C’era una volta una stella nera, mavro asteri, che colpiva ogni dieci anni e poi si inabissava. Tipo la cadenza temporale degli ultimi film di Kubrick, evidentemente il periodo che gli serviva per progettare le cose a modino. Anche certi scrittori ci mettono il loro tempo per scrivere. Prendete Pynchon, sembra che la tiri in lungo e si diverta soli lui a leggere ciò che scrive, e non i lettori (a meno che non siano pazzi come lui). Una decina d’anni è il lasso di tempo appropriato per rimandare la risposta al domandone che ogni essere pensante dovrebbe porsi: cosa farò da grande? Eh, risposta scontata: diventare Thomas Pynchon… No, posso fare meglio di Pynchon. Intanto beccatevi il primo capitolo del romanzo “Parossistica parresia”.
Arrivederci fra una decina d’anni, quando riemergerò dal web sommerso; intanto continuate a stare a galla “sul web di superficie e ditemi se non fa pena” (cit. da La cresta dell’onda).

Pococurante

CAP. I

“Il giorno più bello della mia vita deve ancora arrivare: quando andrò in pensione”
Questa frase, pronunciata dal mio insegnante di educazione fisica al liceo, un fascistone oggetto di numerose telefonate anonime di minacce (a quei tempi non si poteva vedere il numero del chiamante) che a quest’ora sarà sicuramente andato in pensione, o forse è già anche morto, riemerge sempre più prepotentemente fra i miei ricordi, proprio ora che sta per toccare a me, vivere “il giorno più bello della mia vita”.
Ognuno dovrebbe avere un sogno nella vita, dicono.
Quando chiedono a me quale sia il sogno della mia vita, rispondo sempre: innescare la rivoluzione proletaria e sovvertire questa iniqua società divisa in classi.
Naturalmente non mi crede nessuno e pertanto permane quell’aura di mistero che conferisce fascino alla mia personalità.
Del resto una persona senza segreti è una persona senza personalità.
Del resto il modo migliore per nasconderti una verità è mettertela sotto il naso.

Dopo 39 anni passati a ‘lavorare’ nei servizi, posso andare davvero orgoglioso della riuscita del mio piano; non mi ha mai scoperto nessuno. Nessuno si è accorto di nulla.
Ho scavato in silenzio come una talpa ed ora il sistema è pronto per crollare.
Anzi, sarebbe già crollato se non fosse per questo contrattempo, questo ricovero improvviso in questa clinica per “improcrastinabili esami medici”, mi dicono.
E’ già una settimana che sto qua dentro, isolato dal mondo, senza giornali, tv e web. Per la mia sicurezza, dicono. A me sta benissimo: sono infiniti i rischi di essere intercettati e questi poveri fessi inconsapevolmente stanno facendo il mio gioco…
In realtà penso che questa non sia nemmeno una clinica. Sì d’accordo, i camici bianchi, le attrezzature… ma a me non la fanno, sono troppo scafato. Anche quel primario che talvolta mi interroga… uhm, dev’essere un BB47W che non ha nemmeno fatto troppa carriera se a quell’età l’hanno messo qui a fare da comparsa.
Oh, ecco che mi manda a chiamare!

Il suo ufficiotto ha davvero un arredo spartano, una scrivania, una sedia, non un telefono, non un computer… potevano inscenarla meglio.
- Buongiorno dottore, eccomi qua.
- Prego si accomodi, come sta oggi?
- Esattamente come ieri, e come domani: benissimo. Quando mi fate uscire?
- Ehm, ci sarebbero degli esami da ripetere…
- Ancora?! Ma a che gioco giochiamo? Vogliamo mettere le carte in tavola?
- E va bene (sospira) a che punto sono le indagini?
- Ah ecco. Volete sapere delle indagini…

Mi alzo e me ne vado sbattendo la porta. Cazzo, mi hanno beccato. Torno in camera, anzi dovrei dire cella. Non uscirò mai più.

CAP. II

(…)