridere (la scena in cui lo stesso Hitler, all’uscita dal cinema, molla uno sganassone al povero piccolo Abbate dopo aver appreso della sua defaillance a scuola -non riusciva disegnare un cubo – per mostrare adeguata severità a Crostaccia, il maestro incontrato lì per caso). Ma anche di commuovere, quando l’io narrante ormai adulto rievoca la scomparsa degli anziani genitori; e lo fa a modo suo, ‘da Abbate’, ricordandoci “quali meravigliose risorse possediamo noi esseri del creato, perfino nei peggiori momenti, quando sembra che non ci sia nulla cui sorridere”. Qui si riesce a trattare con garbo e levità il tema della morte, si evoca il memento mori con l’aneddoto dell’addetto morto al’improvviso, di infarto, alla guida del carro funebre. E ancora prima, di ritorno da Parigi, dove con tutti parenti si era recato in treno (il razzo progettato da Majorana sul terrazzino non era pronto) con lo stridente accostamento fra divi (Belmondo, Camus, Nimier) e le immagini di auto accartocciate, salme ricomposte alla morgue.
Trattasi in definitiva di autofiction, mescolanza di fantasia e realtà, con una ‘trama’ assai improbabile. Hitler, ospite a Palermo, si innamora di una cassiera di rosticceria e, noncurante della pupilla di fuoco incandescente che non smette di puntarlo (un parente che non vede di buon occhio, è il caso di dirlo, la relazione) finisce, probabilmente, incaprettato.
Majorana invece, altro desaparecido redivivo nel romanzo, dopo aver dato lezioni di matematica al bambino Abbate e progettato il suddetto razzo (entrambe imprese fallimentari) scompare definitivamente, travestito da suora, prendendo un treno con destinazione ignota, non prima di aver chiesto al nostro bambino cosa intendesse fare da grande, il quale risponde, pascolianamente, che coltiverà per sempre il fanciullino che è in sé.

Pococurante


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