Ardita prova questo week end: combinare due recensioni di due libri apparentemente distanti, di sicuro dal punto di vista geografico, meno, come vedremo, riguardo ai temi affrontati. Uno ambientato a Brindisi, l’altro nel cuore dell’India.
Si tratta di Il pane e la morte (a cura di R. Curcio, Sensibili alle foglie, 2014) e In marcia con i ribelli (A. Roy, Guanda, 2012).
Il primo analizza attraverso il consueto cantiere socioanalitico, un insieme di narrazioni di persone direttamente coinvolte, le problematiche relative alla vita e al lavoro presso il Petrolchimico e le Centrali termoelettriche che hanno avvelenato il territorio brindisino fin dagli anni ’60.
Il secondo racconta la realtà di un’economia emergente, di quelle che trainano il Pil mondiale con i loro incrementi a due cifre, dal punto di vista di chi si ribella all’espropriazione delle proprie terre, delle montagne e delle foreste.
A Brindisi va in scena da 50 anni lo sciagurato scambio salute-lavoro che produce gli stessi risultati della tragedia tarantina dell’Ilva: impennata, rispetto alla media nazionale, dei tumori fra i lavoratori e la popolazione. E come a Taranto anche a Brindisi possiamo rilevare quei dispositivi che consentono l’impunità dei responsabili, quali la complicità delle istituzioni, l’omertà di gran parte della popolazione, convinta che “l’industria ci dà il pane!” e non approfondisce a che prezzo, la delega alla “comunità scientifica” che in realtà non esiste.
Esistono al contrario le storie drammatiche di vite spezzate, di chi prima di ammalarsi veniva indotto a credere di vivere nella “normalità”, perché la “normalità” è la condizione necessaria per accettare determinate realtà; il soldato deve credere che è normale operare in territorio di guerra, il detenuto che è normale stare in cella, l’operaio che è normale lavorare in reparto di produzione del CVM. Il trauma della diagnosi, della scoperta del “brutto male”, infrange la finzione della “normalità” e spinge il malcapitato a prendere coscienza dell’anormalità della situazione, dunque a ribellarsi, a ricorrere alla magistratura, purtroppo con esiti spesso insoddisfacenti. Tanto che molti si lasciano ricattare anche in questa situazione: l’azienda gli dice ” ti do una liquidazione e assumo tuo figlio, in cambio del silenzio”, un ulteriore stimolo all’omertà. Un clima omertoso che si perpetua fra i colleghi ancora sani, che vedono e sanno cosa avviene in fabbrica, ma tacciono per paura, perché temono di venire considerati “pericolosi per l’azienda”.
Ciò che fa più male è leggere di questa perdita di ‘coscienza di classe’, sembra smarrita la solidarietà fra lavoratori, ciascuno mira a perseguire propri microprivilegi, reali o immaginari… Tanto che anche chi si ammala tende inizialmente a nascondere il suo stato, quasi si vergognasse.
Se questi sono i risultati si tratta dunque del trionfo della strategia del Capitale, che annovera fra i suoi complici quella stessa carne da macello sfruttata per macinare profitti.
Le cose non vanno altrettanto lisce per il governo indiano, che ha individuato “la più grande minaccia per la sicurezza interna” nel Partito Comunista Indiano (maoista) che si è strutturato militarmente e radicato nei villaggi della zona più interna dell’India. Si tratta dei guerriglieri maoisti naxaliti che oppongono resistenza alla politica neocolonialista attuata dal governo indiano contro la propria stessa gente attraverso la confisca di terreni, la deportazione di popolazioni, la costruzione di grandi dighe che devastano migliaia di ettari di foresta. Tutto ciò per favorire l’industria mineraria delle multinazionali interessate all’estrazione di bauxite, indispensabile per la produzione di alluminio, componente principale a sua volta dell’industria bellica. In sostanza la “più grande democrazia del mondo” calpesta la propria Costituzione con la “Operazione caccia verde” che prevede l’utilizzo dell’esercito per consentire alle forze del mercato di estrarre risorse in modo rapido ed efficiente e paradossalmente sono proprio i guerriglieri ad applicare e difendere la Costituzione democratica indiana che proibisce l’esproprio di terre tribali. Lo fanno con la lotta armata e non con la ‘satyagraha’ perché quando la “più grande democrazia del mondo”, la nuova India in cui i cento individui più ricchi detengono un quarto del Pil, manda 800 poliziotti a circondare e isolare un villaggio nella foresta nel cuore della notte, a bruciare case e sparare sugli abitanti, uno sciopero della fame serve a poco (anche perché uno sciopero della fame quando non hai da mangiare…).
A questo punto sorge una domanda circa le motivazioni che spingono una popolazione alla ribellione. Perché là ci si ribella e qua no? Vado oltre: perché qua non ci si ribellerà mai più?
Risponde uno schietto sovrintendente della polizia indiana: “Vede signora, francamente parlando questo problema non lo possiamo risolvere noi poliziotti o l’esercito. Il problema, con questa gente delle tribù, è che non conoscono l’avidità. Finché non diventeranno avidi come noi non abbiamo speranze. L’ho detto al mio capo: ritirate gli uomini e piazzate un televisore in ogni casa. Si risolverà tutto automaticamente.”
Così si spiega perché qua in Occidente è tutto risolto, a ‘loro’ vantaggio. Nel passato gli oppressi si sono sempre ribellati agli oppressori e con le loro lotte, violente o non violente, democratiche o rivoluzionarie, hanno gradualmente conquistato diritti prima negati, spazi di libertà e autonomia. Tuttavia oggi questo processo, che a buon diritto possiamo denominare ‘progresso’, sembra arenato. E’ stato sostituito da un processo entropico che intreccia irreversibilmente avidità, consumismo, rimbecillimento; processo indotto da una prolungata esposizione ai raggi dei televisori nelle nostre case. Ci siamo messi questo estraneo in casa e la casa non ci appartiene più, è diventata altro. La casa è la nuova ideologia. Evocata con messaggi subliminali (“Casa… prendi il maalox…” oppure “dobbiamo stabilire la residenza in questo 40%” epigoni dello slogan che preannunciava i cupi anni ’80 “corri a casa in tutta fretta…”). Intorno alla casa verrà ridotta la battaglia politica a venire, fra chi vuole tassarla o meno (come aveva già capito quello dello slogan del biscione). Intorno a questo feticcio piccolo borghese verrà circoscritta quella che una volta era la Politica, quella che dovrebbe occuparsi di nuovi modelli di sviluppo, attraverso dibattiti di più ampio respiro culturale. Ma La casa è anche il titolo di un film horror (non avete idea di cosa sia il vero orrore se non siete mai stati nella casa di un ricco). Contro l’entropia non si può nulla. Come ve la spiego l’entropia? Stamattina avrei voluto un caffelatte bello scuro, ma mi sono versato troppo latte e me lo sono dovuto tenere così (a meno di non gettarlo e ricominciare daccapo). Ecco perché le cose in Occidente non cambieranno mai più, nè per via ‘democratica’ nè per via ‘rivoluzionaria’. Parafrasando Barnard, siamo i primi nella Storia ad essere così (p)avidi. Sempre a casa; mai in marcia. #statesereni…

Kraus Davi