In questo week end settembrino ho terminato di leggere Melanconia della Resistenza (L. Krasznahorkai, Zandonai, 1989). Romanzo straordinario e misterioso quanto straordinario e misterioso è il talento di chi riesce a farmi trovare sulla scrivania il libro ‘giusto’ nel momento ‘giusto’.
La trama narra di un paesino ungherese sconvolto dall’arrivo di un’inquietante compagnia circense seguita da centinaia di fans, brutti ceffi calamitati non tanto dall’attrazione ‘ufficiale’ (un’enorme balena morta) quanto dal Principe, un ‘aborto della natura’(si dice abbia tre occhi), un essere che necessita di traduttore e che spiega alle masse la Verità: che la costruzione è imperfetta, e deludente, mentre la rovina è perfetta. Che ogni cosa ha un significato. Ogni cosa separata. E non insieme come immagina chi ha paura, perché chi ha paura non sa niente. I seguaci del Principe, sobillati dalla sua Verità, mettono a ferro e fuoco la città. Si accaniscono sugli inermi, perfino sui degenti dell’ospedale.
La prosa è godibilissima, benché molto ‘fitta’ (non si va quasi mai a capo, uno stile alla Bernhard, per intenderci) e in questi casi non si sa mai quanta parte di merito spetti alla traduzione. Ogni personaggio si fa conoscere attraverso lunghi monologhi interiori che ne tratteggiano carattere e mentalità e il lettore è chiamato volta a volta a immedesimarsi. C’è la signora Pflaum, una vedova di corte vedute, con una fottuta paura del mondo, che trova pace e piacere solo all’interno del suo appartamento stipato di porcellane, piante, fiori, confetture… farà una brutta fine. C’è suo figlio, Veluska, praticamente lo scemo del villaggio, ripudiato dalla madre che se ne vergogna e non riesce a coglierne la purezza d’animo; farà una brutta fine anche lui. C’è il signor Eszter, che invece riconosce in Veluska ‘un angelo’ in mezzo alla miseria morale e intellettuale del mondo là fuori e che troppo tardi progetta di proteggerlo; dovrà limitarsi ad andarlo a trovare in manicomio. C’è la signora Eszter, separata dal marito di cui sopra, fredda, calcolatrice, che non si fa scrupolo alcuno per soddisfare la sua brama di potere; avrà tutti ai suoi piedi in paese dopo la devastazione, guiderà la ricostruzione ma l’innamoramento per il colonnello che ha riportato l’ordine con il suo carrarmato non sembra corrisposto, per cui anche per lei manca un lieto fine. Poi ci sono personaggi minori come il capitano di polizia sempre ubriaco, i coniugi Harrer, sempliciotti e manipolabili, tuttavia per trovare il mio preferito occorre tornare al signor Eszter: l’ex direttore del conservatorio che decide di ritirasi dal mondo per sfuggire l’ottusità dell’umanità. Egli si ritiene, a ragione, più intelligente e meno meschino, opportunista e conformista di coloro che lo circondano e pertanto si autoreclude in casa, ma a differenza della signora Pflaum, nutre la consapevolezza che tutto è inutile e tutto destinato alla dissoluzione. Ha scoperto che il grande amore della sua vita, la musica, è solo illusione, oppio che placa, qualcosa di artificiale che dipende dalle accordature degli strumenti e non esiste alcun regno sublime dominato dalla magia perfetta di risonanze e consonanze.
Immagino che lo stesso possa dirsi della letteratura, della pittura, dell’arte in generale. L’artista, come un bravo politicante, è un illusionista che illude innanzitutto se stesso. Basta saperlo. Solo la scienza è concreta, la biologia, la chimica; gli ‘operai della distruzione’ che corrodono il cadavere della signora Pflaum come faranno con ogni organismo ora vivente (pianeta Terra compreso). Ecco ciò che è reale, il resto è fuffa; polvere siamo ecc ecc…
Sono infiniti i segnali che ci avvertono che tutto converge verso la catastrofe, e che non ci possiamo fare proprio niente. Tutto converge ed accelera verso la dissoluzione mentre il rimbecillimento generale collabora a questa corsa, è un segnale esso stesso che la fine è vicina, quando senti certi discorsi… certi adulti ‘ragionare’ da adolescenti, capire quali sono i loro reali interessi, vedere ciò che postano sui ‘social’… Tutto sembra congiurare, tanto che verrebbe voglia di dire: basta, basta ho capito. Basta segnali!

Avverto sempre più pressante la tentazione di imitare Eszter, chiudermi in casa a coltivare il mio genio lasciando fuori l’imbecillità. Chiudermi in casa a imbrattare di pensierini i miei quadernetti con grafia incomprensibile (a volte) anche a me stesso. Quadernetti che se questo fosse un mondo giusto in futuro sarebbero esposti in teche di cristallo come quelli di quel tizio là nella sua casa di Recanati, ma essendo questo un mondo ingiusto prevedo che tale sorte toccherà ai taccuini di Mourinho.
Che meraviglia, chiudersi in casa e starsene in pace, lontani da ogni problema, al riparo da ogni pericolo…
Stavo scrivendo queste considerazioni l’11 settembre scorso quando un piccione kamikaze si è schiantato contro il mio terrazzo. Il botto mi ha fatto sobbalzare e mi sono ferito il palmo della mano con la punta della biro mentre in tv un video di Ligabue ambientato in una fabbrica dismessa mostrava un muro con la scritta “coincidenza un cazzo” (pensate che queste siano ‘invenzioni’ della mia ‘creatività’, eh? Poveri illusi: è tutto vero).

Pococurante