Parossistica parresia

Argomenti vari 1 Commento »

C’era una volta una stella nera, mavro asteri, che colpiva ogni dieci anni e poi si inabissava. Tipo la cadenza temporale degli ultimi film di Kubrick, evidentemente il periodo che gli serviva per progettare le cose a modino. Anche certi scrittori ci mettono il loro tempo per scrivere. Prendete Pynchon, sembra che la tiri in lungo e si diverta soli lui a leggere ciò che scrive, e non i lettori (a meno che non siano pazzi come lui). Una decina d’anni è il lasso di tempo appropriato per rimandare la risposta al domandone che ogni essere pensante dovrebbe porsi: cosa farò da grande? Eh, risposta scontata: diventare Thomas Pynchon… No, posso fare meglio di Pynchon. Intanto beccatevi il primo capitolo del romanzo “Parossistica parresia”.
Arrivederci fra una decina d’anni, quando riemergerò dal web sommerso; intanto continuate a stare a galla “sul web di superficie e ditemi se non fa pena” (cit. da La cresta dell’onda).

Pococurante

CAP. I

“Il giorno più bello della mia vita deve ancora arrivare: quando andrò in pensione”
Questa frase, pronunciata dal mio insegnante di educazione fisica al liceo, un fascistone oggetto di numerose telefonate anonime di minacce (a quei tempi non si poteva vedere il numero del chiamante) che a quest’ora sarà sicuramente andato in pensione, o forse è già anche morto, riemerge sempre più prepotentemente fra i miei ricordi, proprio ora che sta per toccare a me, vivere “il giorno più bello della mia vita”.
Ognuno dovrebbe avere un sogno nella vita, dicono.
Quando chiedono a me quale sia il sogno della mia vita, rispondo sempre: innescare la rivoluzione proletaria e sovvertire questa iniqua società divisa in classi.
Naturalmente non mi crede nessuno e pertanto permane quell’aura di mistero che conferisce fascino alla mia personalità.
Del resto una persona senza segreti è una persona senza personalità.
Del resto il modo migliore per nasconderti una verità è mettertela sotto il naso.

Dopo 39 anni passati a ‘lavorare’ nei servizi, posso andare davvero orgoglioso della riuscita del mio piano; non mi ha mai scoperto nessuno. Nessuno si è accorto di nulla.
Ho scavato in silenzio come una talpa ed ora il sistema è pronto per crollare.
Anzi, sarebbe già crollato se non fosse per questo contrattempo, questo ricovero improvviso in questa clinica per “improcrastinabili esami medici”, mi dicono.
E’ già una settimana che sto qua dentro, isolato dal mondo, senza giornali, tv e web. Per la mia sicurezza, dicono. A me sta benissimo: sono infiniti i rischi di essere intercettati e questi poveri fessi inconsapevolmente stanno facendo il mio gioco…
In realtà penso che questa non sia nemmeno una clinica. Sì d’accordo, i camici bianchi, le attrezzature… ma a me non la fanno, sono troppo scafato. Anche quel primario che talvolta mi interroga… uhm, dev’essere un BB47W che non ha nemmeno fatto troppa carriera se a quell’età l’hanno messo qui a fare da comparsa.
Oh, ecco che mi manda a chiamare!

Il suo ufficiotto ha davvero un arredo spartano, una scrivania, una sedia, non un telefono, non un computer… potevano inscenarla meglio.
- Buongiorno dottore, eccomi qua.
- Prego si accomodi, come sta oggi?
- Esattamente come ieri, e come domani: benissimo. Quando mi fate uscire?
- Ehm, ci sarebbero degli esami da ripetere…
- Ancora?! Ma a che gioco giochiamo? Vogliamo mettere le carte in tavola?
- E va bene (sospira) a che punto sono le indagini?
- Ah ecco. Volete sapere delle indagini…

Mi alzo e me ne vado sbattendo la porta. Cazzo, mi hanno beccato. Torno in camera, anzi dovrei dire cella. Non uscirò mai più.

CAP. II

(…)

Letti per voi – Melanconia della resistenza

Argomenti vari 6 Commenti »

In questo week end settembrino ho terminato di leggere Melanconia della Resistenza (L. Krasznahorkai, Zandonai, 1989). Romanzo straordinario e misterioso quanto straordinario e misterioso è il talento di chi riesce a farmi trovare sulla scrivania il libro ‘giusto’ nel momento ‘giusto’.
La trama narra di un paesino ungherese sconvolto dall’arrivo di un’inquietante compagnia circense seguita da centinaia di fans, brutti ceffi calamitati non tanto dall’attrazione ‘ufficiale’ (un’enorme balena morta) quanto dal Principe, un ‘aborto della natura’(si dice abbia tre occhi), un essere che necessita di traduttore e che spiega alle masse la Verità: che la costruzione è imperfetta, e deludente, mentre la rovina è perfetta. Che ogni cosa ha un significato. Ogni cosa separata. E non insieme come immagina chi ha paura, perché chi ha paura non sa niente. I seguaci del Principe, sobillati dalla sua Verità, mettono a ferro e fuoco la città. Si accaniscono sugli inermi, perfino sui degenti dell’ospedale.
La prosa è godibilissima, benché molto ‘fitta’ (non si va quasi mai a capo, uno stile alla Bernhard, per intenderci) e in questi casi non si sa mai quanta parte di merito spetti alla traduzione. Ogni personaggio si fa conoscere attraverso lunghi monologhi interiori che ne tratteggiano carattere e mentalità e il lettore è chiamato volta a volta a immedesimarsi. C’è la signora Pflaum, una vedova di corte vedute, con una fottuta paura del mondo, che trova pace e piacere solo all’interno del suo appartamento stipato di porcellane, piante, fiori, confetture… farà una brutta fine. C’è suo figlio, Veluska, praticamente lo scemo del villaggio, ripudiato dalla madre che se ne vergogna e non riesce a coglierne la purezza d’animo; farà una brutta fine anche lui. C’è il signor Eszter, che invece riconosce in Veluska ‘un angelo’ in mezzo alla miseria morale e intellettuale del mondo là fuori e che troppo tardi progetta di proteggerlo; dovrà limitarsi ad andarlo a trovare in manicomio. C’è la signora Eszter, separata dal marito di cui sopra, fredda, calcolatrice, che non si fa scrupolo alcuno per soddisfare la sua brama di potere; avrà tutti ai suoi piedi in paese dopo la devastazione, guiderà la ricostruzione ma l’innamoramento per il colonnello che ha riportato l’ordine con il suo carrarmato non sembra corrisposto, per cui anche per lei manca un lieto fine. Poi ci sono personaggi minori come il capitano di polizia sempre ubriaco, i coniugi Harrer, sempliciotti e manipolabili, tuttavia per trovare il mio preferito occorre tornare al signor Eszter: l’ex direttore del conservatorio che decide di ritirasi dal mondo per sfuggire l’ottusità dell’umanità. Egli si ritiene, a ragione, più intelligente e meno meschino, opportunista e conformista di coloro che lo circondano e pertanto si autoreclude in casa, ma a differenza della signora Pflaum, nutre la consapevolezza che tutto è inutile e tutto destinato alla dissoluzione. Ha scoperto che il grande amore della sua vita, la musica, è solo illusione, oppio che placa, qualcosa di artificiale che dipende dalle accordature degli strumenti e non esiste alcun regno sublime dominato dalla magia perfetta di risonanze e consonanze.
Immagino che lo stesso possa dirsi della letteratura, della pittura, dell’arte in generale. L’artista, come un bravo politicante, è un illusionista che illude innanzitutto se stesso. Basta saperlo. Solo la scienza è concreta, la biologia, la chimica; gli ‘operai della distruzione’ che corrodono il cadavere della signora Pflaum come faranno con ogni organismo ora vivente (pianeta Terra compreso). Ecco ciò che è reale, il resto è fuffa; polvere siamo ecc ecc…
Sono infiniti i segnali che ci avvertono che tutto converge verso la catastrofe, e che non ci possiamo fare proprio niente. Tutto converge ed accelera verso la dissoluzione mentre il rimbecillimento generale collabora a questa corsa, è un segnale esso stesso che la fine è vicina, quando senti certi discorsi… certi adulti ‘ragionare’ da adolescenti, capire quali sono i loro reali interessi, vedere ciò che postano sui ‘social’… Tutto sembra congiurare, tanto che verrebbe voglia di dire: basta, basta ho capito. Basta segnali!

Avverto sempre più pressante la tentazione di imitare Eszter, chiudermi in casa a coltivare il mio genio lasciando fuori l’imbecillità. Chiudermi in casa a imbrattare di pensierini i miei quadernetti con grafia incomprensibile (a volte) anche a me stesso. Quadernetti che se questo fosse un mondo giusto in futuro sarebbero esposti in teche di cristallo come quelli di quel tizio là nella sua casa di Recanati, ma essendo questo un mondo ingiusto prevedo che tale sorte toccherà ai taccuini di Mourinho.
Che meraviglia, chiudersi in casa e starsene in pace, lontani da ogni problema, al riparo da ogni pericolo…
Stavo scrivendo queste considerazioni l’11 settembre scorso quando un piccione kamikaze si è schiantato contro il mio terrazzo. Il botto mi ha fatto sobbalzare e mi sono ferito il palmo della mano con la punta della biro mentre in tv un video di Ligabue ambientato in una fabbrica dismessa mostrava un muro con la scritta “coincidenza un cazzo” (pensate che queste siano ‘invenzioni’ della mia ‘creatività’, eh? Poveri illusi: è tutto vero).

Pococurante

I.S. puntata uno (la puntata zero risale al 8.08.2013)

Argomenti vari 14 Commenti »

Con una cadenza temporale degna del kali yuga, continuiamo questo barbogio ciclo di interviste con l’emerito Prof. Gustavo Schianchi, laureando in storia del cofanetto Sperlari (cit. Prof. La Sacca, Tutto per denaro)

Professore, dove eravamo rimasti? I fatti sembrano essere ‘davvero’ disposti secondo una logica sinistra…

Le risponderò citando un brano di Melanconia della resistenza di L. Krasznahrkai: “… e improvvisamente una piacevole sensazione le solleticò la schiena come una carezza, perché quel lento e inesorabile degrado per lei, da molto tempo ormai, non indicava più la deludente fine del mondo, anzi, le sembrava l’annuncio di qualcosa che averebbe sostituito un mondo fallito, non dunque l’epilogo, ma un inizio… convinta di trovarsi alle soglie di un’era radicalmente nuova, gravide di promesse, che avrebbe spazzato via tutto, e vedeva che questa convinzione trovava sostegno non solo nei tanti segni quotidiani di dissoluzione del vecchio mondo, ma anche in eventi – se ne manifestavano uno al giorno – inspiegabili e solenni nella loro singolarità…”

Saremmo all’alba di un satya yuga, insomma.

In realtà di eventi inspiegabili e solenni se ne manifestano ben più di uno al giorno: sono miliardi. Sta a noi coglierli e darne interpretazione.

Pattern come metonimie.

Esattamente.

E in questo contesto come si pone l’apparizione dell’I.S.? Da coadiuvante al cambiamento?

Esattamente il contrario. L’I.S. è funzionale al disperato tentativo di conservazione del sistema in dissoluzione. Inventarsi un baubau, distrarre l’opinione pubblica, depistare, sviare l’attenzione, creare l’emergenza, stringersi a coorte, tutto purché non si ragioni su chi sia il nostro vero nemico; insomma una strategia vecchia come il cucco. Prima al quaeda, poi ‘questi’… E’ stupefacente che la massa abbocchi ogni volta.

Ammetterà che però ‘questi’ fanno davvero paura. Lei vivrebbe bene in una califfato gestito da ‘questi’? Guardi che sono alle porte, eh, sono fra noi!

Fanno paura perché mettono a rischio i valori fondanti dell’occidente: pornografia, alcolismo e prosciutto, con le fette del quale ci foderiamo gli occhi.

La libertà, Professore, mettono a rischio la nostra libertà!

Esattamente, e quindi dovremmo fargli la guerra. Giusto, giustissimo. E perché invece non proviamo a dialogare?

Perché non parlano la ‘nostra’ lingua. Questi sono fanatici che non conoscono ragioni.

Esattamente, vedo che mi segue. Non conoscono le ‘nostre’ ragioni, perché hanno un altro Dio. Non credono nel nostro Dio, il Dio dell’Occidente, il Dio Denaro. Credono in Allah, che è tutt’altra cosa. Il loro integralismo non è il nostro integralismo, tuttavia entrambi siamo integralisti. Con il ‘califfato’ cinese, viceversa, dialoghiamo benissimo e ci facciamo pure tanti begli affari, benché loro, i cinesi, quanto a libertà, diritti umani e tentazioni egemoniche se la battano bene con gli jihadisti.

In effetti anche Renzi è andato di recente ad omaggiarli, i cinesi intendo.

Vede?

Vabbè, Professor Schianchi, si è fatto tardi, ci vediamo il prossimo agosto. Ha per caso qualche altra anticipazione da porci?

L’anno prossimo a quest’ora sia Renzi che Berlusconi saranno morti.

Intende politicamente o…

Ah ah ah

Ah ah ah

(ridono entrambi)

Letti per voi – Reagì Mauro Rostagno sorridendo

Argomenti vari 14 Commenti »

In questo ennesimo week end piovoso di questa ‘pazza estate’ (copyright ogni tg) ho letto Reagì Mauro Rostagno sorridendo (A. Sofri, Sellerio, 2014).
Bellissimo resoconto di cronaca giudiziaria relativo al processo di mafia che ha visto imputati e condannati all’ergastolo esecutore e mandante del delitto Rostagno. Il primo attraverso la prova decisiva del dna, rinvenuto sull’arma. Il secondo perché capo mandamento del territorio teatro del delitto e secondo la ferrea gerarchia di Cosa Nostra non poteva che aver dato l’ordine o l’assenso. Il testo è arricchito dai ricordi dell’autore (che si definisce uno dei migliori amici di Mauro, ma non il migliore amico, che veniamo a sapere fu Renato Curcio) legati alla comune militanza politica e anche dalle descrizioni del luogo del delitto, e del processo: Trapani. “Una delle città più infelici del pianeta” secondo la definizione di Chicca Roveri, e tuttavia Mauro scelse di essere “trapanese”.
Il testo risulta istruttivo per molti versi; impariamo come la mafia gestisce le armi, quelle ‘pulite’ e quelle ‘sporche’, come si organizza un attentato (con appostamenti lunghi anche due tre giorni), la scelta dei killer, delle auto. Impariamo che, una volta catturati, i mafiosi possono intraprendere la strada della ‘collaborazione’ con i relativi vantaggi, oppure scontare il 41 bis e poi col tempo, se non si hanno altre condanne, accedere al regime di Alta Sorveglianza che sembrerebbe un salto di qualità addirittura più decisivo che passare dal carcere ordinario alla libertà.
Interessanti anche le considerazioni dell’autore circa l’istituto dell’ergastolo, che andrebbe applicato solo nei confronti di chi ancora può nuocere.
E poi, l’umorismo involontario dei testi, ‘uomini d’onore’ che s’annacavano… incedevano in un certo modo… tutto tipico dell’humus che ha nutrito il ‘genio parodistico di Camilleri’, deposizioni che inducono al sorriso, come ne sorriderebbe Mauro, se non che questa è gente che ammazza, che non ricorda nemmeno quante decine di omicidi ha commesso. Sono piccoli uomini, bestie, ignoranti, ma che ammazzano; la consueta banalità del male.
Faccio fatica ad impietosirmi leggendo del colloquio in carcere con la moglie allorché il killer rievoca attraverso fotografie antiche di quando era picciriddo, di un’infanzia in cui la partita era ancora da giocare, quando la sua vita avrebbe potuto prendere un’altra piega; mi ricorda il personaggio dostoevskiano del vecchio Karamazov: “era sentimentale, cattivo e sentimentale”.
Per contro risalta nelle parole dei p.m. lo splendore della figura umana e intellettuale di Rostagno che viene così risarcito moralmente, insieme ai suoi cari, rispetto ai depistaggi e alle voci che inizialmente, nell’immediatezza del delitto (25 anni fa!) insinuavano questioni di corna, di ‘regolamenti di conti’ fra ‘amici’, e via di questo passo. Voci che avevano indirizzato le indagini dei carabinieri altrove…
Leggendo delle tante vite di Mauro vengono alla mente altre persone splendide.
Belle persone coraggiose, che ci mettevano la faccia, che rischiavano in proprio. Dieci anni prima di Rostagno anche Peppino Impastato pagava con il prezzo della vita il proprio ammirevole coraggio. Persone davvero ammirevoli. L’insopportabile cronaca dell’attualità mi spinge a inserire in quest’elenco anche Vik Arrigoni. Tutte persone splendide. Splendide e sconfitte.
Citerei per il coraggio delle proprie posizioni, fino a pagarne di persona un duro prezzo, anche l’autore di questo testo, Adriano Sofri. Non condivisi a suo tempo la scelta di consegnarsi all’Autorità per scontare una pena che sapeva di non meritare. Trovai più logica e condivisibile la decisione di Pietrostefani, così come appoggiai quella di Cesare Battisti (allora però dovrei metterci pure Cardella…)
Dunque, persone splendide e sconfitte. “Per fortuna sconfitte” aggiungerebbe Mauro, sorridendo.
Per fortuna?! Poteva davvero andare peggio di così?
Certi libri hanno il potere di porti interrogativi. Mi chiedo se questa società abbia davvero bisogno di persone splendide. E’ acclarato che l’onestà, la correttezza, la pulizia non pagano. E non sto parlando a livello individuale, in termini di soldi, carriera, prestigio, autorità (tutte cose che considero disvalori) ma a livello collettivo, sociale. Pensiamo a quanta gente è rimasta indietro negli ultimi trent’anni anche grazie all’opposizione (?) di una sinistra ‘democratica’, colta, intelligente, forbita, politically correct…
Il punto centrale è proprio questo: all’atto pratico, nella dura, concreta realtà, quanta gente è rimasta indietro!
Nel libro si cita la morte di Jimi Hendrix nel 1970, Mauro scrisse su Lotta Continua che “con lui i padroni hanno vinto”. ‘Moralismo’ lo bolla Sofri. 44 anni dopo i padroni hanno stravinto, con tutti. Hendrix aveva forse profetizzato in Hey Joe la banalità del male che avrebbe vinto fra l’indifferenza, la superficialità della società.
Sorge il dubbio che questa società non abbia bisogno di persone belle, pulite, che ci mettano la faccia, che offrano il petto al nemico, ma piuttosto di persone che agiscano nell’ombra, subdole, scorrette, ingannevoli (volti coperti liberi pensieri). Organizzate determinate e spietate tanto quanto è organizzato determinato e spietato il potere. Magari abbiamo bisogno di pirati, di autentici figli di puttana ma dalla parte degli ultimi, degli oppressi. Abbiamo bisogno di militanti capaci di “coniugare insieme la terribile bellezza del corteo del 12 marzo ’77 a Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani” (cit.)
Siamo lontani da quei tempi, certo. Tuttavia la Storia non è finita. Necessiterebbe spezzare il circolo vizioso entropico, individuare un punto di rottura. Forse il combinato disposto dell’incancrenirsi della crisi economica con l’imminente svolta autoritaria istituzionale potrebbe svegliare coscienze sopite e aprire nuovi scenari. Tanto peggio tanto meglio, certo. Tanto peggio per chi? Per chi ha pochissimo o nulla da perdere? No, tanto peggio per chi ha tanto.

Pococurante

Letti per voi – Il pane e la morte/In marcia con i ribelli

Argomenti vari 2 Commenti »

Ardita prova questo week end: combinare due recensioni di due libri apparentemente distanti, di sicuro dal punto di vista geografico, meno, come vedremo, riguardo ai temi affrontati. Uno ambientato a Brindisi, l’altro nel cuore dell’India.
Si tratta di Il pane e la morte (a cura di R. Curcio, Sensibili alle foglie, 2014) e In marcia con i ribelli (A. Roy, Guanda, 2012).
Il primo analizza attraverso il consueto cantiere socioanalitico, un insieme di narrazioni di persone direttamente coinvolte, le problematiche relative alla vita e al lavoro presso il Petrolchimico e le Centrali termoelettriche che hanno avvelenato il territorio brindisino fin dagli anni ’60.
Il secondo racconta la realtà di un’economia emergente, di quelle che trainano il Pil mondiale con i loro incrementi a due cifre, dal punto di vista di chi si ribella all’espropriazione delle proprie terre, delle montagne e delle foreste.
A Brindisi va in scena da 50 anni lo sciagurato scambio salute-lavoro che produce gli stessi risultati della tragedia tarantina dell’Ilva: impennata, rispetto alla media nazionale, dei tumori fra i lavoratori e la popolazione. E come a Taranto anche a Brindisi possiamo rilevare quei dispositivi che consentono l’impunità dei responsabili, quali la complicità delle istituzioni, l’omertà di gran parte della popolazione, convinta che “l’industria ci dà il pane!” e non approfondisce a che prezzo, la delega alla “comunità scientifica” che in realtà non esiste.
Esistono al contrario le storie drammatiche di vite spezzate, di chi prima di ammalarsi veniva indotto a credere di vivere nella “normalità”, perché la “normalità” è la condizione necessaria per accettare determinate realtà; il soldato deve credere che è normale operare in territorio di guerra, il detenuto che è normale stare in cella, l’operaio che è normale lavorare in reparto di produzione del CVM. Il trauma della diagnosi, della scoperta del “brutto male”, infrange la finzione della “normalità” e spinge il malcapitato a prendere coscienza dell’anormalità della situazione, dunque a ribellarsi, a ricorrere alla magistratura, purtroppo con esiti spesso insoddisfacenti. Tanto che molti si lasciano ricattare anche in questa situazione: l’azienda gli dice ” ti do una liquidazione e assumo tuo figlio, in cambio del silenzio”, un ulteriore stimolo all’omertà. Un clima omertoso che si perpetua fra i colleghi ancora sani, che vedono e sanno cosa avviene in fabbrica, ma tacciono per paura, perché temono di venire considerati “pericolosi per l’azienda”.
Ciò che fa più male è leggere di questa perdita di ‘coscienza di classe’, sembra smarrita la solidarietà fra lavoratori, ciascuno mira a perseguire propri microprivilegi, reali o immaginari… Tanto che anche chi si ammala tende inizialmente a nascondere il suo stato, quasi si vergognasse.
Se questi sono i risultati si tratta dunque del trionfo della strategia del Capitale, che annovera fra i suoi complici quella stessa carne da macello sfruttata per macinare profitti.
Le cose non vanno altrettanto lisce per il governo indiano, che ha individuato “la più grande minaccia per la sicurezza interna” nel Partito Comunista Indiano (maoista) che si è strutturato militarmente e radicato nei villaggi della zona più interna dell’India. Si tratta dei guerriglieri maoisti naxaliti che oppongono resistenza alla politica neocolonialista attuata dal governo indiano contro la propria stessa gente attraverso la confisca di terreni, la deportazione di popolazioni, la costruzione di grandi dighe che devastano migliaia di ettari di foresta. Tutto ciò per favorire l’industria mineraria delle multinazionali interessate all’estrazione di bauxite, indispensabile per la produzione di alluminio, componente principale a sua volta dell’industria bellica. In sostanza la “più grande democrazia del mondo” calpesta la propria Costituzione con la “Operazione caccia verde” che prevede l’utilizzo dell’esercito per consentire alle forze del mercato di estrarre risorse in modo rapido ed efficiente e paradossalmente sono proprio i guerriglieri ad applicare e difendere la Costituzione democratica indiana che proibisce l’esproprio di terre tribali. Lo fanno con la lotta armata e non con la ‘satyagraha’ perché quando la “più grande democrazia del mondo”, la nuova India in cui i cento individui più ricchi detengono un quarto del Pil, manda 800 poliziotti a circondare e isolare un villaggio nella foresta nel cuore della notte, a bruciare case e sparare sugli abitanti, uno sciopero della fame serve a poco (anche perché uno sciopero della fame quando non hai da mangiare…).
A questo punto sorge una domanda circa le motivazioni che spingono una popolazione alla ribellione. Perché là ci si ribella e qua no? Vado oltre: perché qua non ci si ribellerà mai più?
Risponde uno schietto sovrintendente della polizia indiana: “Vede signora, francamente parlando questo problema non lo possiamo risolvere noi poliziotti o l’esercito. Il problema, con questa gente delle tribù, è che non conoscono l’avidità. Finché non diventeranno avidi come noi non abbiamo speranze. L’ho detto al mio capo: ritirate gli uomini e piazzate un televisore in ogni casa. Si risolverà tutto automaticamente.”
Così si spiega perché qua in Occidente è tutto risolto, a ‘loro’ vantaggio. Nel passato gli oppressi si sono sempre ribellati agli oppressori e con le loro lotte, violente o non violente, democratiche o rivoluzionarie, hanno gradualmente conquistato diritti prima negati, spazi di libertà e autonomia. Tuttavia oggi questo processo, che a buon diritto possiamo denominare ‘progresso’, sembra arenato. E’ stato sostituito da un processo entropico che intreccia irreversibilmente avidità, consumismo, rimbecillimento; processo indotto da una prolungata esposizione ai raggi dei televisori nelle nostre case. Ci siamo messi questo estraneo in casa e la casa non ci appartiene più, è diventata altro. La casa è la nuova ideologia. Evocata con messaggi subliminali (“Casa… prendi il maalox…” oppure “dobbiamo stabilire la residenza in questo 40%” epigoni dello slogan che preannunciava i cupi anni ’80 “corri a casa in tutta fretta…”). Intorno alla casa verrà ridotta la battaglia politica a venire, fra chi vuole tassarla o meno (come aveva già capito quello dello slogan del biscione). Intorno a questo feticcio piccolo borghese verrà circoscritta quella che una volta era la Politica, quella che dovrebbe occuparsi di nuovi modelli di sviluppo, attraverso dibattiti di più ampio respiro culturale. Ma La casa è anche il titolo di un film horror (non avete idea di cosa sia il vero orrore se non siete mai stati nella casa di un ricco). Contro l’entropia non si può nulla. Come ve la spiego l’entropia? Stamattina avrei voluto un caffelatte bello scuro, ma mi sono versato troppo latte e me lo sono dovuto tenere così (a meno di non gettarlo e ricominciare daccapo). Ecco perché le cose in Occidente non cambieranno mai più, nè per via ‘democratica’ nè per via ‘rivoluzionaria’. Parafrasando Barnard, siamo i primi nella Storia ad essere così (p)avidi. Sempre a casa; mai in marcia. #statesereni…

Kraus Davi

Letti per voi – I buoni

Argomenti vari 18 Commenti »

In questo piovoso week end pasquale ho letto I buoni (L. Rastello, chiarelettere, 2014).
Potentissimo romanzo preceduto dall’avvertenza che il contenuto è frutto della fantasia dell’autore e pertanto è corretto considerare queste vicende come immaginarie. Tuttavia c’è un tuttavia grande come una casa. Tuttavia la mente del lettore non può non andare a Libera, l’associazione di Don Ciotti, soprattutto quando legge la lettera di “scuse” del prete antimafia ( don Silvano nel romanzo) a un giovane siciliano chiamato al nord per lavorare (in nero) per l’associazione. Scuse per averlo menato (“sberle”, “pedate”) quando il lavoratore in nero aveva osato chiedere di esser messo in regola. Qui c’entra poco la fantasia dell’autore: sia la lettera che la denuncia riportate nel libro sono tratte pari pari dalla ‘reale’ lettera di don Ciotti e dalla ‘reale’ denuncia presentata ai carabinieri dal malcapitato, che se la ‘caverà’ con una prognosi di dieci giorni. Non so se anche altre turpitudini descritte nel romanzo siano reali o immaginarie, ma appaiono senz’altro verosimili. Tuttavia ancora, il tema qui affrontato è ben più grande delle miserie di una singola associazione, va ben oltre la cronaca, l’attualità. Qui si tratta di questione filosofica, del male travestito da bene, di lupi travestiti da agnelli.
Il testo è scritto così bene da risultare a tratti ostico, soprattutto nella parte iniziale ambientata in Romania, dove il lessico è volutamente cedevole e zoppicante, rimasticato dai diseredati che abitano le fogne e sniffano colla. Il linguaggio è l’autentico protagonista del romanzo: dove si fa violenza al linguaggio è già iniziata la violenza sugli umani (cit. Calvino).
La trama narra la storia di Azalea (Aza per gli amici, ma poi anche il suo nome viene violato e diviene “Lea”), rumena che arriva in Italia, in una grande città del nord naturalmente ben riconoscibile, e che grazie ad Andrea, operatore umanitario conosciuto anni prima in Romania, intraprende una bella carriera all’interno dell’associazione In punta di piedi, presieduta dal carismatico e famosissimo don Silvano, prete antimafia che viaggia sotto scorta.
Più Aza sale i gradini verso i vertici dell’organizzazione, e con lei il lettore che la segue con apprensione, più ci avviciniamo all’orrore, all’indicibile. Quell’orrore che ci attanaglia quando solleviamo un masso e vi scorgiamo sotto un verminaio. Grida vendetta lo scenario che si disvela: morti bianche in casa e fondi neri all’estero. Accuse di “sindacalismo” per chi rivendica i propri diritti, per chi non vorrebbe lavorare gratis oltre le 40 (50) ore del contratto. Grottesche gerarchie disegnate col grassetto, col cartongesso. Corruzione di minorenni (insomma, pedofilia).
Come se non bastasse, tutto questo bel contesto è avvolto da un’ipocrisia lessicale da voltastomaco. I non allineati non vengono licenziati, ma “accompagnati”. Il “cammino di condivisione” si infrange sul “ci sono cose che voi non sapete” per giustificare l’ingiustificabile, e allora: condivisione di che? E poi “la frusta dell’oltre” per spiegare l’incomprensibile, il “pettegolezzo” per liquidare il senso critico, la “consapevolizzazione” per cooptare gli inconsapevoli… fino all’involontario umorismo macabro quando per commemorare i caduti della Thyssen si afferma che “lavoriamo per essere liberi”, forse retaggio di massime distrattamente udite durante le periodiche gite nei dintorni di Cracovia…
Parliamoci chiaro, ovunque si organizza un centro di potere possiamo rilevare un duplice livello di codice: quello palese e quello occulto. Questo avviene nelle aziende, stati, chiese, partiti, sindacati. Tuttavia qui lo stridore è più forte perché da chi si batte contro la mafia, contro l’omertà, per una maggiore consapevolezza dei cittadini riguardo i propri diritti che non vanno scambiati per favori, ci si aspetterebbe un minimo di coerenza fra il parlato e il praticato. Invece qui pare che “nel sociale” tutto è possibile, scatole cinesi, contributi non pagati, bilanci falsificati perché il fine giustifica i mezzi, hai l’alibi, l’aura antimafia, e chi non è con te è contro di te. Hai elevato la “legalità” a totem e ne custodisci, tu solo, l’essenza. Tutto secondo la logica dell’emergenza, che una volta era la droga e oggi è la mafia. In nome della lotta alla droga si giustificava la ‘filosofia’ di San Patrignano che, stando a quanto trapelava da quella comunità, induceva gli osservatori esterni laici rispetto alla logica emergenziale a ritenere più dignitoso bucarsi piuttosto che strisciare ai piedi del santone.
Nel finale c’è un istruttivo discorso di Andrea che ricorda il monologo del personaggio di Andreotti ne Il Divo di Sorrentino riguardante la necessità, l’inevitabilità della convivenza col male, fingendo di combatterlo: “abbiamo bisogno di accettare un mondo inaccettabile che ci stritola, e abbiamo bisogno di abitarlo sotto anestesia”. Fingere di combattere, qualcuno lo farà al posto nostro, colui che è la forma del mondo com’è.
Il male necessario: la solita scusa del potere.
In realtà di inevitabile c’è il dies irae, che arriva per tutti, anche per chi proprio se lo merita. Inevitabile e giusto, per mano dell’angelo vendicatore venuto dall’est, con una trovata geniale che non svelo per non guastare il finale del libro.
Si fa ancora troppa fatica ad assimilare il concetto di Faber, pure citato da Don Silvano per presentare la rock star Blake in arrivo in città: bisogna essere proprio coglioni per non capire che non ci sono poteri buoni.

Pococurante

Letti per voi – Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler

Argomenti vari 5 Commenti »

In questo week end preprimaverile ho riletto (per la seconda volta) Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler (M. Parente, Mondadori, 2014).
Spiace dirlo, ma questo romanzo mi è piaciuto molto, moltissimo; e ora cercherò di spiegare perché.
La trama descrive la parabola di Max Fontana, bambino malcresciuto a massicce dosi di tv e telefilm che alla soglia dei quarant’anni, rendendosi conto del proprio fallimento professionale e umano, si reca a Parigi per suicidarsi. Tuttavia lì accade l’imponderabile (che verrà tratteggiato meglio in seguito per non impressionare subito il lettore) e rinasce a nuova vita: diviene improvvisamente il più grande artista del mondo.
Da lì in poi, da novello re Mida, tutto ciò che tocca diventa oro, preziose opere d’arte, discutibili e discusse da pubblico e critica, ma ricercatissime.
La vita gli sorride, grazie alla fama e al denaro finalmente può celebrare pienamente la sua eccentricità e sbruffoneria, frequentare il jet set, avere le donne più belle e famose, una vita al massimo finché non interviene di nuovo l’imponderabile, il ‘caso’ che malignamente prima dà e poi toglie.
Il testo è scritto in prima persona, l’io narrante parla nell’iPhone raccontando la parte finale delle propria vita per lasciare ai posteri la testimonianza di come sono andate veramente le cose e quali erano i ‘profondi’ pensieri di questo pazzoide artista.
Descrive le proprie opere, finalizzate a far indignare i moralisti che allignano principalmente fra cattolici e comunisti, tipo Heil Mary!, un madonnone pieno di svastichine in poliestere appoggiato al Colosseo da cui penzola impiccato al cordone ombelicale il bambinello Gesù. Oppure ‘Il guardaroba dei morti’ una sala piena di vestiti da vecchi, poiché i vestiti dei vecchi, tolti dai corpi dei vecchi, diventano vestiti da morti. Oppure ‘L’audio dell’urlo di Munch’, una cassa da 200 W con la registrazione audio dell’urlo che spaventa i visitatori. E poi ‘Zebrei’, due zebre imbalsamate in una camera a gas. E qui si introduce il tema scottante del nazismo, dell’Olocausto, insomma inutile girarci intorno, di Hitler. L’unico artista al mondo del quale Max Fontana riconosce la superiorità.
Parente riesce a creare un personaggio odioso, tanto più odioso quanto più gli attribuisce riflessioni che talvolta troviamo condivisibili; Max Fontana è la faccia oscura della nostra luna nera.
Una summa del Fontana pensiero può essere rappresentato da queste ‘perle’: “le donne sono tutte troie”, “una vita da ufficio è da idioti” (e qui in effetti…), “per parlare con la gente devo drogarmi perché la gente è insopportabile”, “la Cappella Sistina fa cagare”, “Cesare Battisti è un vigliacco perchè in Brasile il governo lo protegge” , “Las Vegas è la massima realizzazione della civiltà umana”, e via di questo passo. L’ammirazione per Hitler non è determinata da motivi politici, Fontana nega di essere nazista, ma dal fatto che, a prescindere dal metodo, è un essere umano, non un mito, un essere umano che prima era uno sfigato qualsiasi e poi ha saputo conquistarsi fama eterna. “Dici Hitler e tutti drizzano le orecchie”. Essere famoso, ecco ciò che più conta nella vita. E ciò non vale solo per il nostro protagonista, nossignori, vale per tutti. Eh già, ognuno nel suo campo, nel suo settore, aspira ad essere famoso; per esempio chi lavora in banca (fa proprio quest’esempio) desidera più di ogni altra cosa essere il più famoso della banca (!).
La trama si dipana poi fra omicidi preterintenzionali che l’autore rivendica come volontari, firmandoli e trasformandoli in opere d’arte per fare’ bella figura’.
Dunque, come può una mente umana concepire simili idee? Quali sono gli elementi, le fonti che hanno contribuito a formare una tale squisita mentalità? Il Nostro cita spesso i suoi riferimenti culturali: telefilm americani, quelli di ultima generazione che, ahimé, conosco solo per sentito dire, mai visti, tipo Dottor House, Dexter, oppure film di cassetta, che invece conosco bene, tipo Rambo, Thelma e Louise, Kill Bill, Karate Kid e infine, Casa Vianello.
In definitiva, Max Fontana non ha proprio nulla di speciale, parliamo del prototipo di spettatore medio uscito da una cura intensiva, trentennale di società dello spettacolo. In effetti cita spesso anche Duchamp, il ready-made, ma non riesce a concepire il superamento dell’arte debordiano. Viene assimilata la lezione impartita dal sistema a tal punto da ritenerla legge fondamentale di natura: ciò che conta non è l’essere, e nemmeno l’avere (infatti dilapida il denaro) ma l’apparire. Non riesce a concepire che possa esistere una vita propria all’infuori del Truman Show che altri, non lui, ha allestito; e fesso è chi vuole uscirne. Rinuncia a cercare la verità, anche nelle piante (sono più belle quelle finte) e la Venezia ricostruita a Las Vegas è di gran lunga preferibile a quella reale. Così gli è stato insegnato nel corso della sua intera vita dallo schermo e diligentemente, ideologicamente vi aderisce, tacciando di ipocrisia, di moralismo chi contesta questa visione della vita. Un esempio di tale superficialità lo troviamo nella considerazione che, in fondo, Hitler ha ‘solo’ anticipato la fine di milioni di individui, che a quest’ora comunque sarebbero morti, come se importasse solo il quando e non il come, come se fosse indifferente morire nel proprio letto o in una camera a gas. Così interpreta il ready-made duchampiano, l’indifferenza degli oggetti rispetto alla sofferenza umana si trasferisce agli umani, così definitivamente reificati: “noi siamo oggetti”.
Coerentemente, riesce a manifestare affetto e amore solo per Martina, che in un primo momento il lettore intende una bambina adottata sordomuta (e qui Parente mi avrebbe davvero deluso), ma poi con sollievo scopriamo essere uno scimpanzé. Certo, a uno cui piace vincere facile, educato dalla filosofia da spot pubblicitario, conviene scegliersi come oggetto d’amore un animale. Anche qui Max Fontana si rivela un comunissimo umano che, non riuscendo ad instaurare autentici rapporti umani, anzi, negandone l’esistenza, riversa tutta la propria capacità d’amore su un ‘oggetto’, benché animato, che ricambierà l’affetto senza giudicare, senza chiedersi se chi ha di fronte sia per caso uno stronzo, senza chiedergli di migliorarsi.
Ne vediamo a milioni, attorno a noi, di gente così, di ‘amanti degli animali’. Animali elevati a divi del web, paparazzati e postati su Fb, gattini, cagnolini; e ciò dovrebbe indurci a ritenere i loro padroni delle persone sensibili..
Non basta cogliere il punto fondamentale dell’origine del mondo: ognuno di noi si è trovato ‘al posto giusto nel momento giusto’, quando eravamo spermatozoo, proprio come Max Fontana davanti al quadro di Courbet. Così è nato chiunque. E chiunque, se solo ne prendesse coscienza, dispone dell’aura benjaminiana, qualsiasi cosa faccia, pensi, crei, è un’opera d’arte, unica e irripetibile. L’errore di Max Fontana consiste nel credere, ed è la fede del nostro tempo, la religione del mondo occidentale, di dover chiedere permesso a qualcuno per ritenersi il più grande artista del mondo, il permesso al pubblico, agli spettatori, al mercato per passare al di là dello schermo, quando chiunque, se capisse che non è neppure necessario essere artisti per permettersi il lusso di essere se stessi, potrebbe sperimentare l’onnipotenza di fare a meno di schermo, spettatori e spettacolo. Tutti uguali, tutti grandi artisti, un comunismo dell’arte che comporterebbe finalmente il superamento dell’arte stessa; quella ‘triste vita comunista’ che comprensibilmente un Max Fontana aborre.

Pococurante

Renzi è morto, evviva Renzi

Argomenti vari 11 Commenti »

Aldo tornò a casa alla solita ora. L’apertura e la chiusura del garage, la ricerca delle chiavi di casa in tasca, la chiamata dell’ascensore. Gesto compiuti mille volte, movimenti automatici che non richiedevano alla mente alcuna attenzione, lasciandola libera di ripensare alla giornata appena trascorsa al lavoro. Una giornata uguale alle altre, forse più uguale delle altre. Troppo uguale.
E anche questa coazione a ripetersi, ad autocitarsi, era un ulteriore sintomo. Un segno della monotonia della sua vita, una vita grigia (il grigio è la mescolanza del bianco col nero).
Eppure viveva, come tutti, in un mondo colorato. Tutto era a colori: accendevi la tv ed ecco i colori sgargianti delle pubblicità. Accendevi il computer, entravi sul web, e pure lì, immagini coloratissime. Potevi cambiare canale, cliccare su mille siti, ma il mondo a colori era sempre lì, non cambiava mai, non riuscivi a liberartene. Qualcosa di opprimente, obbligatorio. Come uscirne, come evadere?
Stava quasi per abbandonare, rassegnato, lo zapping forsennato quando capitò su un canale sconosciuto, che trasmetteva una vecchia commedia anni ’60. Con Gassman. In bianco e nero.
Ne fu rapito. Si lasciò trasportare dalla magistrale interpretazione del protagonista, dalla trama a tratti imprevedibile, dimenticò per due ore il suo lavoro, il mondo, quel pastone colorato pieno di pubblicità, dimenticò il suo ruolo sociale. Una sensazione liberatoria, di riconciliazione con la vita vera.
Al termine del film sentiva di aver maturato una nuova consapevolezza di sé, self awareness spiegherebbe una certa scuola di psicologia. All’interno del film aveva individuato una furbata ingenua, un’innocente marchetta se raffrontata con le mascalzonate dei tempi nostri. Una pubblicità poco subliminale del Martini, il cui logo stava in bella mostra su un posacenere al bar, inquadrato insistentemente. Pertanto, pienamente consapevole e padrone delle proprie azioni, si versò un Martini dry ghiacciato per proseguire la serata. Diede una scorsa a quel nuovo quotidiano, colorato ça va sans dire, in carta salmonata, come l’organo ufficiale dei padroni. Tuttavia questo aveva velleità progressiste. Aldo lesse la prima pagina e imparò che il bianco e nero non va bene, fa vintage, almeno così spiegava il corsivista. Cercò sul web il testo del volantino incriminato, ma non c’era, almeno, Aldo non lo trovò. Il motore di ricerca lo indirizzava ai testi di una cantante israeliana. Andò anche sul blog del corsivista, Robecchi, che l’altra volta era stato prezioso nel riportare la fonte del casus Sallusti/Betulla. Ma stavolta niente link.
Aldo pensò che se si trattava di una cazzata avrebbero dovuto divulgarlo per ridicolizzarli, ma se era una cosa seria avevano fatto bene a nasconderlo.
Tornò al giornale e andò alle pagine interne ed apprese che l’amichetto su alla City, finanziatore di Renzi, si dichiarava favorevole a tassare maggiormente le rendite finanziarie, pertanto si poteva ben concludere, benché in forma interrogativa, che i finanzieri (non nel senso di fiamme gialle) fossero l’ultimo baluardo della sinistra in questo Paese. Sai che novità, persino Buffett e Soros erano favorevoli alle patrimoniali; i soldi servono a pagare i servizi, sia sotto forma di pizzo alla malavita che di patrimoniale ai poveracci. Va bene tutto pur di proseguire a fare gli affaracci loro. Queste le malevoli impressioni di Aldo, ma forse era solo il Martini che iniziava ad entrare in circolo.
Per mettersi alla prova, dura prova in verità, Aldo decise di sintonizzarsi su Sanremo. Trionfo di colori, con prevalenze di toni in blu. Tuttavia, benché parzialmente anestetizzato dall’alcol, non resse più di mezz’ora. Il tempo di osservare seduti lì in platea, non capì bene a che titolo, alcuni personaggi che aveva sempre stimato, fino a quel momento: Virzì, Orlando, Jannacci, Tanica, Nove…. Tu quoque Nove, pensò Aldo.
Il pastone colorato aveva fagocitato anche loro. Li pagavano? Avevano bisogno di soldi? O forse erano entrati al festival come dentro a un cavallo di Troia, per poi educare le masse da par loro. Nell’anteprima Pif aveva tentato qualcosa del genere, intervistando il presenzialista Cocco, di quelli che fanno ciao con la manina, facendogli dire la verità. Che l’imprenditore non lavora, sono gli operai che lavorano per lui. Un Elkann in sedicesimo.
Aldo cambiò dunque canale, riprese lo zapping forsennato alla ricerca del bianco e nero, ma niente. Solo notizie a colori del nuovo governo. Napolitano che parlava di “tinte forti”, si riferiva a Caravaggio? mah… Aldo ormai si stava assopendo davanti alla tv, solo un ultimo sussulto, quando sentì il nuovo premier parlare di Rischiatutto, ecco forse quello era in bianco e nero… ma no, niente, aveva capito male.
Non restava che aspettare i trenta giorni, quando il Paese avrebbe dato di testa (cit.)

A completamento di quanto sotto…

Argomenti vari 22 Commenti »

Avete mai vinto una scommessa? Io sì, più di una; benché abbia una naturale avversione al rischio, talvolta mi arrischio. Come con questo romanzo di Abbate, il primo che abbia letto.
Abbate lo conoscevo solo tramite le performances di Teledurruti o i suoi pezzi su Il Fatto. Il rischio risiedeva nella sindrome da ‘sabato del villaggio’, nell’eccessiva aspettativa rispetto all’effettivo piacere che avrei provato nell’atto concreto della lettura. Ebbene, sebbene tratti di ricordi d’infanzia di un’epoca addirittura precedente la mia nascita (le auto, le riviste, le collezioni di figurine) l’efficace affabulazione trasporta il lettore con naturalezza nel tempo, consentendo l’identificazione con l’io narrante (Abbate bambino).
E’ un testo capace di far sorridere (quando Hitler, l’imbianchino ingaggiato dal nonno viene cazziato da quest’ultimo per la sua negligenza nei lavori di tinteggiatura) e di far ridere (la scena in cui lo stesso Hitler, all’uscita dal cinema, molla uno sganassone al povero piccolo Abbate dopo aver appreso della sua defaillance a scuola -non riusciva disegnare un cubo – per mostrare adeguata severità a Crostaccia, il maestro incontrato lì per caso). Ma anche di commuovere, quando l’io narrante ormai adulto rievoca la scomparsa degli anziani genitori; e lo fa a modo suo, ‘da Abbate’, ricordandoci “quali meravigliose risorse possediamo noi esseri del creato, perfino nei peggiori momenti, quando sembra che non ci sia nulla cui sorridere”. Qui si riesce a trattare con garbo e levità il tema della morte, si evoca il memento mori con l’aneddoto dell’addetto morto al’improvviso, di infarto, alla guida del carro funebre. E ancora prima, di ritorno da Parigi, dove con tutti parenti si era recato in treno (il razzo progettato da Majorana sul terrazzino non era pronto) con lo stridente accostamento fra divi (Belmondo, Camus, Nimier) e le immagini di auto accartocciate, salme ricomposte alla morgue.
Trattasi in definitiva di autofiction, mescolanza di fantasia e realtà, con una ‘trama’ assai improbabile. Hitler, ospite a Palermo, si innamora di una cassiera di rosticceria e, noncurante della pupilla di fuoco incandescente che non smette di puntarlo (un parente che non vede di buon occhio, è il caso di dirlo, la relazione) finisce, probabilmente, incaprettato.
Majorana invece, altro desaparecido redivivo nel romanzo, dopo aver dato lezioni di matematica al bambino Abbate e progettato il suddetto razzo (entrambe imprese fallimentari) scompare definitivamente, travestito da suora, prendendo un treno con destinazione ignota, non prima di aver chiesto al nostro bambino cosa intendesse fare da grande, il quale risponde, pascolianamente, che coltiverà per sempre il fanciullino che è in sé.

Pococurante

Letti (non ancora) per voi – Recensioni incompiute, Intanto anche dicembre è passato

Argomenti vari 6 Commenti »

In questo week end nebbioso sto leggendo Intanto anche dicembre è passato (F. Abbate, Baldini & Castoldi, 2013)

Premetto che trattasi di recensione anomala datosi che il libro non l’ho finito, anzi l’ho appena iniziato. Tuttavia avverto l’urgenza di scriverne. Perché?
Ieri mattina ricevo la convocazione per il pomeriggio stesso (venerdì!) alla riunione con capi, capetti e grande capo in sede a Milano. Grande incazzatura. Grande scoramento. Tentazione di addurre una scusa, che so motivi familiari, per non andare. Ma forse è proprio quello che si aspettano per poi restare in credito, quelli sono bastardi. Insomma, devo andarci. Poi dice che uno non legge più, non scrive più… per forza, qui ti rubano il tempo! E non solo quello.
Le prime volte queste convocazioni mi procuravano ansia, angoscia, timore reverenziale. Ora la sensazione è solo: pena. Grandissima pena. Queste riunioni sono penose e prevedibili come i pranzi natalizi coi parenti, come il festival di Sanremo. Adesso tutto, tutto il contesto mi sembra penoso e prevedibile. Ho bisogno di qualcosa di forte. Entro (no, non al bar; devo ancora guidare al ritorno) in libreria e chiedo l’ultimo libro di Abbate. Una rapida ricerca a video e “sì, ce l’abbiamo” – “davvero, ce l’avete? Lo compro!”. Ecco, ora lo stringo in mano l’imprevedibile.
Mentre mi dirigo in sede ne leggo l’inizio. Parla dell’ingaggio di un ‘particolare’ imbianchino per pittare casa. Hitler, per non infondati motivi, è assurto a brand del Male che ciascuno giustamente sfrutta ai suoi fini, che siano di tinteggiatura e/o letterari (fra l’altro dev’essere di prossima uscita anche il libro di un parente che sfrutta il medesimo brand, boh quello poi vedremo). Comunque, c’è questa scena dove il nonno cazzia Hitler, glielo fa a fette notando lo stato di non avanzamento dei lavori. Mi ha strappato un sorriso. Ed è con quel sorriso che entro alla riunione.
Tutti gentilissimi, i bastardi. Grandi strette di mano, pacche sulle spalle. Bastardi senza gloria. Si credono furbissimi. Gentilezza e affabilità come mimetismo, come depistaggio, per dissimulare i reali rapporti di forza. Come per tenerli a pelo d’acqua, i rapporti di forza. Ma in fondo questi sono poveri cristi. Guadagneranno solo il doppio di me (i capetti), forse il triplo (il grande capo). Sono solo replicanti, volenterosi carnefici al servizio dei vertici, quelli che si pigliano 200/300 volte il mio stipendio. Anche questi penosi incontri sono repliche, scimmiottamenti delle riunioni che subiscono loro, dai ‘vertici’.
I capetti iniziano a sciorinare la solita, patetica lezioncina sulla redditività, in attesa dell’intervento del grande capo. Il quale già un paio di volte si è avvicinato con nonchalace alla finestra aperta, dandole le spalle. Suppongo per rilasciare silenziose flatulenze.
Una finestra aperta. D’inverno. A Milano.
Link chiama link. La mente ragiona come un motore di ricerca. E’ sempre stato così, ora ne abbiamo piena consapevolezza.
Dunque mi sovviene Calabresi, e poi Sofri (ma il figlio) che ha scritto un terrificante post sul suo blog. Terrificante perché temo tanto che abbia ragione. La fine dei libri, argomentata con solidi indizi, anzi prove. Parafrasando Pinelli (se è vero è la fine dell’anarchia) direi: se è vero è la fine di tutto. Dice che è inutile scrivere libri, poiché nessuno ha più tempo di leggerli. Tutti ‘navigano’ in rete, sia in casa che fuori coi nuovi aggeggi elettronici. E ciò non solo porta via tempo (i giorni durano sempre 24 ore, non è data espansione di memoria) ma disabitua alla concentrazione, alla lettura di lunghi testi. Verissimo. Me ne rendo conto io stesso sulla mia pelle, benché non sia certo un patito del web. Ultimamente fatico a finire Il re pallido di Wallace. Pochi anni fa avevo letto Infinte jest che è il doppio. Onestamente penso di essere uno dei pochi ad averlo davvero letto tutto fino in fondo, fino all’ultima microscopica nota. Nessuno, da me interpellato, è in grado di dire cosa stava scritto in cirillico sulla maglietta di Pemulis (la vodka è nemica della produzione). Ironico. L’alcol è amicissimo della produzione, almeno quella letteraria; chiedete a Hemingway che suggeriva di scrivere ubriachi e correggere da sobri. Qui mi pare vi sia ben poco da correggere. Divago. Eppure Il re pallido è fenomenale, spiega tutto. Spiega come siamo arrivati ad essere carne da consumismo, dall’avvento di Reagan in poi. Tutto pianificato, come l’eccesso di informazione. Una volta non era così, avevi ‘il tempo’ di leggere, di ponderare. Oggi hai l’assillo di cogliere l’ultima esternazione di Renzi, di Letta, altrimenti se perdi una puntata non ti raccapezzi più. Il blogger dice che un post ha più lettori di un libro, e resterà, a differenza del cartaceo che finirà intonso al macero. Certo è più sintetico ma, dice Sofri, talvolta un pensiero che sta in poche pagine viene stiracchiato in cento per ricavarne un romanzo. Talvolta è così, d’accordo, ma come la mettiamo con Wallace, con Pynchon, con la felicità del narrare? Suvvia, sarà stata una provocazione.
Ecco a che penso mentre qui risuona incessante il mantra della redditività, meme ripetuto decine di volte. Redditività, redditività. Comincio a pensare che vi sia dell’altro, di torbido, di inconfessabile. Mandano avanti la redditività come cortina fumogena, non è possibile che ostentino così apertamente, oscenamente il loro vero desiderio recondito. La redditività come diversivo, depistaggio.
I capetti hanno concluso la loro prolusione, stanno per dare la parola al grande capo. Sembrano indispettiti dal sorrisetto che devo aver mantenuto sulle labbra per tutto il tempo. Sorrisetto in realtà determinato dalla consapevolezza di avere il libro di Abbate nella borsa. Non un post, non un sms, non un tweet. Un libro. Questi poveretti non sapranno mai perché sorrido, perché riesco a sopportare tutto questo, non sospettano evasioni patafisiche.
Vabbè comunque in conclusione: questa (non) recensione resta incompiuta (come Il re pallido, del resto) perché il libro non l’ho finito.
(continua, forse…)

Kraus Davi alias Massimo Bagnato alias Pococurante alias ecc. ecc. e via via disperdendo la mia identità…

Letti per voi, recensioni a perdere – Gli sdraiati

Argomenti vari 7 Commenti »

In questo primo week end dicembrino ho letto Gli sdraiati (M. Serra, Feltrinelli, 2013)

Best seller che contende a Volo la cima delle classifiche di vendita (e già questo offrirebbe spunti di riflessione).
Lo stile dell’autore è quello che conosciamo e non delude le attese, tagliente, ironico. Con un di più: è accorato.
Si tratta di monologo/lettera/confessione di un padre al figlio adolescente. Una disamina del rapporto intergenerazionale all’alba del terzo millennio. Il tema del libro è infatti la straordinarietà di questa generazione, degli adolescenti di oggi, affatto diversi da quelli di ieri e forse di sempre.
Il padre narrante, percependo distintamente la distanza e l’incomunicabilità con il figlio e i suoi coetanei, nutre il sospetto che non si tratti della classica difficoltà a capirsi e comunicare fra vecchi e giovani che esiste da che mondo è mondo, ma che sia in corso una separazione definitiva fra il passato e il futuro degli umani. Egli si sente come l’ultimo anello di una catena spezzata, tale è la cesura fra il ‘suo’ mondo, fatto di attenzione per l’ambiente circostante, la bellezza della natura, del mare, della montagna; cura della casa, il suo ordine, la sua pulizia e la sciatteria e trascuratezza che per contro il figlio vi riserva.
A questi giovani pare interessare poco ciò che esula da quei due metri scarsi che occupano nell’universo; per contro sono concentratissimi sulla propria persona, sull’abbigliamento (molto istruttivo l’episodio del negozio di felpe ‘speciali’) e soprattutto (qui penso sia il punto nodale, il discrimine fra l’oggi e il passato) sono sempre connessi.
Credo che questa generazione, a differenza delle precedenti, non abbia mai sperimentato davvero la noia, le ore vuote. La noia è una grande levatrice, ma non ne scoprirai mai le virtù maieutiche se sei sempre connesso, quindi, in definitiva, sempre distratto.
Talché sembrerebbe superflua anche una ‘Grande Guerra Finale’ per dominare una simile gioventù di debosciati, bastando una piattaforma digitale ben congegnata.

E’ proprio vero che l‘amore naturale che si porta ai figli bambini non è un merito. Non richiede capacità che non siano istintive. Il difficile viene dopo. Dal mio particolare punto vista, di futuro padre di adolescenti (fra una decina d’anni) leggo con sgomento che il figlio di un borghese illuminato, raffinato intellettuale, indubbiamente sensibile e intelligente, che non ringrazierò mai abbastanza per Cuore (quella boccata d’ossigeno settimanale indispensabile per riuscire a respirare nei mefitici anni ’80/90) insomma proprio il figlio di Michele Serra non sembra distinguibile, quanto a maleducazione in senso lato, dal figlio di un cafone, ignorante, evasore, arricchito. Inesorabilmente omologato dal processo di narcisizzazione di massa.
Ciò dà la misura del ‘peso’, nell’educazione di una persona, che ha assunto la società, ‘questa’ società dei consumi e del parossismo mediatico, rispetto alla famiglia (non parliamo della scuola, poveri insegnanti…). E’ come combattere a mani nude contro un moloch.
Poi Serra ci mette del suo, in una sorta di autoanalisi circa le sue difficoltà ad interpretare l’auctoritas (e qui il mio sgomento cresce perché potrei sottoscrivere riga per riga), a stabilire regole e a farle rispettare, con tono convincente e convinto… mamma mia!
Se è la società che riesce più efficacemente ad educare, se la famiglia conta così poco, resterebbe solo da sperare che fra dieci anni sarà cambiato il mondo, forse una guerra, una carestia, il collasso finanziario globale, insomma qualcosa che spazzi via questa società del “benessere” che si incarica di così ‘ben allevare’ i giovani. Oppure niente di così catastrofico, basterebbe uno shock petrolifero tipo quello del ’73, le domeniche a piedi, l’austerity… e poi il ’77… sono stato adolescente nel ’77, in quel clima culturale, non so se mi spiego, e sono venuto su benissimo, modestia a parte.
Nel finale del libro, allorché il padre riesce a convincere il figlio a condividere la mitizzata salita sul Colle della Nasca, si cerca di dare un messaggio di speranza: questi giovani non sono arretrati, ma sono già oltre. Incarnano un’inedita forma di snobismo, di superiorità; sono poco curanti. Con le loro scarpe, col loro fuso orario, col loro passo, insomma ‘a modo loro’ raggiungeranno comunque quelle mete che in passato sono state conquistate tramite vetusti protocolli fossilizzati nel tradizionalismo. Mah, sperèm…

Kraus Davi

Letti per voi, recensioni a perdere – Mi cercarono l’anima

Argomenti vari 5 Commenti »

In questo week end novembrino ho letto Mi cercarono l’anima (D. Facchini, Altreconomia, 2013)

Il racconto dei sette giorni di Stefano Cucchi nelle mani dello Stato attraverso le carte e le testimonianze del processo chiuso in primo grado con la condanna del personale medico del padiglione “Sandro Pertini”, l’ospedale-carcere dove Cucchi ha perso la vita, e l’assoluzione degli altri imputati (tre agenti di polizia penitenziaria) accusati di percosse.
Lo Stato dunque afferma che il pestaggio indubbiamente c’è stato, non si sa chi l’ha commesso, e nega il nesso di causalità fra questo e la morte. Uno schiaffo, prima che alla memoria di Stefano e alla famiglia Cucchi, al buon senso: è intuibile per chiunque che il tragico esito sia stato determinato da concause.
Il racconto è scritto in maniera avvincente proprio perché basato su dati oggettivi, dettagliato giorno per giorno, ora per ora; porta il lettore ‘dentro’ la traiettoria di questa triste vicenda, fino all’insopportabile epilogo, il brano più duro da leggere, dove sembra di assistere in prima persona all’agonia di un essere umano vittima della superficialità e sciatteria propriamente riservate agli ultimi. Infatti una disavventura simile non potrebbe certo mai capitare a un Ligresti, tanto per non fare nomi (che curiosamente incrocia questa vicenda come ricordato a pag. 133) poiché, per come è strutturata questa società, anche l’ambito giudiziario e sanitario sono pesantemente condizionati da logiche classiste.
E’ di ciò che realmente ci parla questo libro: di classi, di ‘rapporti di forza’. Spiace introdurre elementi aridi, materialistici e certamente noiosi in una recensione letteraria, ma lo ritengo doveroso per cercare di arrivare alla radice del problema, per dare un senso alla tragedia e capire perché la realtà circostante si muove in certe direzioni. Del resto anche in questo libro troviamo parti noiose ma utili, con lessico tecnicista, come quando si scende nel dettaglio delle perizie mediche. Si entra letteralmente nelle ossa, nelle vertebre, per cercare di capire cosa effettivamente è successo. E’ faticoso, è difficile, di non immediata comprensione, ma decisamente necessario. Dunque, i rapporti di forza. Essi sono indispensabili per l’equilibrio di questa società. Sono precondizione sociale prima che economica per conseguire lo scopo ultimo verso cui è orientato il mondo: la massimizzazione del saggio di profitto, dato dal rapporto che vede a numeratore il plusvalore e a denominatore la somma del capitale costante (gli investimenti in mezzi di produzione) e capitale variabile (i salari). Tuttavia il sistema non troverebbe equilibrio senza l’elemento che determina l’entità del capitale variabile, ovvero la componente monetaria destinata a ricostituire la forza-lavoro, quelle risorse in definitiva necessarie ai lavoratori per mantenersi, per mangiare, vestirsi e di più (lo svago, ecc). Chi decide quanto e a chi spetta? Ovviamente chi è più forte, chi è uscito vincitore da uno scontro che ha avuto luogo ‘prima’ dell’instaurarsi dei meccanismi di estorsione del plusvalore, che a questo punto servono solo a perpetuare gli stabiliti rapporti di forza. (Attenzione che qui si sta parlando dei meccanismi, tuttora solo parzialmente attuali, dell’economia ‘reale’; niente a che vedere con l’economia virtuale/finanziaria del terzo millennio che risponde a dinamiche più vicine a logiche da videopoker). Nei rapporti nord sud del mondo per esempio la situazione attuale è stata determinata dalle politiche imperialiste e colonialiste del passato e perpetuata ora dai ricatti economici che variano a piacere il tasso di profitto fra diverse aree produttive, aggirando il problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione, liberalizzando la circolazione delle merci e negando un’analoga libera circolazione delle persone.
Cosa c’entra tutto questo col caso Cucchi? C’entra perché le istituzioni, al di là delle funzioni democratiche di facciata, sono preposte alla perpetuazione di quei rapporti di dominio che ‘devono’ essere introiettati dai ‘cittadini’ (sulla carta), sudditi (nella realtà) educati all’obbedienza e al rispetto dell’auctoritas, pena il crollo di tutta l’impalcatura del sistema. Lo Stato si dimostra funzionale a questo: attraverso le leggi (sulla droga come sull’immigrazione) perpetua le disuguaglianze, le divisioni in classi. Specula sulla vulgata del “se la sono cercata”. Utilizza il carcere come discarica sociale (con un sovrappiù di sadismo apportato dal primato vantato dal sistema penitenziario italiano). Realizza nei fatti ciò che a parole afferma di volere contrastare. Ma ciò che che dà più fastidio al potere è che esista qualcuno che insiste nel far emergere le contraddizioni, che smascheri e sottolinei l’ipocrisia fondante del sistema. E se ti ribelli, se sei un blasfemo, se mostri un ‘carattere irascibile’ , con ‘arroganza’, ‘insistenza’, ‘violenza verbale’ nei confronti dei rappresentanti dello Stato in divisa, finisci male. Non hai capito la lezione, non hai capito che a questo mondo è tutta una questione di rapporti di forza, e tu sei debole.
Nella sentenza viene rimproverato anche questo ai familiari, di aver cercato di coinvolgere l’opinione pubblica, di alimentare il clamore mediatico intorno alla vicenda, insomma di tentare di alterare i rapporti di forza. E’ intuitivo che se sei sotto i riflettori stai più attento, sei meno incline a quella superficialità e sciatteria normalmente riservata agli ultimi, ai deboli. Del resto la stampa viene definita il quarto potere mentre forse qualcuno vorrebbe fermarsi al terzo. Lo stesso Gherardo Colombo ai tempi dell’inchiesta Mani pulite riconosceva l’enorme importanza dell’appoggio dell’opinione pubblica, ammettendo implicitamente che l’amministrazione della giustizia non è esclusivamente autosufficiente e autoreferenziale, ma può infondersi in un contesto di cambiamento storico.
Da qui la necessità, per chi non accetta l’attuale stato di cose, di tenere alta l’attenzione, attraverso gli scritti, gli eventi, gli sforzi di verità e informazione, su questa vicenda emblematica, come su altre analoghe. Per incidere materialisticamente sui rapporti di forza che solo gli sprovveduti e gli utopisti possono considerare immutabili. Quegli utopisti che vorrebbero limitarci a sognare in un giardino incantato.

Pococurante

Visti per voi (visioni a perdere) – Gli equilibristi

Argomenti vari 92 Commenti »

Giusto ieri ho visto Gli equilibristi (I. De Matteo, 2012)

Diciamo subito che forse la cosa meno azzeccata del film è proprio il titolo (almeno al plurale), mentre per il resto niente da eccepire. Magistralmente diretto e interpretato, anche dai giovanissimi attori. L’avrei intitolato piuttosto “la caduta” oppure “il telefonino”, poi vedremo perché. La trama è presto detta: un matrimonio in crisi, la separazione, il dramma prima umano e poi economico.

Premetto che le mie analisi circa questo duplice aspetto del film, umano familiare e socioeconomico, potranno risultare scomode, impopolari, ciniche (?).

Sotto il profilo intimista, la vicenda prende le mosse da una “cazzata”, come la definisce il protagonista maschile Giulio (V. Mastandrea), una scappatella con una collega. Imperdonabile, certo. Soprattutto perché viene scoperta; lascia tracce, messaggini nel telefonino (il minimalismo del lessico sembrerebbe riflettere la piccineria della cosa). Tuttavia ciò viene vissuto come grave tradimento da parte della moglie (una gelida B. Bobulova). Che non perdona. Oltretutto quei messaggini disvelati le procurano comprensibilmente grande sofferenza. Dunque, che fare per uscire da questa sofferenza? Entrare in una ancora più grande, per sé, per il marito ‘spinto’ fuori di casa (ancora innamorato della moglie tanto che rifiuta l’ospitalità dell’amante) e soprattutto per i figli. Ben fatto, applausi per questa Mme Bovary au contraire. Niente più del sentimentalismo uccide l’amore.

Giulio , pur avendo un lavoro da impiegato in comune, scende rapidamente i gradini della scala sociale raggiungendo il rango di clochard, pasto alla caritas e notte in auto. Se prima, da integrato nella classe piccolo borghese dimostrava una qualche sensibilità umana (l’episodio in cui accetta le pizze a domicilio disguidate), ora da pezzente ha perso pure quella (episodio allo sportello dove maltratta l’utente che ha perso la madre). Insieme al denaro sembra necessario perdere proprio tutto, perfino l’interesse nei confronti della figlia (una bravissima Laurenti Sellers) che appare l’unica capace di mantenere l’equilibrio (rendendo onore al titolo), risoluta e alla fine risolutiva.

Dal punto di vista sociale, il messaggio viene ben sintetizzato dalla battuta “il divorzio va bene solo per i ricchi”, e ad una visione superficiale la morale del film sembrerebbe essere: basta non tradire, in senso lato, e non si diventa poveri. Personalmente ravviso la vera protagonista, la vera traditrice, nel film come nella realtà, nella società dei consumi, che prima ti blandisce, ti illude. E poi di depreda, ti bastona.

Solitamente il cinema ha virtù profetiche, anticipa e prefigura ciò che accadrà. Mi piace pensare che la caduta nella povertà di un lavoratore, che pure continua ad essere salariato, sia solo accelerata dalla separazione. Che in un futuro molto prossimo, e le avvisaglie ci sono tutte, chiunque scivolerà nella povertà, io per primo beninteso.

Più la contingenza è negativa e meglio si chiarisce la situazione, meglio si distingue il vero dal falso. I veri bisogni da quelli indotti, i veri amici da quelli falsi (il kapo al mercato ortofrutticolo che prima sfrutta Giulio e poi, quando alza la testa, lo mette a tacere con “non sei nemmeno capace di mantenere la famiglia”). Non sei nemmeno “capace”, come se fosse colpa sua, come se questo sistema fosse davvero fondato sull’homo faber fortunae suae. E chi cade in disgrazia finisce col crederci davvero, che sia solo tutta colpa sua, perché questo modello sociale atomizzato, visceralmente individualistico, così educa e indottrina il corpo sociale, così come ammaestra i ‘vincenti’ a convincersi che sia tutto merito loro…

E’facile immedesimarsi in Giulio, e chiedersi “che farei nei suoi panni?” Personalmente mi rispondo che andrei a rubare, lo troverei più dignitoso. E perfino etico, se derubassi chi ha più di me (e in quella situazione non è difficile trovarlo).

Secondariamente, d’istinto, la preoccupazione è “che non capiti a me!”. Sbagliato. L’errore sta proprio nel voler restare aggrappati con le unghie a questo modello sociale. Deve invece capitare a tutti, e tutti insieme. Solo così sarà possibile uscire dalla mentalità individualista (e pecorona del così fan tutti, dall’andare dall’avvocato per la separazione all’acquisto di merci superflue) che è vera causa dell’attuale stato di cose. Auspico un azzeramento generale e generalizzato, non per poi ‘ricominciare’, ma per restare a zero.

Zero di che? Serve fare l’elenco di ciò che ‘serve’ in questa bella società dei consumi?

Zero telefonini, tanto per fare un esempio, per citare la punta dell’iceberg (non come Giulio che lo brandisce fino alla fine. Cacchio, sei alla fame, vendilo sto cellulare!).

Felice Manetti

Visti per voi (visioni a perdere) – Reality

Argomenti vari 180 Commenti »

Giusto ieri ho visto Reality (M. Garrone, 2012).

Il padre di famiglia Luciano (uno straordinario A. Arena, andatevi a guardare la sua biografia), pescivendolo napoletano, conduce un’esistenza apparentemente serena con moglie e tre figli, parenti e amici. Tuttavia qualcosa cova sotto la cenere, pronto ad esplodere. L’innesco, come sempre, è casuale. Un provino per il Grande Fratello in un centro commerciale, il tempio del nostro tempo. Superata la prima selezione, Luciano viene chiamato a Roma per un’ulteriore scrematura dei concorrenti. Convinto di aver fatto buona impressione, da questo momento perde il lume della ragione; entra nel tunnel della paranoia, della follia. In attesa della ‘chiamata’ vende la pescheria, vede ‘segnali’ ovunque, nella convinzione che il GF occulto lo stia mettendo alla prova, per vedere se è meritevole di entrare in ‘paradiso’.

Garrone, dopo aver raccontato l’orrore della camorra in Gomorra (uno dei rari casi in cui il film risulta ancora più riuscito, a mio parere, del libro da cui è tratto) qui prova a descrivere un orrore se possibile ancora più grande : l’orrore della televisione. Questo mass medium apparentemente innocuo e rassicurante ma in realtà subdole e feroce. “Non conosco niente di più feroce della banalissima televisione” diceva Pasolini. E parliamo degli anni ’70, non aveva visto ancora niente! Noi lo vediamo cos’è oggi la televisione.

Sento già la scontata, superficiale, solita obiezione: “se non ti piace basta cambiare canale… basta spegnerla”. Non basta affatto che io la spenga perché nelle altre case essa continua a troneggiare in salotto, in cucina, in camera da letto, sempre accesa, sempre ‘viva’, sempre all’opera, come un ininterrotto rumore di ruscello in sottofondo, col suo ininterrotto lavorio teso a modellare quella società in cui io vivo, lavoro, interagisco, respiro.

Il film inizia con un’inquietante inquadratura dall’alto delle pendici del Vesuvio, fittamente abitate. Una scena che fa rabbrividire al pensiero della catastrofe umanitaria (altro che Lampedusa) che è matematicamente certo si realizzerà (il dubbio riguardo solo il quando, non il se). Richiama il collasso ambientale e finanziario globale altrettanto certo (solo non si sa quando). L’inevitabile ‘scontro di civiltà’ determinato dagli insopportabili squilibri nord/sud del mondo.

Tutti disastri certi ma non annunciati, perché non vanno annunciati. Vanno coperti, sopiti, occultati dalla sovrastruttura. La sovrastruttura copre la struttura, le sta etimologicamente sopra e impedisce di vederne le storture, anzi ormai le putrescenze. La sovrastruttura principe in questa nostra apparentemente sana società è: la televisione.

Per ‘salvare’ Luciano, coloro che lo circondano e gli vogliono bene, coloro i quali ‘appaiono’ più savi e avveduti di lui, provano a dirottarlo verso un’altra sovrastruttura: la religione. Una sovrastruttura che presenta affinità col suo reality preferito: un’entità che ti osserva di nascosto, ti giudica, ti controlla, ti valuta meritevole o meno di entrare nel ‘regno dei cieli’. La differenza è che la sovrastruttura religiosa si alimenta di promesse supportate da secolari liturgie, cattedrali, affreschi anziché palinsesti, spot, ipermercati, ma il meccanismo di controllo sociale è analogo.

Tuttavia Luciano, durante la Via Crucis al Colosseo, sfugge al controllo di questa promessa di redenzione, si dilegua per inseguire la ‘sua’ promessa, quella che gli è stata più efficacemente inculcata dalla tv, e nel finale, in una dimensione onirica, riesce a penetrare nella Casa e lì si adagia, raggiungendo il ‘suo’ paradiso.

Se c’è un campo nel quale l’Italia è all’avanguardia rispetto all’Occidente è la pervasività della televisione nella vita sociale. Con un affollamento pubblicitario fra i più alti del pianeta, Stati Uniti compresi. Pensiamo a un cittadino italiano nato negli anni ’80 e a quante ore di spot ha assorbito fino ad oggi e come ne è stata alterata la percezione della realtà.

Se c’è una differenza fra fascismo e berlusconismo è che il primo voleva temprare il popolo, con le cattive, col manganello, esaltandone l’arditismo, la virilità, l’obbedienza, il patriottismo. Il secondo invece ha deliberatamente ammosciato il popolo, con le ‘buone’, con le tv, esaltandone gli antichi vizi, la presunta furbizia, l’individualismo, l’opportunismo, la vigliaccheria, il vittimismo. Ha forgiato un popolo di rammolliti, superficiali, corrivi, sciatti.

Quella sciatteria culturale che consente di costruire ai piedi di un vulcano attivo. Di concepire e accettare leggi e accordi criminali e criminogeni per fronteggiare un fenomeno epocale come l’immigrazione. Allargando l’orizzonte a livello internazionale, di accettare che il pianeta sia inondato da prodotti tossici, per l’ambiente come per la finanza. Tutto coperto dalla sovrastruttura che devia, distrae, sopisce. Mentre sotto ribolle l’inferno.

Si tratta di un processo portato avanti dall’intero Occidente, beninteso, ma che vede l’italia come punta di diamante in questa deriva. Già Debord definiva il nostro Paese come laboratorio avanzato della società dello spettacolo. Infatti siamo all’avanguardia anche nel declino dell’Occidente. “A Washington d.c. non sanno che la loro fine si sta consumando nei dintorni di Lissone in Brianza” scrive Genna in Fine Impero.

Oggi, a parti rovesciate rispetto al passato, è la struttura ad essere determinata dalla sovrastruttura. E’ quest’ultima dunque che va aggredita, decodificata, smascherata, destrutturata. Come, a mio avviso, riesce a fare bene questo film.

Felice Manetti

Visti per voi (visioni a perdere) – I più grandi di tutti

Argomenti vari 26 Commenti »

Giusto ieri ho visto I più grandi di tutti (C. Virzì, 2012).

Ultimamente mi capita di scovare e apprezzare opere che, successivamente, scopro essere stati dei flop dal punto di vista commerciale; qualcosa vorrà dire.

Diciamo subito che ho trovato questo film godibilissimo. E diciamo che non sarebbe stato così godibile senza quell’ineffabile parlata livornese che permea la sonorità dei dialoghi, che richiama suggestioni del vernacoliere, del troio, ecc.

La trama: il giovane di ricca famiglia Ludovico (C. Fortuna), rimasto paralizzato in un tragico incidente, dove perde la fidanzata, coltiva il mito dalla rock band Pluto. L’incidente avvenne al ritorno da un loro concerto. La ricerca di senso di quella tragedia costituisce l’innesco della vicenda: il giovane rintraccia i componenti della band, disciolta da parecchi anni, per realizzare un documentario e organizzare una reunion. 

I musicisti non si erano lasciati tanto bene; rancori, conti in sospeso. Del resto sono persone dai caratteri diversissimi: il batterista (A. Roja) timido e impacciato; il cantante (M. Cocci) simpatico sbruffone anarcoide; il chitarrista (D. Cappanera) burbero e scontroso; la bassista (C. Pandolfi) grintosa e decisamente più affascinante che in Ovosodo. Completano il cast il collaboratore di Ludovico (F. Hi-Ngr Mc) e sua madre (C. Spaak, decisamente più affascinante che in La voglia matta. Che ci volete fare, ognuno ha i suoi gusti; senza scadere nel milf). A proposito, pare che uno dei motivi del dissidio fra due componenti del gruppo fosse che uno aveva trombato la madre dell’altro. Pertanto risulta molto difficoltoso ricomporre l’armonia nella band. Tuttavia, da un lato il generoso compenso pecuniario che si prospetta, dall’altro la pietà suscitata dal genuino entusiasmo dimostrato da quel loro inopinato fan (entusiasmo destinato a scemare, “visti da vicino sembrano dei poveri coglioni”) alla fine i quattro si prestano a una video intervista davvero esilarante (non ricordando nulla del loro passato musicale improvvisano risposte imbarazzate) ed a un concerto finale davanti a un pubblico prezzolato.

In questa opera seconda Carlo Virzì, fratello del più noto Paolo, mette in scena con garbo e ironia l’incrocio fra esistenze precarie e disilluse sullo sfondo della quotidianità di provincia con la vita di una famiglia ricca e infelice. Decide un titolo parossistico ma realistico: i Pluto sono davvero ‘i più grandi di tutti’, per chi ci crede. Mette in scena il tema che chiamerei della ‘diavolina’, dell’innesco. Innesco che cambia il corso delle vite, incontri casuali, eventi, eterogenesi dei fini.  Il pubblico pagato, non pagante, che va al concerto dei Pluto lo fa solo per denaro, comparse per 50€. Ma alla fine si entusiasma per davvero, perché i Pluto sono davvero forti, sono bravi, hanno talento. Ma non lo sanno. Ludovico lo sa ma è già oltre. Non assiste nemmeno al concerto, lo organizza solo per loro. E’ già pronto a sacrificarsi altruisticamente per un’altra ambizione, quella della madre che lo porta in Australia per un viaggio della ‘speranza’ che lui non coltiva affatto. Forse ha capito che per dare un senso a quella tragedia che è la vita, con o senza sedia a rotelle, il suo ruolo è quello della diavolina.

Felice Manetti

Visti per voi – Lo scatenato

Argomenti vari 550 Commenti »

Giusto ieri ho visto Lo scatenato (F. Indovina, 1967). Credevo di aver visto tutte le commedie italiane anni 60/70, tuttavia questa mi era sfuggita e sono lieto di aver colmato la lacuna.

Il film narra delle vicende di un attore di spot pubblicitari (V. Gassman)  che vede pregiudicata la sua carriera entrando in collisione col mondo animale. Film profetico (ricordiamo che siamo solo alla fine degli anni ’60) che affronta ironicamente il mondo della pubblicità. Un mondo sul quale oggi non si può certo scherzare, sarebbe blasfemo: la pubblicità è sacra (infatti oggi un film così non potrebbe uscire), un mondo che oggi domina il mondo stesso; viviamo, per chi ancora non se ne fosse reso conto, in un contesto di pubblicità fatta mondo. La cultura, l’informazione, l’intrattenimento non possono in alcun modo prescindere dagli ‘inserzionisti’, che sono gli autentici kingmakers nelle società ‘moderne’, poiché lo scopo ultimo di queste ultime è proprio ‘vendere’. Per ‘vendere’ è necessario creare un bisogno, indurlo attraverso tecniche ben collaudate che fanno ricorso principalmente alle ‘immagini’, e secondariamente ai suoni, e successivamente ancora alle parole. Il presupposto per creare un bisogno è creare insoddisfazione; si può quindi ben affermare che mission primaria della pubblicità sia formare individui e famiglie insoddisfatte. Il bacino cui attingere, il target, è costituito da persone infelici, e quanto più sono infelici tanto più saranno sensibili alle lusinghe del consumismo che, viene ben spiegato dagli spot, potrà ben lenire le loro pene.

Film profetico, si diceva, poiché illustra il grottesco divenire del protagonista, prima beneficiato dal successo e via via ridotto in rovina e in schiavitù (finirà in gabbia allo zoo, accettando le noccioline) dalla persecuzione (reale o immaginaria) di quel lato bestiale che alberga in ognuno di noi. Significativa la sequenza in cui si reca a chiedere lumi a un esperto che reclude formiche (che gli danno dell’idiota) e che gli consiglia il Mein Kampf per risolvere i suoi problemi.

Profetico e irripetibile, dunque, poiché la pervasività pubblicitaria, con il suo carico di infelicità e insoddisfazione, oggi renderebbe impossibile concepire simili opere, e semmai concepite non troverebbero ‘mercato’ in una società senza orizzonte. Senza orizzonte come Il trionfo della morte di Bruegel, come Il trittico del millennio di Bosch, quell’inferno preconizzato nel ’500 che insiste sull’eterno presente, sulla coazione a ripetere, a vendere e consumare, vendere e consumare, niente porta a niente. Quella profezia che, come dice Berger nel suo Contro i nuovi tiranni, annuncia l’immagine del mondo che ci viene comunicata oggi dai media sotto l’impatto della globalizzazione, con il suo criminale bisogno di vendere incessantemente.

Felice Manetti

Letti per voi, recensioni a perdere – La fabbrica del panico

Argomenti vari 464 Commenti »

In questo week end fine agostano ho letto La fabbrica del panico (S. Valenti, Feltrinelli, 2013)

Sorta di autofiction (come si usa dire oggi) che narra di due sofferenze, di padre e di figlio (il narratore). Il primo è stato operaio alla Breda fucine negli anni ’70, ha attraversato l’inferno del lavoro agli altoforni, si è ammalato ed è morto della malattia chiamata ‘amianto’. Il figlio ‘vive’ da precario nell’inospitale, oggi come allora, Milano dei giorni nostri, vittima di crisi di panico. In realtà, la vera protagonista del romanzo sembra essere proprio la realtà, con il suo corollario di deludenti e fallimentari lotte sindacali e ricorsi alla ‘giustizia’.

La prosa è convincente, asciutta, incisiva; porta dritto al cuore dello strazio, tanto che se non sei accorto rischi di immedesimarti. Anche se, come afferma qualcuno, ‘il realismo è l’impossibile’. Nel senso che leggendo di queste esperienze così dolorose (stessa sensazione che provai leggendo Se questo è un uomo) viene da chiedersi: possibile? E’ accaduto davvero? E come avrei reagito immerso in quella realtà?

In realtà, la realtà non è mai come la si descrive: è meglio o addirittura è peggio, ma è impossibile descrivere esattamente la realtà.  Fermo restando questo assunto, considerando tutte le tare del realismo, calandosi nei panni dei protagonisti ci si chiede perché non preferire la disoccupazione all’inferno di quella fabbrica, perché non ribellarsi al kapo andando incontro a morte certa ma dignitosa piuttosto che continuare a ‘servire’ nel campo.

Certo, “la quinta elementare non è uno strumento adeguato per comprendere il mondo” e oltretutto morire deve essere un’impresa atroce (“le mani contratte, il ghigno di prostrazione – traspare l’enorme fatica di morire”). Generalmente ci figuriamo la morte come una liberazione, un sollievo, ma è solo una supposizione. In realtà nessuno è mai tornato indietro per descriverci il processo della morte. Del resto finché nessuno narra dei ‘campi di lavoro’ e della ‘vita’ in fabbrica, siamo autorizzati a cullarci nell’illusione che la realtà sia benigna.

In realtà, la realtà, per come è fatta, merita il rifiuto o, per i più sofisticati, la presa per i fondelli (vedi alla voce ironia). L’arte, la pittura nel caso del padre nel romanzo, alla fine si rivela, questo sì, strumento adeguato per comprendere il mondo, per distinguere il reale dall’irreale, e decidere da che parte stare.

Nel suo primo romanzo Pynchon dice di un  suo personaggio (femminile, di nome Mafia) che è abbastanza intelligente per crearsi un mondo tutto suo ma troppo stupida per volerci vivere dentro. Forse per sopravvivere alla realtà si tratta fondamentalmente di non essere troppo stupidi.

Kraus Davi

I.S. – puntata zero

Argomenti vari 418 Commenti »

I.S. (ovvero Intelligence Service; oppure Internazionale Situazionista; o meglio Interviste Sospette)

Cominciamo questo barbogio ciclo di interviste con l’emerito professor Gustavo Schianchi, laureando in eziologia comparata presso la liberissima università di Busseto, che ringraziamo per la deliziosa collaborazione.

Professor Schianchi, innanzitutto le vorrei chiedere: di che si occupa la sua cattedra?

Le rispondo citando un brano di V. di T. Pynchon: “Mi sembra di scorgere un significato allegorico in tutto ciò” disse lei (Esther). “No – rispose Slab – Sarebbe come fare le parole crociate del supplemento domenicale del Times: sarebbe più o meno dello stesso livello intellettuale. Un’ipocrisia. Indegna di te.”

Poi lei voleva scopare ma lui la rifiuta.

I fatti sembrano essere disposti secondo una logica sinistra.

Esattamente: sembrano.

W. Siti dice che lamentarsi della società dello spettacolo è come lamentarsi dei terremoti, degli uragani

Comprendo il senso del paragone, data ormai la pervasività di tale piaga. Piuttosto il problema che pone è la necessità di concepire un sistema altrettanto pervasivo ed efficace in senso contrario.

Papa Francesco ci sta provando…

Mah, la vedo dura. È senz’altro condivisibile l’urgenza di veicolare il messaggio tanto ovvio quanto rivoluzionario dal punto di vista culturale: sei ricco ergo sei stronzo. Tuttavia la religione, nella sua ambivalente natura di oppio, da un lato aiuta a star bene, dall’altro aiuta a star a male. Il fedele vede nessi fra le sue preghiere e i suoi desiderata, talvolta incidentalmente esauditi, che sono frutto di casualità, ma generalizza e attribuisce a queste coincidenze connotati miracolistici. Vede segnali, legami, link che immagina generati da un motore di ricerca divino. Non c’è alcun disegno, tuttavia viene ‘visto’ un disegno. Non mi sembra l’optimum come strumento di liberazione delle masse e dell’individuo, non più dello spettacolo del capitale.

E’ vero però che senza fede nel mondo ci sarebbe più disperazione di quanto già ci sia.

Oppure più consapevolezza. Anch’io una volta che ero disperato ho provato a pregare, ma sono stato peggio. Secondo la loro logica dovrei generalizzare e predicare di non pregare…

Magari non aveva pregato come si deve…

Già, dio sarebbe talmente permaloso che, visto che le preghiere non erano a modino, mi ha negato il conforto. Ah, ah!

Magari è lei il permaloso. Suvvia, non faccia il sostenuto. Ritenti, sarà più fortunato.

Ah, io dovrei concedere un’altra chance a… Ma io non sono un padreterno, sono un perdente. Lo sa qual è la definizione più esatta di perdente?

No, ma sono sicuro che fra breve lo saprò.

Perdente è colui che ha talmente paura di non vincere che nemmeno ci prova a giocare.

Mi sembra un ottimo slogan per promuovere i videopoker.

Ah, ah, ah.

Ah, ah, ah.

(ridono entrambi)

 

Letti per voi, recensioni a perdere – Binario morto

Argomenti vari 673 Commenti »

Il pubblico ha un’insaziabile curiosità di conoscere tutto, tranne ciò che vale la pena conoscere” O. Wilde

In questo massimamente bagnato week end ho letto Binario morto (A. De Benedetti, L. Rastello, chiarelettere, 2013).

Un bel reportage scritto con avvincente stile non si sa da chi (nel senso che non si riesce a distinguere quale mano verga i passaggi più intriganti dal punto di vista narrativo e dunque quale dei due autori merita di essere seguito nelle sue opere future, e precedenti: nel dubbio, entrambi).

L’ho letto un po’ disturbato dal rombo della Ferrari che il mio vicino di casa aveva appena ritirato dal concessionario. Era rimasta bloccata sulla rampa di accesso ai box poiché, essendo molto bassa, toccava col muso alla fine della discesa; d’altra parte  non riusciva nemmeno a risalire in retromarcia in quanto in cima strisciava sotto. Cosa c’entra questo col Tav? Non c’entra ma c’entra.

Il libro narra di un viaggio, direzione ovest est, lungo il fantomatico ‘corridoio 5′, quello che dovrebbe (avrebbe dovuto, leggendo si capirà che trattasi di utopia, anzi distopia) collegare per via ferroviaria veloce, molto veloce, l’Atlantico agli Urali (vabbè, un po’ prima: Kiev). I viaggiatori (un pacchetto di caffè e due scrittori) sono il prototipo di merci e passeggeri che, nelle intenzioni dei nostri politici, attraverseranno il continente dando slancio e impulso all’economia europea nei decenni a venire.

In realtà, già dalle prime battute del testo, si capisce che la tratta non partirà dal Portogallo (che è senza fondi, è la P di piigs) ma dal sud della Spagna (che sarebbe la S…). Impariamo la differenza fra alta velocità e velocità alta, impariamo che gli spagnoli dovranno inserire una terza rotaia fra le tradizionali due. Che mentre negli Usa la velocità ottimale per le merci è considerata 70 km/h, qui far viaggiare merci ad ‘alta velocità’ è come accelerare il viaggio in autostrada per poi ritardarlo durante la lunga coda al casello, stante la carenza di investimenti in snodi intermodali, in terminal attrezzati. Che il 50% dei tir in circolazione trasporta aria. Che a Torino si rischia di avvelenare la falda acquifera potabile. Che Vicenza rappresenta un baluardo inespugnabile. Che a est di Trieste non c’e più il treno per la Slovenia, si scende e si va in corriera (e le merci?). Che i paesi est europei privilegiano l’asse nord sud. Che questo progetto datato anni ’90 si basava su previsioni di incrementi del pil e dei flussi commerciali che, oggi lo sappiamo, erano decisamente sballate.

Questo racconto ci offre una visione dall’alto della questione Tav, una visione d’insieme che stride con le cronache nostrane concentrate a mostrare l’ineluttabilità del famigerato tratto Torino-Lione, senza il quale saremmo “tagliati fuori”. Ma fuori da che cosa?! Leggete il libro e vi renderete conto della ridicolaggine di tale affermazione. Esistono dei limiti fisici, geografici, economici, umani che sono più potenti dei folli sogni di grandezza del potere, più risolutivi delle chiacchiere da bar, delle opinioni superficiali formate grazie all’opera del circuito massmediatico asservito a ben noti interessi.

Sorge allora la domanda: perché insistere su questa ‘grande opera’ se l’evidenza dei numeri, il parere dei tecnici, l’elementare buonsenso dicono che è controproducente? La risposta risiede in una visione di corto periodo, di cortissimo respiro: per dare ossigeno per 4/5 anni alle imprese che si sono aggiudicate l’appalto. Capito? La militarizzazione di cantieri fantasma (dove si fa solo ammuina), la scia di sangue e bombe e misteri (immancabili in Italia) che si allunga dal ’97 ad oggi in val di Susa, i fiumi di inchiostro e le ore di sproloqui in tv spesi per convincere le classi dominate della bontà delle idee delle classi dominanti, per tratteggiare il ‘paradiso per i nipoti a fronte dell’inferno per i nonni’ (significativo l’accenno storico dell’esperienza staliniana in Ucraina) tutto questo per far traccheggiare ancora un po’ qualche impresa ‘amica’, per fornire un caritatevole momendol al tessuto economico locale.

Se proprio dobbiamo darglieli, diamoglieli sti fondi, keynesianamente,  ma senza fargli fare buchi nelle montagne, senza sollevare polveri di amianto. Diamoglieli e basta, gratis et amore dei (non dico di dirottare i fondi per un update della rete regionale usufruita dai pendolari: sarebbe troppo ragionevole).

Dopo un paio di orette di ridicoli tentativi e di rumorose strisciate (stryiiiit), il pirla della Ferrari è riuscito a disincagliarsi, anche grazie all’aiuto di altri vicini (io ho continuato bellamente a leggermi il libro, sbirciando ogni tanto dalla finestra) che sono accorsi con assi di legno per agevolare l’impresa. Pare che dovrà rassegnarsi a non parcheggiarla in garage e a lasciarla tutte le notti in strada. Casi suoi.

Kraus Davi

Letti per voi, recensioni a perdere – Mal di lavoro

Argomenti vari 63 Commenti »

“Ve l’ho detto che sono l’Occidente, che volete da me?” W. Siti, Troppi paradisi

In questa festività del I Maggio ho appropriatamente letto Mal di lavoro (a cura di R. Curcio, Sensibili alle foglie, 2013).

Una raccolta di esperienze lavorative narrate da anonimi (poi vedremo perché) che descrive uno spaccato del mondo del lavoro in Italia all’alba del terzo millennio. Un testo che andrebbe fatto leggere a chi si occupa di politiche dell’occupazione e che asserisce ormai superata la lotta di classe (che invece prosegue incessantemente e unilateralmente, dall’alto verso il basso) e la dicotomia padroni/lavoratori e che insomma sono passati i tempi di Peppone e don Camillo, guardiamo al ‘futuro’, su…

Storie di ricatto, di rassegnazione, umiliazione, estrema sofferenza, perdita di dignità che andrebbero sovrapposte alle pacate immagini di politici, manager, economisti mentre spiegano sorridenti in tv come gira il mondo.

Questa forma di fascismo determinata dal dominio del capitale opprime le vite dei lavoratori non solo in ogni ora di ufficio e fabbrica ma anche ‘fuori orario’, opprime i loro corpi e le loro menti attraverso la costruzione di ‘immaginari’ funzionali all’antico scopo di estrarre quanto più possibile plusvalore dalla loro opera.

Non vi è settore economico che si sottragga a questa logica: grande distribuzione, call center, edilizia, servizi sociali… Le storie narrate testimoniano costantemente di un clima di paura, paura di non essere all’altezza, di non essere riconfermati, di perdere l’esigua forma di sostentamento che consente di sopravvivere in questa società dei consumi, insomma costante paura di rappresaglie (ecco la ragione dell’anonimato, poi si dice che viviamo in democrazia…).

In questo contesto ha gioco facile il padronato ad agitare l’arma del ricatto per ottenere ben oltre di quanto previsto dal contratto (quando c’è): ore straordinarie non pagate, sottomissione collaborativa, appartenenza forzata, fino a persuadere i malcapitati che l’azienda non ti paga: ti compra. Fino ad ottenere addirittura l’impunità per veri e propri crimini, come descrive la vicenda del lavoratore senegalese che non può denunciare il padrone che gli spezza il braccio ‘perché non obbediva’ in quanto nessun collega è disposto a testimoniare: l’imprenditore aveva minacciato tutti che se fosse partita la causa avrebbero perso lavoro e casa (che lui dava loro in affitto). Un caso emblematico di proprietà esclusiva, di ‘nuovo schiavismo’ che la giustizia ordinaria non riesce oggettivamente ad amministrare. Forse quel padrone andrebbe affidato a un tribunale del popolo e giudicato per educarne cento.

Laddove non viene inflitta direttamente sofferenza fisica troviamo infinite varianti di afflizione psichica. Casi limite? Non si direbbe stando alle statistiche che indicano un aumento del 310% fra il 2000 e il 2008 nell’uso di psicofarmaci, senza contare il ‘doping’ da cocaina. Il lavoro di questo ‘cantiere’ centra il problema, a mio parere, quando denuncia la tendenza a ‘medicalizzare’ i problemi del lavoratore, mentre nessuno si cura della patologia di questo modo di produzione. Centra il problema quando evidenzia che è una questione di autonarrazione, facendo l’esempio di Nicola Valentino che resiste al ricatto del direttore del carcere. I lavoratori dovrebbero prendere coscienza della loro ‘falsa coscienza’ per comprendere che non è naturale sorbirsi quotidianamente il vino cattivo della rassegnazione, che è questo modello di società che educa a star male. Personalmente ritengo l’inconscio, come dio, un’invenzione umana e considero la psicanalisi una superstizione, alla stregua delle religioni. Anche i bambini, con la loro logica stringente, non ancora corrotta da sovrastrutture, capiscono che è assurdo vivere per produrre e consumare. E’ assurdo perdere la salute per fare soldi e poi spendere quegli stessi soldi per curarsi. E’ assurdo vivere come se non si dovesse mai morire e poi morire come se non si fosse mai vissuto (cfr Dalai Lama).

Tuttavia qui siamo già oltre: contempliamo lo spettacolo di una generazione che mai (mai) potrà permettersi una casa, una famiglia, dei figli (i santi valori cattolici di destra).

Infine, un’ultima considerazione. C’è stato un periodo in cui questo modello di società è stato fortemente messo in discussione, ma grazie all’opera delle istituzioni repubblicane, di intelligence alleate, delle forze dell’ordine, carabinieri, Gen. Dalla Chiesa, forze democratiche, in primis il Pci, è stato possibile preservarlo e mantenerlo intatto per tramandarlo, nella sua versione modernizzata, alle nuove generazioni.

Kraus Davi

Letti per voi, recensioni a perdere – Il grillo canta sempre al tramonto

Argomenti vari 663 Commenti »

“Chi fa un rivoluzione a metà non fa altro che scavarsi la fossa” Louis Antoine de Saint-Just

In questo week end quaresimale ho letto Il grillo canta sempre al tramonto (chiarelettere, 2013).

Scritto sotto forma di dialogoi dell’antica Grecia, culla della civiltà, della democrazia e del pensiero occidentale, è un testo utile per capire qualcosa del MoVimento. Utile quanto chiedere all’oste se il suo vino è buono.

Tuttavia il lettore attento saprà cogliere interessanti spunti di riflessione.

I dialoganti sono l’anziano DF, neofita del MoVimento, e BG e GC, cofondatori dello stesso.

Si parte dall’elogio della disorganizzazione rispetto all’organizzazione esistente, premessa necessaria per spiegare la natura rivoluzionaria del progetto, ricorrendo anche a evidenti paradossi, esaltando il traffico di Bombay come quello di Napoli. Tutto il pensiero ‘nuovo’ che sta alla base dell’azione politica del MoVimento necessita di questa rimozione, del superamento del ‘vecchio’, qualunque esso sia, senza chiedersi se, benché ‘vecchio’, anche l’invenzione del semaforo abbia una sua utilità.

Il fatto che questo mondo fondato su valori e mezzi vecchi vada male, molto male, costituisce un formidabile volano per il pensiero nuovo, inedito. La gente è giustamente stanca di soffrire, vede tante ingiustizie, le paga sulla propria pelle, ed è aperta al cambiamento, finalmente. Il problema consiste nel guardarsi da chi offre facili soluzioni. E’ facile indicare il male, ciò che non va. Più difficile comprenderne le cause, separare il grano dal loglio, non buttare il bambino con l’acqua sporca, tanto per continuare con le metafore… Il salto logico dal “va tutto male” ergo “cambiamo tutto” è la forza degli argomenti per es. dei testimoni di Geova. Per loro ogni obiezione può essere facilmente confutata con l’accusa “allora vuoi perpetuare il vecchio!”

Premetto che la mia non è una critica volta a contenere gli eccessi rivoluzionari, a procedere per gradi, col riformismo, col moderatismo… niente affatto. Anzi, proprio perché ritengo necessaria per questa società un’autentica rivoluzione, mi dolgo delle prospettive che sembrano emergere dal ‘pensiero’ di questo nuovo fenomeno chiamato M5S.

Fra tante cazzate espresse, fra tazzine del caffè che ti salutano e cartelli stradali che ti riconoscono, in un barlume di lucido intervallo nella sua follia a un certo punto GC dice che il problema è la remunerazione selvaggia del capitale, come se il capitale potesse sopportare una remunerazione dolce, potesse sopportare regole. Al che l’altro, BG, ribatte che aveva già detto tutto Marx. Eh già… (cfr V. Rossi)

GC poi critica l’accumulo di ricchezze personali, dice che al massimo una persona dovrebbe avere 3 o 4 milioni. A parte che sulla cifra si può discutere, mi chiedo: cos’è, un auspicio? Oppure un punto qualificante del programma? E in questo caso, come si attua? Tanti Kulaki non consegnarono spontaneamente i latifondi. Zuckerberg, Murdoch, gli Stati Uniti non manifestano ostilità a questo progetto, ma anzi offrono mezzi, sostegno, ambasciatori… mah.

La decrescita, lavorare meno lavorare meglio, il reddito minimo (ma io porrei anche la questione del reddito massimo), la lotta agli sprechi, le energie rinnovabili, la democrazia diretta, assemblee telematiche che decidono del destino della collettività (si chiamano soviet): tutta musica per le mie orecchie. Ma davvero si pensa che questo paradiso in terra sia così a portata di mano, con un clic? I rapporti di forza rovesciati senza colpo ferire, gli oppressori che se vanno sconfitti e scornati allargando le braccia, dicendo “eh, è andata male”? Sorge il dubbio di un feroce, gattopardesco maquillage. Paragonabile all’operazione messa in campo dall’ufficio marketing del Vaticano, probabilmente dopo aver letto a pag. 136 che nessun papa si era ancora chiamato Francesco.  Nella società dell’immagine basta apparire in un certo modo per dare l’impressione del cambiamento, e per mantenere buoni tutti…

Ciò che maggiormente atterrisce è il messaggio di semplicità, la dicotomia facilità contro complessità. Lo stesso BG nei comizi urla che la politica, l’economia sono semplici. Un messaggio sbagliatissimo, soprattutto nei confronti dei più giovani. Fa venire i brividi, perché fa pensare alla malafede. Chi è più maturo sa che nella vita non c’è nulla di semplice: ogni impresa è impossibile o difficile. Ma ciò che è impossibile genera frustrazione e ciò che è difficile genera ansia. Ansia e frustrazione non sono comodi veicoli di propaganda. Perciò si punta sulla semplificazione dei problemi. Puro berlusconismo.

La panacea di tutti mali viene dunque individuata nella sacra “rete”, dove tutte le intelligenze si connetteranno per risolvere tutti i problemi, e vissero felici e contenti. Non disconosco certo l’utilità di internet, un mezzo davvero rivoluzionario, tuttavia rilevo che esso non serve a connettere intelligenze, ma informazioni, che possono essere più o meno intelligenti, più o meno giuste e attendibili, più o meno utili; e non mi si venga a dire che la ‘selezione’ la fa la rete stessa. Già sentita, come quella che il mercato premia il merito…

E se anche fosse, se anche internet realizzasse il mondo perfetto, quello del 100%, troverei quel posto un pessimo posto per vivere, un incubo. Un Truman Show dove ci si saluta cordialmente tutti quanti prima di andare al lavoro… ma vaffanculo!  Oppure, restando nell’ambito cinematografico, sarebbe come avere un figlio tipo quello di A.I. di Spielberg, un bambino buonissimo che obbedisce sempre e comunque… ribadisco: un incubo. Ricordo che lo stesso De André affermava che l’uomo un giorno grazie alla tecnologia potrà anche andare sulle stelle, ma certe domande, per fortuna, non smetterà mai di porsele. Lo stesso DF a pag. 71 solleva il problema, quello del mantenimento della propria individualità, l’indispensabile coltivazione dell’ecceità.

Non so voi, ma io ho terrore della superficialità. Internet è il trionfo della superficialità. Un’occhiata a wikipedia e pensi di sapere quanto serve circa un determinato argomento. GC sembra non nutrire lo stesso terrore, anzi. Sta crescendo una generazione che fa surfing sull’informazione, sulla cultura. Che resta in superficie, non approfondisce. Per approfondire non basta leggere il titolo di un articolo di giornale, ma l’intero articolo. Per studiare non basta leggere il bignami di wikipedia, ma leggere libri, tanti libri. Baricco (guarda caso spin doctor di Renzi) anni fa aveva analizzato il fenomeno di questa nuova specie animale (I barbari) che resta in superficie. Una generazione siffatta non può certo impensierire il potere e spiega benissimo l’epifenomeno Renzi: si avverte come nuovo qualcosa che in superficie appare tale, senza fare la fatica di approfondire, di ascoltare ciò che dice, e di capire che ciò che dice è vecchissimo.

La superficialità, la semplificazione dei problemi è evidente anche dall’approccio alla pornografia, con la rete che elimina i magnaccia, che fa il paio con l’eliminazione di sindacati. Via tutti gli intermediari ergo problemi risolti. Si accetta serenamente la mercificazione del sesso e lo sfruttamento del lavoro salariato, probabilmente con la scusa che ci sono sempre stati e quindi sempre ci saranno. Trovo tutto questo poco rivoluzionario dal punto di vista culturale. A pag. 130 si preconizza l’eliminazione dell’intermediazione bancaria: se ho 50.000 euro da prestare vado su un sito e trovo chi ne necessita, ci si accorda sul tasso e affare fatto. Certo, certo… evitiamo di approfondire la valutazione del merito creditizio e della capacità di rimborso… restiamo in superficie e tanti auguri! Bestialità simili si leggono anche a proposito della salute: salvo casi gravi (bontà loro) disintermediamo anche i medici che tanti anni hanno sprecato sui libri e curiamoci su internet, scambiandoci pareri su sintomi e cure in appositi forum… brividi. Mi auguro che si tratti solo di provocazioni.

Mi auguro davvero che il mondo che verrà non sia una somma di algoritmi, che vellicano  i nostri gusti catalogati grazie a miliardi di “mi piace”. Non si può accontentare tutti, e il 100% non l’avrà mai nessuno. Chi dice il contrario mente, e illude. Si tratta di capire se questo fenomeno, nato probabilmente in buona fede, avrà davvero effetti rivoluzionari oppure fungerà da ultimo maquillage del potere, affinché tutto cambi perché nulla cambi, per travestire i soliti rapporti di forza per preservarli dalla crisi. Spiace scomodare sempre i soliti per le citazioni ma la rivoluzione non è un pranzo di gala, è un atto di violenza. Qui invece si dice che questa è una rivoluzione ma senza ghigliottina. Ecco perché fallirà.

Kraus Davi

Letti per voi, recensioni a perdere – la Solitudine dei lavoratori

Argomenti vari 489 Commenti »

In questo week end elettorale di ritorno dai seggi ho letto La solitudine dei lavoratori (G. Airaudo, Einaudi, 2012).

Un agile resoconto della vertenza Fiat ancora in corso raccontato con prosa piana e chiara (non sindacalese, insomma) da un rappresentante Fiom ora candidato alle politiche, impegnato a sostenere il progetto Ibc.

La tesi di fondo è che ogni forzatura, conflitto sollevato, disconoscimento delle conquiste passate dei lavoratori è un pretesto, da parte del ‘cattivo’ del libro (nominato sempre con la sigla Ad) per guadagnare tempo, per perseguire il progetto di trasferire altrove il core business dell’azienda e sganciarsi dal morente mercato automobilistico europeo.

Si passano in rassegna le vicende degli ultimi anni, i referendum ricattatori, i licenziamenti discriminatori, il mancato rispetto dei patti circa gli investimenti, la sovraesposizione mediatica dell’Ad che grazie all’inazione del governo, al defilarsi della proprietà (eredi Agnelli), assume un inaudito ruolo politico, e anche filosofico, imponendo la ‘sua’ visione del mondo. Una visione che poi non è ‘sua’, ma propria del sistema capitalistico. L’Ad non è cattivo (e qui veniamo al mio commento), è giusto. Fa molto bene il suo mestiere di padrone che consiste nel fare tutto ciò che gli si lascia fare, senza autolimitazioni. L’unica autolimitazione consentita, in quella logica, sarebbe il danno d’immagine al marchio Fiat determinato dall’antipatia dell’Ad presso l’opinione pubblica, ovvero i consumatori. Tuttavia evidentemente quel danno non viene valutato cruciale per l’andamento delle vendite (anzi magari qualche pirla si sente in sintonia viaggiando in Freemont e indossando maglioncini). La strategia dell’Ad sarebbe quindi di dimostrare l’ingovernabilità degli stabilimenti italiani (e dell’Italia tout court) per giustificare l’espatrio.

Si diceva, dunque, che l’Ad non è cattivo, ma fa il suo mestiere di nemico di classe; e lo fa bene, accanitamente. Tanto quanto specularmente dovrebbero essere accaniti nella difesa dei lavoratori i sindacati,che invece (con l’eccezione di Fiom e Cobas) risultano corrivi.

L’Ad ha ben compreso che il capitalismo in questa fase di declino mal si concilia con i diritti e la democrazia. Il capitalismo, come un qualunque prodotto industriale, segue le fasi che vanno dall’introduzione (rivoluzione industriale), sviluppo (fino alla metà del xx secolo), maturità (fine xx secolo, appena prima della globalizzazione) e declino (i tempi nostri). Le conquiste dei lavoratori sono un sottoprodotto della 2° fase, appena sopportabili nella 3°, ma inconciliabili con la 1° fase e la 4°, quella attuale. I nodi vengono al pettine, giù la maschera! Il vero volto del capitalismo è quello ‘cinese’, dello sfruttamento intensivo dei macchinari come delle persone, della mercificazione di diritti e dei sindacati, e anche delle regole (cfr pag. 42 accordi ‘segreti’ con il governo serbo). Le sentenze della magistratura vengono vissute come tradimento, lesa maestà, e le tangenti non sono altro che ‘commissioni’ (già sentita) per sviluppare gli affari; basta con questo tafazzismo tutto italiano!

A fronte di questa marcia ineluttabile del capitalismo verso il suo declino, appaiono inezie e stonano le lagnanze degli operai costretti a correre in mensa per riuscire a nutrirsi rispettando la pausa, preoccupati di ‘imbarcarsi’ se non reggono i nuovi ritmi alla catena. Sarà un mio limite ma non riesco a scorgere orgoglio e dignità umana nell’avvitare centinaia di bulloni dalla mattina alla sera; non mi sembrano Tempi moderni. Quel mondo del lavoro è un mondo destinato a scomparire, come le auto alimentate a derivati di petrolio.

Ne travaillez jamais stava scritto sui muri del maggio parigino.

La sfida è immaginare il mondo che necessariamente dovrà venire. Un mondo che, a mio parere, dovrà prescindere dalla mistica del lavoro, superando la credenza che il lavoro sia indispensabile per la dignità degli umani. Immaginare la via per affrancarsi e non dipendere da questo morente capitalismo. E per condannare i padroni alla solitudine.

Kraus Davi

SOLDI NUTELLA E BEATA MINCHIA

Argomenti vari 89 Commenti »

La caciara di alcuni quotidiani sui rimborsi di politici che ho conosciuto in Lombardia mi fa venire su un dejavu di quel che dicevano (si io c’ero già) dell’indegnamente fuggito Bettino, e cioè che rubare 100miliardi e 100lire è la stessa cosa.

Uguale una beata minchia: se coi miei soldi ti paghi gli appartamenti a Forte dei marmi o i 14 conti deposito che ti ha sequestrato la Procura sei un delinquente, se coi miei soldi ti paghi la nutella sei un imbecille. “entrambe le constatazioni sono disarmanti, ma sono diverse” (cit.)

Oi dialogoi – irreality

Argomenti vari 45 Commenti »

“Chi si prende l’Ohio si prende l’America” R. Gosling a G. Clooney in Le idi di marzo

Stasera, attoniti e stupiti (?) per la piega che stanno prendendo gli eventi, si parla di…

irreality

“Non so voi – esordisce Rainaldo – ma io ne ho già piene le balle di questa campagna elettorale.”

“A chi lo dici – concorda Reverenzio – tanto più che ho già deciso per chi votare e ascoltare e riascoltare questi guitti del ‘teatrino della politica’ non fa che rafforzare la mia convinzione…”

“Penso di capire a cosa ti riferisci – dice Reinberta – tuttavia, nonostante tutti gli sforzi che sta facendo Grillo per perdere voti (un po’ come faceva la Lega Lombarda a cavallo degli anni 80/90 quando era esplosa troppo velocemente e non aveva ancora pronta un’adeguata classe dirigente, non che poi quella successiva fosse risultata adeguata…) voterò il simbolo M5S, ma quello clonato!”

“Compagni – ammonisce Robustiniano – d’accordo su tutto, però consideriamo che qui siamo il Lombardia: l’Ohio! Almeno al senato adoperiamo un po’ di sano realismo; quei seggi saranno decisivi per non dipendere da Monti, e dall’Udc! Turiamoci il naso e votiamo al senato Pd, e se proprio non ce la fate, almeno Sel…”

“Ma de che?! – sbotta Rainaldo – Ma se Bersani stesso ha detto che il 49% o il 51% non fa differenza: comunque governerà con Monti, e con l’Udc!”

“Vabbè lo so – risponde intimidito Robustiniano – ma si tratta di rapporti di forza; un conto è avere bisogno per forza al senato dei loro numeri, un conto è proporre dall’alto della propria maggioranza un’alleanza per…” (risata soffocata dello stesso Robustiniano)

“Vedi te ne rendi conto da solo delle cazzate che dici? – fa notare Rainaldo – Ai fini pratici che differenze vuoi che ci siano riguardo le politiche adottate? Saranno le medesime dell’ultimo anno, per noi non cambierà niente, è già tutto deciso.”

“Dite quello che volete – interviene Rebecca – ma trovo molto istruttivo lo ‘spettacolo’ di questa campagna elettorale, l’ultima (?) finzione democratica. A parte le solite sparate, le promesse fatte da chi per decenni ha dimostrato di non sapere mantenere, le grottesche contraddizioni di chi contesta provvedimenti iniqui votati da lui stesso, è apprezzabile lo sforzo da parte di tutti di rendere sempre più incredibile la fiction. Sono grandi attori, recitano molto bene, tutti, politici e conduttori televisivi. Lo scopo è coinvolgere gli spettatori/elettori nel gioco delle parti convincendoli che è tutta una fiction, irreale come un reality, della quale anche loro sono protagonisti. Il messaggio più importante da far passare nella mente degli spettatori/elettori è che comunque tutto è già deciso come da copione, dicendo esattamente il contrario, facendo finta di ingannare gli spettatori/elettori che così apprezzeranno la recita e perdoneranno volentieri gli attori e se stessi, sentendosi gratificati per non essere stati fatti passare per fessi. Il problema è che, a differenza di un film, una volta usciti dal cinema e pagato il biglietto col voto in cabina, le decisioni che prenderanno gli attori tanto applauditi incideranno nella carne e nel sangue dei cittadini (non più spettatori/elettori), condizionandone concretamente la vita quotidiana.”

“L’unico fesso che sembra prendere sul serio il reality è Bersani. – aggiunge Rainaldo – Si comporta proprio come lo stereotipo del vincente al Grande Fratello che mette sinceramente a nudo se stesso, dice la verità, rutta, scoreggia perché il pubblico lo deve vedere come realmente è, senza atteggiarsi: bello spettacolo. Non racconta favole, vuole essere creduto, e gli crediamo. Dice: un po’ più di giustizia, un po’ di equità, un pochino…Un pochino de che?! Perché dovremmo convincerci di avere diritto solo a un pochino di più del pochissimo o niente che abbiamo? Non è questa una forma ancora più subdola di inganno?”

“Ci prendono per il culo? Facciamo altrettanto – propone Rufus – L’unico atto di onestà rispetto a questa situazione irreale è scegliere l’irrealtà: voterò Partito comunista dei lavoratori.”

“Non vale, questa l’hai sentita alla televisione” – accusa Rebecca

“Quale televisione?” – chiede Robustiniano

“Teledurruti” – risponde Rebecca

“Sono almeno dieci anni che ho preso la sana abitudine di votare chi è più a sinistra sulla scheda – si difende Rufus – non mi faccio certo condizionare dalle trasmissioni televisive”

“Non fa per me – chiude Rappo – i trotskisti non sono abbastanza a sinistra per me. Anzi per noi, proletariato. Ricordo a tutti che la rivolta di Kronstadt  fu soffocata nel sangue dall’armata rossa di Trotsky su ordine di Lenin. Voterò la solita scheda nulla, che verrà ‘attenzionata’ dalla digos…”

Questi dunque i propositi elettorali degli italiani fortunatamente avulsi dalla realtà

 

Oi dialogoi – Agende

Argomenti vari, OI DIALOGOI e altre taverne 4 Commenti »

“Aria un po’ viziata, quella finestra andrebbe spalancata.”  E. Ruggeri, 1983

Stasera, riuniti a tavola come attori di uno spot durante uno dei penosissimi cenoni natalizi, si parla di…

agende

“Enrico, caro – domanda con voce melliflua Ermengarda al cognato – hai chiesto poi in banca la consueta agenda in omaggio? Alla mia banca non ne danno più…”

“Macché – risponde sinceramente dispiaciuto Enrico – le avevano finite; quest’anno ne sono arrivate così poche… almeno, così mi hanno spiegato gli impiegati…”

“Secondo me quelli se le imboscano!” – taglia corto Egle.

“Ma vi mancano dieci euro per comprarvela, un agenda? – si sente chiamato in causa Eriberto, bancario precario – Allo sportello è una continua processione di clienti che questuano, si umiliano a chiedere, richiedere, e tornano tre, cinque, sette volte se è rimasta un’agendina… Ma dov’è la dignità?”

“Con tutto quello che ci pelano le banche – si infervora Enrico – un’agenda da regalarci è il minimo! ”

“Guarda Monti – interviene Evasio – dopo fantozziane insistenze e pressioni alla fine ha acconsentito a farcene omaggio: è gratis! Basta che lo votiamo…

“Gratis… – dice Eriberto – certo, certo. Ma davvero abbiamo bisogno di un’agenda? Davvero hanno così paura di quella finta (finta) sinistra dei Fassina, dei Vendola, della Cgil? Eh già, il fronte progressista va sparigliato, diviso perché i poteri forti di questo Paese non sopportano nemmeno l’ombra di un’ipotesi di una sinistra morbida, ‘moderata’ al governo. E quale migliore strumento di divisione dell’agenda Monti scritta da Ichino? Ichino è l’optimum, il nome che ci vuole per dividere la ‘sinistra’ (serve spiegare il perché?)”

“In effetti fanno ridere se temono questa ‘sinistra’ – concorda Ezio – Cosa temono, una patrimoniale? Di subire un peggioramento nel loro tenore di vita? Ma davvero? Suvvia…”

“Bisogna capirli – spiega Egle – si tratta di figli di papà, bambini malcresciuti, viziati, ben rappresentati dalla patetica figura di Montezemolo. E’ gentina che non tollera un mancato abbinamento di colori nell’abbigliamento. Li manda in paranoia la remota eventualità che una sinistra farlocca possa combinare qualcosa di buono, aprendo lo spiraglio, sull’abbrivio del successivo consenso, a politiche più incisive, a immettere una ventata di aria nuova in un ambiente malsano. Quello spiraglio deve restare chiuso.”

“Mi chiedo a questo punto che si inventeranno quando la sinistra vera, quella dura, verrà. Inevitabilmente verrà: la crisi vera, quella dura, è solo all’inizio. Verrà la sinistra vera, e avrà i tuoi occhi… – chiude Eriberto parafrasando Pavese.

“La sinistra vera è quella che sovverte le classi, i primi saranno gli ultimi… – chiosa Evasio – allora altro che patrimoniale… se si girano gli eserciti e spariscono gli eroi… Non c’entra niente, e non voglio allarmare nessuno, ma pare che Gheddafi sia stato sodomizzato con le baionette prima di morire linciato.”

Questi dunque gli innocenti pensieri degli italiani ispirati dalla gioia e serenità propri del periodo natalizio di questo fine 2012

Letti per voi, recensioni a perdere Il banchiere anarchico

Argomenti vari 456 Commenti »

In questo nevoso week end dicembrino ho letto (non è vero, l’ho letto come la solito in orario di ufficio) il racconto di F. Pessoa dal titolo che è un ossimoro: Il banchiere anarchico, per la serie I libri della domenica edito dal Sole 24 ore.

Diciamo subito che di cose spudoratamente reazionarie ne ho lette tante (es. L’unico e la sua proprietà di Stirner), ma questa si difende bene.

Trattasi di dialogoi fra un banchiere (sedicente) anarchico e una spalla (io narrante). In buona sostanza il protagonista racconta il suo cammino da quando era un ragazzo di estrazione proletaria, operaio, militante in un’organizzazione di giovani  anarchici fino a quando ha preso coscienza che l’unico sbocco fattibile per sé per tener fede ai propri ideali e realizzare l’anarchia era divenire un monopolista della finanza.

Argomenta il suo percorso spiegando che l’azione anarchica si propone di abrogare le finzioni sociali che causano quelle disuguaglianze non determinate dalla natura (censo, denaro, religione, ecc.). In concreto: ammette che chi nasce più forte, più intelligente, più tenace merita di stare meglio di altri meno ‘dotati’ dalla natura. Già qui non concordo: secondo me la natura è ingiusta; distribuisce ingiustamente i suoi doni (muscoli, q.i., carattere, forza di volontà). La natura va corretta, non assecondata (es. costruzioni antisismiche, riscaldamento contro il gelo). Le convenzioni sociali non sono negative in sé, dipende se assecondano le ingiustizie ‘naturali’ o se le contrastano. Non si può ammettere che un essere umano sia superiore a un altro ‘per natura’. Estremizzando la logica di Pessoa, chi dispone di forti muscoli avrebbe diritto di sopraffare il meno muscoloso, il più intelligente di fregare il più fesso, e così via. Una società libera non dovrebbe consentirlo.

Quindi  prosegue spiegando che per liberare (almeno) se stesso dalla schiavitù del denaro è stato costretto a diventare banchiere. Come se fossero necessari i miliardi per essere autosufficienti; in realtà non serve fare il banchiere, basta fare il bancario (con l’accortezza di svolgere bene il proprio lavoro che è principalmente quello di dissimulare il proprio fancazzismo, rubando coerentemente lo stipendio senza farsi accorgere dal management bancario, impresa non difficile in considerazione del livello medio di intelligenza di quest’ultimo).

Altro alibi, a mio avviso, la presunta inevitabile ‘tirannia’ che caratterizzerebbe ogni cellula rivoluzionaria benché animata dalle migliori intenzioni. E’ comprensibile che un’organizzazione in guerra, che deve combattere e vincere il nemico, possa ‘sospendere’ la democrazia al proprio interno (mi viene in mente il M5S).

Condivido invece la vocazione a ‘prepare’ culturalmente la società al cambiamento necessario (mi ricorda l’affermazione di C. Battisti in un’intervista allorquando riconosceva che era sbagliato prendere le armi prima di avere provveduto a diffondere un’adeguata coscienza di classe).

In definitiva, immaginavo dall’inizio dove andasse a parare il racconto, ma alla fine mi sarei aspettato un colpo di scena, il controcanto dell’interlocutore, invece nulla, sembra di capire che il discorso del banchiere sia convincente.

Allora sorge una riflessione sulle motivazioni che portano l’organo di confindustria ad offrire simili letture ai suoi associati, che immagino troppo impegnati a lavorare durante la settimana per ritagliarsi spazi e tempi per la lettura. Invece la domenica un libretto di 60 pagine può risultare alla loro portata. Trattasi di sovrastruttura, di conforto e alibi culturale per supportare il necessario egoismo per fare i padroni. E quale puntello migliore del finto anarchismo, l’anarchismo individualista, di destra, alla Clint Eastwood (sostenitore di Romney e della lobby delle armi), il finto ribellismo e vero menefreghismo alla Cruciani, il dj di radio24 (“Forza Fornero!”) per ammantare di un’aura simil intellettuale la propria missione e vocazione di perpetuare il secolare sistema di sfruttamento e oppressione che è strumento e fine del potere.

Kraus Davi

Letti per voi, recensioni a perdere Il contagio

Argomenti vari 42 Commenti »

In questo primo veramente freddo week end novembrino ho terminato di leggere Il contagio (W. Siti, Mondadori, 2008)

Sono un po’ stufo di leggere e recensire capolavori (prossima fermata a ritroso nell’autostrada per l’inferno: Troppi paradisi) perché ti costringono a guardare in faccia la realtà, ad immergervisi con, direi, eccessiva lucidità. Il contrario dell’effetto della cocaina (grande protagonista di questo romanzo) che l’esperienza dei borgatari qui illustrata insegna essere un antidoto all’introspezione. Infatti, per es. Mauro, che ha tentato il ‘grande salto’ fuori dalla borgata, una volta spedito dal capobastone negli Usa per ‘affari’, a digiuno di coca per dieci giorni, inizia a realizzare l’assurdità di quella vita, di questa vita, aiutato dal parossismo consumistico della società americana (sarà troppo tardi, poiché è già stato scaricato dal clan e al rientro in patria finisce carcerato).

L’autore, attraverso questo e numerosi altri episodi di vita intrecciati gli uni con gli altri, stende un trattato di sociologia travestito, ottimamente (sulla qualità della prosa non mi spendo, già si sa), da romanzo. Un sequel, mezzo secolo dopo, del pasoliniano Ragazzi di vita. Si scopre erronea, rovesciata, l’analisi di Pasolini: non sono le borgate che si sono imborghesite, ma il contrario. Il ceto borghese è stato contagiato dalla cafoneria, ha assunto il peggio della borgata. Quest’ultima a sua volta ha assunto per osmosi il peggio della borghesia: l’ipocrisia, la corsa all’effimero, all’apparenza, perdendo l’autenticità dei rapporti umani, la solidarietà fra ‘perdenti”.  A completare il quadro, come detto, la coca, che da droga di élite diviene droga popolare, riempitivo di ogni interstizio della vita sociale. Oltre alla droga, grande protagonista del romanzo è il sesso. Sembra che tutti scopino con tutti, maschi, femmine, indifferentemente, in una triste rincorsa all’immediato piacere animalesco. Effetto, credo, del solipsismo dell’autore che, in fondo, confessa egli stesso: gli pareva che tutto il mondo fosse gay e borgataro perché si era innamorato di un gay borgataro. Doloroso il racconto di questo amore non corrisposto perché mercenario (Marcello, il mantenuto palestrato che infine abbandona il ‘professore’) ma rivelatore di un’antica verità: se esiste l’amore corrisposto il mondo si può cambiare. Se non esiste, tutto è mercenario, tutto ha un prezzo, il capitale ha vinto, i mercanti si sono stabiliti nel tempio.

Suggestiva, e anch’essa rivelatrice, e profetica, l’immagine finale dei pesci rossi gettati come prede nell’acquario dei piranha; uno ne sopravviverà, e diventerà capobranco (il rumeno Nicu…)

Nonostante tutto, appuntamento al prossimo capolavoro.

Kraus Davi

CI VUOLE 1 MINUTO 1 per fare un passo verso la democrazia

appelli, Argomenti vari 90 Commenti »

Dopo le violenze durante lo sciopero europeo di mercoledì viene da pensare che l’impotenza non ha obiettivi per definizione: infrange quel che trova. E questo è quello che hanno fatto diversi manifestanti. Ma se si vuole aspirare a vivere in una democrazia, non si può esimersi dal sottolineare e dall’odiare chi piange infrazioni alle statue, alle vetrine delle banche, alle auto e mai ai diritti. Quel poliziotto che ha pestato, manganellato in faccia un ragazzino inerme e già a terra bloccato, tutti i suoi colleghi attorno, e quelli che lo conoscono e stanno zitti, insieme a quelli che non lo denunciano, quelli che non lo sbattono fuori dalla polizia e almeno lui dentro un carcere, tutti questi sono complici. Come lo sono stati a Genova, come in ogni altro posto dove in piazza le divise difendono i poteri.

Soffocano la democrazia.

Spesso viene vantato dai governanti il merito di aver mantenuto la coesione sociale. La coesione sociale viene vista da loro come un valore.I Giovani, i manifestati vogliono rompere dunque questa coesione sociale. Coesione sociale significa che gli oppressi dormono. Il sistema di potere al servizio degli oppressori ha diritto di detenere il monopolio della violenza e degli armamenti che legittimamente esercita attraverso la polizia, le forze armate, i servizi segreti. Agli oppressi, per troppi benpensanti, spetta il monopolio del bon ton e delle buone maniere, da esercitare nei modi e nelle forme della protesta pacifica, democratica e politically correct. Qualcosa non torna.
(cit.pococurante)

Chi si chiama se a ferire tuo figlio (di tredici anni) è stata la polizia? Se vogliamo aspirare a vivere in una democrazia e fare un primo passo verso questa direzione ci vuole 1 minuto 1 per far si che il Ministro Cancellieri obblighi i poliziotti a mettersi quel cazzo di numero identificativo su casco e divisa.

Ogni minuto che passa senza che un parlamentare (vale anche per quelli locali di ognuno di noi) la presenti come proposta,  e il cittadino la richieda con forza è complicità.

Chi si chiama, nel frattempo, se a ferire tuo figlio (di tredici anni) è stata la polizia?

Letti per voi, recensioni a perdere. Resistere non serve a niente

Argomenti vari 506 Commenti »

In questo tiepido week end ottobrino ho terminato la lettura di Resistere non serve a niente (W. Siti, Rizzoli, 2012)

 

Ultimo romanzo di Siti, il primo che ho letto, e che mi costringerà a leggere i precedenti ( e i prossimi). Diciamo subito che dal punto di vista della scrittura, inarrivabile, questo testo dovrebbe inibire (quasi) chiunque dal continuare a scrivere. Non ne leggo pochi di libri, ma raramente ho potuto riscontrare una prosa tanto intensa, efficace e rapitrice.

Fatta fuori brutalmente la questione del metodo, passiamo al merito del romanzo. La trama narra la biografia di Tommaso, uno squalo italiano contemporaneo del finanzcapitalismo (cfr Gallino). Concepito la notte in cui morì Pasolini (il genitore torna a casa trafelato e sporco di sangue ‘abbiamo dato una lezione a un frocio’), di estrazione proletaria, padre fuori e dentro il carcere, madre operaia prima, portinaia poi, vive un’infanzia e un’adolescenza straziante, soprattutto a causa di una grave obesità. Tuttavia la natura lo ricompensa fin da piccolo con un elevato quoziente intellettivo e un’innata passione e predisposizione per la matematica.

La svolta intorno ai 18 anni. Grazie all’interessamento di ‘amici’ di papà (poi vedremo che genia di amici) si fa operare, dimagrisce, va all’università e la sua bulimia dal cibo si trasferisce al denaro.

Siti ci illustra il male nella sua conturbante interezza. Ci porta dentro la testa di questo adolescente malcresciuto, la sua sessualità immatura che reclama ferocemente gli arretrati, il suo impaccio di parvenu a contatto col mondo dei nati ricchi. Descrive la mentalità di questi ultimi, ci spiega che il vantaggio dei soldi non è di fare, ma di sapere di poter fare. Il bello non è spendere soldi (come farebbero i miserabili) ma sapere di poter spenderli. Ci svela la fonte della corruzione materiale e morale della società occidentale, dove impera la mercificazione dei rapporti umani, non ultimi quelli sessuali, e la prostituzione ad ogni livello, fino al più abietto, viene vissuta come ‘naturale’.

Poi affonda il bisturi nella genesi dell’attuale sistema. Qui, nel penultimo capitolo, devo dire che il percorso narrativo perde un po’ di appeal, trovo un’incursione alla Gomorra, con tecnicismi forse eccessivi. Non vorrei che questa critica suonasse come un complimento, ma mi ricorda Moby Dick nel punto cui Melville infarciva pagine e pagine di nozioni cetaceologiche. Per farla breve, l’economia odierna è il risultato irreversibile di un esperimento di entropia, che non distingue più fra denaro pulito e sporco perché il denaro stesso è un pixel sullo schermo, che con un clic fa il giro del mondo in pochi secondi. La mafia di 2° generazione, di cui Tommaso fa parte, non indossa coppola, non impugna la lupara dietro i fichi di’india. Ha studiato nelle migliori università, veste in doppiopetto, usa iphone e jet privato; e tanto basta per renderla presentabile in società. Affonda sempre le sue radici nel sangue, e nel sangue perpetua la sua ricchezza. Tuttavia è un sangue che scorre lontano, in altri continenti, non imbratta le loro dita che si limitano a picchiettare su tastiere di computer. La medesima sovrastruttura che li copre e li protegge è quella che ora indirizza il rancore popolare verso i politici corrotti, lasciando credere che siano loro la causa dell’impoverimento della popolazione. Si offre un capro espiatorio per poter continuare a fare affari, se affari si possono chiamare trasferire pixel da un computer all’altro.

Se la situazione è questa, se le soluzioni che gli uomini di buona volontà propongono sono punture di spillo come la tobin tax (che giustamente uno speculatore interpreta come una prova che queste ‘anime belle’ si meritano di essere fottute) allora davvero non c’è via d’uscita. La tentazione e il sentimento che ci pervade è di sentirsi sollevati, deresponsabilizzati, senza alcuno obbligo verso un sistema siffatto. In effetti il proletariato non ha alcun debito nei confronti del capitale, semmai parecchi crediti. Tuttavia quando il credito è vantato nei confronti della mafia risulta di difficile (per usare un eufemismo) esigibilità.     

Ma forse una via c’è, una via fatta di radicalità, di nuovi barbari, terrore delle idee, Robespierre. Una via c’è se cediamo a un altro sentimento rispetto al sollievo, un sentimento da riscoprire, coltivare e interiorizzare: un incorruttibile odio di classe. Se la realtà è questa, se non è tutto solo un romanzo, davvero resistere non serve a niente. Serve attaccare.

 Kraus Davi

Come vincere l’ultima partita di campionato… E’ stato lo stato

Argomenti vari 28 Commenti »

Dopo le motivazioni della Cassazione in merito alla sentenza di condanna dei vertici della Polizia per i fatti, le violenze, della scuola Diaz e del G8 di Genova,  troppi esultano. E’ bene non farlo troppo.

E’ come vincere l’ultima partita del campionato essendo in fondo alla classifica.  Sarà pur giusto e emozionante ma non serve a nulla. In questi anni sarebbe dovuto avvenire un cambiamento in italia, ma nulla nemmeno una legge sulla tortura.

La magistratura ha fatto in parte la sua parte (ad ogni modo ben oltre le mie aspettative).

le forze dell’ordine  si sono dimostrate incapaci di fare una qualsiasi operazione di pulizia interna, dove il senso di gruppo, la difesa della facciata, l’omertà hanno sempre prevalso sugli ideali fondanti delle istituzioni stesse.

eEcluse voci singole o minoritarie, come quella di rifondazione, l’intero arco parlamentare non ha assolutamente voluto mettere in discussione l’operato delle ffoo. Il pd in particolare ha dato prova vergognosa di se: violante, la prima commissione d’indagine, la difesa di de gennaro, abdicare il proprio potere “in attesa della magistratura”, la commissione di inchiesta MAI desiderata, … per assurdo hanno fatto più bella figura forza italia & co difendendo a spada tratta sempre e comunque.

A screditare l’italia all’estero (e probabilmente di fronte ai miei ancora ingenui occhi) non è stata solo la polizia, ma tutte le forze dell’ordine non collaborando, coprendo. E’ stata la politica miopie quando non proprio ceca.  E’ stata la giustizia a cui ho rivolto meno attenzione solo perché, rispetto a molti altri drammatici eventi della nostra storia,  qualche conclusione positiva l’ha raggiunta. in conclusione: E’ stato lo stato!

Cultura a Lampugnano

Argomenti vari 80 Commenti »

Datosi che quell’anno il comune offriva l’ingresso gratuito ai musei civici, Sinfronio portò la sua figlioletta a passare un’afosa domenica milanese al Museo della Scienza e della Tecnologia (cannando di brutto poiché non rientrava fra quelli comunali, per cui i biglietti alla fine dovette pagarli). Parcheggiata l’auto a Lampugnano (introvabile un parcheggio in centro a Milano, nemmeno in agosto datosi che in vacanza non ci andava più nessuno), l’attenzione della pargoletta fu presto attirata dai giacigli attigui la stazione della metropolitana. “Perché quei cartoni e quelle coperte?” chiese. Già, perché. Come spiegare a una bambina di sette anni il motivo per cui persone in carne e ossa, non attori di un film, non protagonisti di cartoni animati, dormono all’addiaccio?

“E’ perché non hanno studiato, papà?”

“No, non è quello”

“E allor…”

Glissò, e per cambiare discorso le indicò un grosso polmone grigio e verde che nel corso del tempo aveva cambiato spesso nome a seconda dello sponsor. Lì intorno negli anni ‘90 si organizzavano le feste provinciali de l’Unità, di Liberazione. Poi pare che l’area fosse diventata troppo costosa anche per i partiti, che erano finiti confinati al Carroponte di Sesto San Giovanni.

Ci andava spesso e volentieri a quelle feste, in luglio e settembre , perché nonostante l’elevata densità di zanzare per metro quadro le attrattive non mancavano.

Una sera per esempio ci fu un incontro-dibattito letterario con quattro scrittori emergenti. Erano: Aldo Nove, Tiziano Scarpa, Giulio Mozzi e il quarto… non se lo ricordava (aveva i capelli scuri, Ammaniti no, se lo sarebbe ricordato. Montanari? Genna? Culicchia? Boh). Questi scrittori tardarono un po’ rispetto all’orario pubblicizzato dell’evento, e il pubblico cominciava a spazientirsi; qualcuno si era allontanato, andandosene a zonzo per gli stand per ingannare l’attesa. Un volontario dell’organizzazione si premurò di comunicare che stavano “finendo di mangiare” e quindi di “star tranquilli” che poi sarebbero finalmente arrivati. Infatti infine arrivarono, però mancava ancora il moderatore, che era più in ritardo di loro. Nel frattempo questi scrittori cazzeggiavano fra di loro, tranne Mozzi che si era appartato mettendosi a sfogliare un libro. Il moderatore dopo mezz’ora arrivò e li presentò come ‘giovani’ scrittori (suscitando le rimostranze di Mozzi che agitando quattro dita della mano faceva cenno che andava per i quaranta) e spiegando che la cosiddetta generazione ‘cannibale’ non era frutto di una furba operazione commerciale, ma bensì il prodromo di una rinascita culturale italiana, o qualcosa del genere.

Nove prese la parola per criticare chi li criticava e li snobbava, diceva che non è che solo chi legge la terza del pagina del Corriere è un acculturato, ma ognuno ha diritto alla letteratura che è “quella che ci salva”. Disse che era dai tempi di Tondelli che non c’erano delle così belle novità e poi se la prese con una casa editrice marchigiana o di chissà dove che aveva pubblicato un tizio che scriveva quasi come lui, quindi quella non era certo una novità, ma qualcosa che c’era già.

Il Museo della Scienza e della Tecnologia non era molto cambiato da quando Sinfronio ci era stato l’ultima volta, circa trent’anni prima. C’erano gli stessi treni, gli stessi aerei. La novità era costituita dal sottomarino Toti, che però non poterono visitare all’interno perché era già “tutto esaurito”. In effetti c’era parecchia gente, benché a pagamento. Tutta gente che intendeva acculturarsi con la scusa dell’aria condizionata , attardandosi nella galleria dei progetti Leonardeschi, facendo la spola fra il pendolo di Foucault e le telecamere che avevano immortalato la prima puntata de “Il pranzo è servito”, e insomma tutti si sentivano come a casa.

Scarpa fece praticamente del cabaret, parlava a ruota libera con la sua abile parlantina. Ci fu anche un accenno di supercazzola che sorprese il pubblico più attento quando poco lontano scoppiarono dei mortaretti, insomma si vedeva che stava improvvisando, non come Nove che pareva il più timido e si era preparato il suo discorso. Scarpa parlò di Amore, citò Abelardo e Eloisa mentre quello che sembrava il suo agente guardava il pubblico di sottecchi, per vedere l’effetto che faceva quel favoloso eloquio; poi ammiccava complice sempre verso il pubblico come a dire ‘visto eh, che fenomeno!’

Datosi che era ancora pomeriggio presto, Sinfronio pensò di proseguire la giornata al fresco, stavolta tassativamente gratis, al Museo di Storia Naturale. Cannò ancora, poiché l’ingresso era sì gratuito, ma l’impianto di climatizzazione era guasto, o forse proprio inesistente, e percorsero sudando e tossicchiando i polverosi corridoi senza finestre rimirando bestie imbalsamate e spaventosi dinosauri in plastica e vetroresina, seguendo l’intrigante mostra dell’evoluzione dall’homo habilis all’homo sapiens sapiens. Anche qui grande ressa di gente che si acculturava, famigliole con nonni al seguito, coppie assortite di giovani cubane con obesi italiani, ma l’affollamento degli ambienti non giovava alla respirazione, soprattutto di anziani e dei più piccini. Pertanto decise di portare fuori sua figlia ai giochi del parco intitolato a Indro Montanelli, dove stavano giocando numerosissimi bambini, tutti extracomunitari.

Quando iniziò a parlare Mozzi Sinfronio decise che ne aveva abbastanza, prese per mano la sua allora fidanzata e fece per andarsene, creando un minimo di trambusto poiché dovette alzarsi l’intera fila per farli passare. Nove li guardò, non con aria di rimprovero ma piuttosto di ammirazione, probabilmente pensando “eh, se ne vanno così presto… chissà cosa vanno a fare…”. Uscendo incrociarono un’altra coppia che conoscevano; stavano arrivando tutti trafelati chiedendo “è gia cominciato?”

“Veramente sta quasi finendo”- rispose Sinfronio.

“Che peccato – disse lei - abbiamo fatto tardi perché… vabbé, comunque adesso prima di andar via ce li fanno gli autografi sulle loro opere” indicando col mento i quattro libri che il suo lui teneva sotto il braccio. “Li fanno anche a voi se aspettate. Se glielo chiedete ve li fanno.” -assicurò lei.

“No grazie, andiamo.”- disse Sinfronio.

La sera,  al ritorno dai musei, usciti dalla metro di Lampugnano passarono di nuovo davanti alle dimore dei senza dimora. Per distrarre la figlia le chiese cosa le fosse piaciuto di più di quella gita. Rispose: i giochi al parco. Poi cercò di spiegarle l’importanza della cultura nella vita: la cultura arricchisce tutti, porta progresso… Disse che lui si ricordava di quando lo portavano ai musei da piccolino, eccetera. Tuttavia passando accanto ai diseredati che si apprestavano a passare la notte sistemando alla meglio cartoni e trapunte lerce, ammonticchiando gonfie buste di plastica ai piedi del loro letto, la bimba gli chiese a bruciapelo: “Papà, nella vita è più importante la cultura o i soldi?”

“Ehm – titubò Sinfronio – sono importanti entrambi”

 “Sì ma , cosa è più importante?”

“Sono importanti uguali.” Rispose con più decisione, temendo dove si andava a parare.

“Sì ma, proprio uguali uguali? Per un pelino cosa è più importante? Se devi scegliere per forza o l’una o l’altra, cosa scegli?”

….

“Eh, papà?”

REVISIONARE I REVISORI DELLA REVISIONE

Argomenti vari 141 Commenti »

Stiamo freschi. E l’inverno sarà freddissimo. E’ diventata infatti Legge la “spending rewiew” cioè la revisione della spesa. E già i politici e parlamentari si affrettano a dire “in autunno correzioni”, (Bersani) “un si sofferto alla fiducia ma l’ultimo se non si cambia registro” (Codurelli). Gli stessi che la votano sono i primi a volerla cambiare. Ridicolo. Questo PD è qualcosa di allucinante. E offensivo.

Ma se non si ha la capacità, il peso, il cuore e la consapevolezza di incidere nelle scelte quando si è determinanti in una maggioranza, poi bisognerebbe almeno evitare di fare quelli che si indignano e tantomeno quelli che metto aut aut. Sempre però per la volta dopo. Se non si hanno capacità, idee alternative per ottenere gli stessi risultati che ora il governo propone con la “revisione delle spesa” si  tira su e si va a casa. E’ anche agosto. Facciano una vacanza lunga, ci si vede in un’altra vita. E’ chiedere troppo?

 

 

GENOVA G8 SCUOLA DIAZ. Abbiamo sempre saputo chi è Stato.

Argomenti vari 38 Commenti »

Abbiamo sempre saputo chi è Stato.

Portavano molotov, ordinavano pestaggi feroci e attentavano all’incolumità di onesti cittadini disarmati. Black Bloc? No, Polizia.La sentenza della Cassazione dice queste due cose qua. Lo Stato ha impiegato anni, 11 lunghissimi anni, per dire quello che tutti sapevan già. Quello che lui sapeva già. Fin dal giorno prima, di 11 anni fa. Quello che era successo, quello che stava succedendo a Genova, lungo strade di moltitudine quando han mischiato tragedia privata e collettiva. Un ragazzo ammazzato e migliaia di singoli, lì fatti popolo, umiliati, violentati sulla pelle e dentro il petto. Impunemente rapiti e nascosti alle famiglie. E malgrado oggi la tela del ragno si sia squarciata anche con sentenze che hanno dimostrato veri i racconti, è palese l’omertà. Genova è stato qualcosa di terribile, un pugno alla Verità e alla Giustizia. Un altro mondo possibile che, per quelle divise, si è arrestato, si è perso. L’hanno fatto perdere. E’ anche per questo che mi par difficile poter accettare che con la sentenza della Cassazione questi fatti si siano sanati ed abbiano trovato giustizia. Basta una sentenza di un Tribunale, bastano 3 anni di interdizione a 5/6 macellai vigliacchi per tornare ad essere, a credere, in un Stato Democratico? Meglio che nulla certo, ma troppi, troppi, restano gli impuniti. Capi dello Stato, di Governo, politici complici e una pletora di poliziotti vigliacchetti e colleghi di questi che hanno fatto, alla scuola Diaz una “macelleria messicana” e che sono stati – e sono – in silenzio, complici e giustificatori. Legittimatori di omertà, di violenze, di illegalità.

Ricordiamogli Primo Levi, Se questo è un uomo: Gli si sfaccia la casa, la malattia li impedisca, i loro nati torcano il viso da loro.

Letti per voi, recensioni a perdere L’inumano

Argomenti vari 27 Commenti »

 In questo piovoso week end repubblicano ho letto L’inumano (M. Parente, Mondadori, 2012).

Un’opera che non esiterei a definire una cagata pazzesca se non fosse questo, come temo, l’effetto che lo stesso autore si proponeva di ottenere. Pertanto mi limiterò a dire che si tratta di un testo di un’ingenuità imbarazzante.

La trama, piuttosto banalotta, narra in definitiva di un ininterrotto flusso di coscienza di un nichilista, casualmente omonimo dell’autore, che spinto dal proprio editore si prostituisce presso i giurati di un noto premio letterario, finendo col cacciarsi nei guai (per usare un eufemismo).

Onestamente bisogna riconoscere che il Parente la pagina la fa girare, 275 pagine bevute d’un sorso, sebbene troppi risultino alla fine i riempitivi pornotrash, i continui rimandi a insulse esperienze televisive e pippe mentali (e non solo mentali) di un narcisista che ha elevato la propria sacrosanta ecceità al di sopra di tutti gli universi. Anche Bukowski ci metteva del sesso per aumentare le ‘tirature’, e questo espediente furbetto si potrebbe anche perdonare, se non si esagerasse come in questo caso dove il sesso, più che le ‘tirature’, provoca sbadigli.

Tuttavia lo stile è gradevole, forte, deciso, denota carattere, personalità, virilità (…) e in determinati spunti ricorda il primo Busi.

Ciò che fa cadere le braccia (e anche le gambe…) è la ‘sostanza’, il messaggio del romanzo. Il Parente (intendo non l’autore che, mi piace pensare, come Gide nell’Immoralista, ha scritto quest’opera per non fare la stessa fine del suo protagonista) ci rivela sbandierandola come fosse la scoperta del secolo ciò che ogni adolescente di media intelligenza dovrebbe aver già capito prima di fare il suo ingresso nell’età adulta. Ovvero che tutto è niente, che dio, l’amore, la verità sono invenzioni, menzogne, non esistono. Che la nostra esistenza è il frutto casuale di mere combinazioni molecolari risalenti a miliardi di anni fa. La scoperta dell’acqua calda. E tuttavia questa grande scoperta viene vantata come punto di arrivo della consapevolezza umana, mentre ogni persona avveduta sa che è solo un punto di partenza. Altrimenti avrebbe ragione quel personaggio di Zelig (quello di W. Allen, intendo) che in punto di morte spiega cos’è la vita: “figliolo, la vita è un incubo di orrore senza senso”. E’ fuori discussione che la vita umana, come qualsiasi altra cosa nell’universo, non abbia senso. Ma qui sta il bello. Come diceva Ivan Karamazov “io amo la vita proprio perché non ha senso”. Parente vede solo la minaccia e non la meravigliosa opportunità. Il fatto, incontrovertibile, che la verità non esiste rende la vita meravigliosa, perché ci dà l’opportunità di deciderla noi, la verità. Senza rendere conto a nessuno. Per es. anche se, anzi, proprio perché l’amore non esiste, decidiamo noi chi amare, e lo amiamo davvero, perché lo abbiamo deciso noi. Altro esempio: se ci intriga il mito della Resistenza e abbiamo deciso che il nazifascismo è il male assoluto, siamo disposti a difendere anche con le armi in pugno questo nostro capriccio, a prescindere dalla verità storica assoluta, che come ogni verità non esiste. Chiaro?

Insomma, questo romanzo si ferma al primo step, arriva a una conclusione senza trarne le conclusioni. È il flusso di coscienza di un ridicolo, perché inconsapevole, integralista della religione della biologia. Di uno che ha sposato il dogma della scienza degli uomini. Insomma di uno che ha poca fantasia.

Ma forse mi sbaglio. Come diceva D. Lessing, si scrivono storie non per fornire un significato, ma per lasciare che sia lo stesso lettore a trovarne uno, anzi, a deciderne uno, o più. Lo scrittore è come dio, che crea e poi lascia libertà di interpretazione circa la sua creazione. Allora, nella mia veste di lettore recensore decido che quel maialino che parla nel buco è solo un feto nell’utero, che ha già capito tutto, che sta per uscire consapevole di ciò che l’aspetta; e la parola finale che manca per chiudere (iniziare) il romanzo è ‘vita’, βιος.

Kraus Davi

ma è veramente Equitalia ad essere cattiva?

Argomenti vari 20 Commenti »

Non vorrei essere cinico mi basta essere impopolare.

Ma cosa chiede alla fine Equitalia con le sue cartelle esattoriali che in questi mesi sembrano il male peggiore dell’Italia? Tanto che populisticamente i Sindaci in crollo di consensi stanno revocandole le convenzioni per l’incasso?

 Sono Tasse non pagate. Par di dimenticarsene.

Sono consapevole che bisogna distinguere e modulare differentemente le azioni di recupero tra evasori e chi non ce la fa a pagare però, però, sono Tasse non pagate.

Tasse non pagate.

I secondi, chi fatica a pagare, devono prendersela con i primi, gli evasori più che con Equitalia. Con Equitalia casomai ce la si prende, in subordine, perché ai primi, gli evasori, ed ai grandi debitori fa condizioni e agevolazioni indecenti pur di portare a casa un po’ del maltolto.

Io resto sempre dell’idea che il denaro non dichiarato, il denaro non giustificato dal reddito e scoperto nei controlli, debba essere requisito totalmente dallo Stato, per la collettività, nella sua interezza non come oggi, invece, che avviene solo per le tasse non pagate e mora. 

Senza farne un capo d’accusa o da gogna, è pur vero, va sottolineato, per stare alla cronaca, che restituire per esempio 400 euro al mese per Tasse non pagate di 200.000 euro, che, non va dimenticato  significa ripagare il debito, cioè qualcosa non pagato a suo tempo nei tempi dovuti, è farlo in ben 500 mesi. 42 anni.

Facessero tutti così, (pensiamo solo alle rate dei mutui) cioè decidessero di non pagare quanto dovuto, nei tempi dovuti, crollerebbe tutto.

Non Equitalia ma lo Stato. La collettività. Le strade, gli asili, le scuole, gli ospedali, i trasporti, l’assistenza, la ricerca, i servizi.

Ben più di adesso.

E si salverebbero solo, indovinate chi?

Invito a pensare anche a questo, non solo a  quanto è brutta e cattiva Equitalia.

il leghista con le scope ora a raccogliere le fette di salame

Argomenti vari 19 Commenti »

A me questo accanimento odierno su chi come i Bossi e la Lega sono caduti in disgrazia fa solo pena. L’autista del Trota che svuota il sacco e si scopre un leone solo adesso. Un’etica cristallina. Maroni che sembra venuto giù da Marte ma forse era solo un pero.

E chiede pulizia, pulizia, pulizia ma era ad un metro dal vertice e non ha mai detto bè. Minimo uno così è tonto, per esser buoni. E vuole fare il capo. E vogliono farglielo fare. Roba proprio da passar per tonti.

Tutta ‘sta indignazione a scoppio ritardato spinge quasi ad essere solidali con il vecchio Bossi. Tenuto lì finché faceva comodo.

E il leghista con le scope ora raccoglie le fette di salame che aveva sugli occhi…

Il film è finito. E´ inutile che sta seduto nel cinema vuoto. Si lo so è incredulo, ma era l´ultima proiezione. E´ andato via anche il manovratore…. 

Poi tanto rumore per nulla. Al massimo si scoprirà che qualcuno ha messo le mani nel cassetto ed invece di dieci gazebo ha comperato una porche. Ma non è morto nessuno. La Lega, ad esser seri, va condannata per i danni culturali ed economici agli italiani (e ai lombardi) soprattutto  in questi anni (ma non solo) di Governo, non per i diplomi tarocchi. 

Tutta ‘sta indignazione è malriposta. Sarebbe più interessante se si adoperassero tutti per togliere il segreto di Stato sul 2 agosto e su Ustica.

Ma si sa… gli italiani preferiscono il gossip….

Letti per voi, recensioni a perdere – Piccoli gulag

Argomenti vari 561 Commenti »

In questo week end carnascialesco ho letto Piccoli gulag (C. Bellosi, DeriveApprodi, 2004)

 Si tratta di un’appassionata esposizione di ricordi e aneddoti relativi all’esperienza carceraria dell’autore e alla successiva esperienza di educatore in comunità di recupero. Perlopiù storie di disperati, che spesso finiscono malissimo. Storie dure, di sofferenza per l’umanità dolente che si incontra in quei luoghi, nell’universo concentrazionario.

La prosa è coinvolgente (la stessa impressione che ebbi leggendo un’altra opera di un non scrittore: Valentino, Nicola). Anche più coinvolgente di certe opere scritte da scrittori, probabilmente perché qui si narra di vicende vissute personalmente e intensamente. Inevitabilmente intensamente, direi chiedendo venia per il doppio avverbio, considerando che sono scritte da chi ha trascorso lunghi anni in galera, anche in reparti speciali. Anche qui le pagine iniziali riflettono e trasmettono al lettore un sentimento di mestizia. Scoramento per la sconfitta. Tristezza per quegli anni persi, per quel prezzo altissimo pagato come tributo a una causa giusta e doverosa (a proposito di “immedesimazione lontana”). Per aver cercato di attuare le proprie idee, e per essersi fatti beccare mentre le si attuava.

Fa male pensare alla differenza di tempra fra quella generazione e la nostra. Parlo per me, ma anche per tanti altri che conosco; siamo troppo rammolliti anche solo per pensare di mettere in conto un prezzo così alto da pagare. In ciò credo si sostanzi la vittoria del capitale (che dopo aver vinto la lotta di classe ora si propone di stravincerla), nell’aver geneticamente modificato una generazione, ripiegandola su posizioni individualiste.

Tuttavia, volendo scorgere un’utilità in questa deriva culturale, rilevo un’affinità fra la strategia di salvezza esercitata all’interno del carcere, delle comunità terapeutiche e quella necessaria nella società c.d. libera: “solo i ribelli ce la possono fare”. La salvezza dipende dalla preservazione e coltivazione della propria soggettività. Anche noi (per noi intendo quelli fuori, da certe storiacce) in fondo cerchiamo di mirare alla salvaguardia dell’ecceità. Anche quando si traduce nella ben poco eroica aspirazione del speriamo che me la cavo.

Nel selvatico istinto di immaginare come primaria ambizione la conquista della propria splendida (talvolta), irripetibile (sempre) soggettività. Nel cercare di realizzare il socialismo per se stessi, per usare un’espressione di un altro non scrittore del genere (Franceschini, Alberto, non quello del Pd) che richiama terribilmente il godimento di se stessi  (Stirner, Max) che fa sentire in colpa tanto più se lo si riesce a realizzare, senza nemmeno aver avuto alle spalle un passato di droga e carcere.

Insomma, un libro sconsigliabile. Soprattutto al lettore che ha la salute, l’amore, i soldi. E tuttavia sente che gli manca qualcosa… qualcosa gli manca. Ecco cosa gli manca! Gli manca una bella mentalità piccolo borghese che gli consenta di non vedere a un palmo dal naso e di vivere felice in un mondo infelice.

 

VIP: VERY IMPORTANT PIRLA

Argomenti vari 66 Commenti »

Vip, Nobili ed Imprenditori, truffati per milioni di Euro, da falsi Broker che promettevano guadagni oltre al 15-17%!”

Questa la notizia che già ad aprile scorso correva veloce in rete e nelle televisioni (ne avevamo parlato anche noi) e che in questi giorni sta ritornando nelle cronache per alcune testimonianze rilasciate in Tribunale da questi VIP, Very important pirla.

Stiamo parlando di 700 persone e più, che hanno i nomi famosi di Massimo Ranieri, Sabina Guzzanti, David Riondino, i fratelli Vanzina, Francesca De Cecco, la principessa Claudia Ruspoli ect. che, grazie al passaparola hanno pensato che fosse “normale” ottenere sui propri soldi percentuali a 2 cifre.

Ora: sorvolando, solo momentaneamente, sulla loro cupidigia, della quale si dicono immuni, qualche contessina e principessina e altri che di soldi già ne hanno una o due carrettate e ne vogliono ancora di più al punto da abboccare come delle trote stupide a certe esche…

Com’è possibile, mi chiedo io, che un broker, in questo caso “il Madoff dei Parioli”, finto o vero che sia, riesca a mettere in piedi una truffa di questo genere?

Com’è possibile che dopo i vari crack: Parmalat, Argentina, Cirio, Bipop, My May, Giacomelli ect, ci sia ancora gente – di quel tenore poi – che crede al 15% di rendimento??

Ma allora se la vanno a cercare la “fregatura”??? E’ evidentemente la gola di questi VIP. E di alcuni bisogna pensare ancor peggio.

Chi sta di questi a sinistra (e con questo ci campa, bene) e fa pure il paladino della giustizia, del popolo, poi lo scopri che scuda i soldi in nero evasi e portati all’estero, o investe, in contanti, alla ricerca del 15-17%, “per progetti artistici e realizzare un po’ di sogni al posto di sostenere ed investire in progetti sociali, di alternativa, , di marginalità, di non bancabili, in Mag o Banca Etica ect… merita tutto il peggio e nessuna solidarietà.

Nè Giustizia.

LA PROPRIA SORTE E L’IPNOSI COLLETTIVA

Argomenti vari 67 Commenti »

Noi nel nostro piccolo, nel nostro target formato da cinquanta milioni di clienti più che da cittadini, alcuni fattori ci fan piacere e moltiplicano lacrime e sangue.

Migliaia di italiani che faticano ad arrivare alla fine del mese, con figli laureatissimi e disoccupatissimi, posti davanti al dilemma se stare dalla parte del venditore abusivo straniero che vende finte Vuitton a diciannove euro o a quella del vero Vuitton che le vende a millenovecento, non hanno esitazioni: parteggiano per il miliardario.

Migliaia di operai e lavoratori vedono le loro fabbriche migrare verso la Romania, la Bulgaria, la Cina, ma non esitano a scagliarsi contro il marocchino, l’albanese, il bengalese che “ruba il lavoro”.

Decenni fa la buona e brava gente della Nazione era via via illusa di migliorare la sua condizione, di mettersi al sicuro con il posto fisso, poi di fare un salto con la scolarizzazione di massa, poi di trionfare con l’ingegno italiano, il made in Italy, la fabbrichetta.

Oggi il posto fisso non c’è più, il Made in Italy lo importiamo dalla Cina dove lavorano per sei pagati un sesto, la laurea in filosofia viene nascosta e negata persino nei curricula, se no non ti prendono a lavorare al call center o alla cassa del supermercato.

Si impone insomma la piccola borghesia scivolante, che slitta a velocità costante verso il proletariato, pur continuando a odiarlo come negli anni Venti.  

Ed intanto qualcuno che è sempre stato nella finanza, nella speculazione, nelle banche d’affari loro,  che non ha mai sentito il dovere di opporsi a quelli venuti prima di lui – che oggi lo sostengono – recita il mantra: sobrietà, sacrifici, spread, salva Italia, crescita, rigore, liberalizzazioni, equità.

Deprimente o meno evidentemente funziona sempre. Continuamo a cascarci. Passando da un’ipnosi collettiva ad un’altra.

Evidentemente molto preoccupati per le sorti di alcune decine di banchieri più che della propria.

Fortezza inespugnabile

Argomenti vari 21 Commenti »

No, non cedo: la Resistenza non è sconfitta
di Giorgio Bocca
Alcuni recensori del mio ultimo libro Le mie montagne hanno scritto che è “malinconico” perché è il libro di uno sconfitto dalla storia. Il mondo risorgimentale in cui sono nato e sono vissuto non c’è più, la classe operaia non è andata in paradiso ma nelle code delle autostrade e nelle pensioncine di Rimini e Riccione, gli italiani sono a maggioranza qualunquisti, al punto di sembrare nostalgici del peggior fascismo. L’Italia dei valori è un partitino di un giudice ambizioso, ai valori civili non pensa più nessuno, Giustizia e Libertà è un circolo culturale, la politica naviga in acque fetide, la lotta di classe è finita nel precariato dei call center, non si è salvata neppure la storia, non si sono salvati neppure i cippi e le lapidi della guerra partigiana.
Chi è più vinto di uno che ha creduto che la Resistenza fosse l’ultima guerra risorgimentale e ora deve debolmente difenderla dal revisionismo ignorante e falsario?
Chi è più sconfitto di chi sta in un Paese che ripudia la sua storia, e la riscrive in modi diffamatori?
Un Paese in cui, si direbbe, l’unico valore è il profitto à tout prix, neppure giustificato dal merito personale, della ricchezza premio divino. Un Paese che, anche nei suoi delitti, mostra un incanaglimento efferato, giudici che collaborano con le mafie, insegnanti che corrompono i loro allievi, madri che vendono i loro figli. E il compiacimento con cui i media raccolgono ed espongono tutte le sozzure senza che nessuno più tema il dio che incenerì Sodoma e Gomorra.
Eppure qualcosa ricorda agli sconfitti e ai superati che la partita non è persa, che la memoria è più vera del presente, che la guerra perenne, l’affarismo perenne, la corruzione universale non sono un modo di vivere accettabile. O, più semplicemente, fuori da ogni ideologia, che per molti c’è la impossibilità fisica di vivere nel pantano. In fondo, la possibilità di chiuderci in noi stessi, di evitare le complicità e i patteggiamenti esiste, ogni uomo se vuole è una fortezza inespugnabile. E può riscoprire la serietà, la drammaticità della vita, e rifiutare questa cultura del ridere sempre e comunque anche delle idiozie, anche delle volgarità.
Davvero malinconici? Davvero sconfitti? O decisi a salvare il meglio che c’è nella vita? Per noi e per i figli.

buon natale fottute pecorelle

Argomenti vari 106 Commenti »

GIORNO DI MERCATO

Argomenti vari 405 Commenti »

Michela Murgia ,’autrice di ” Il mondo deve sapere” e dello splendido “Accabadora”nonchè amica di Pococurante ha scritto sul suo blog questo illuminante pezzo dopo lA sua presenza all’Infedele di Lerner ospite insiemala vate Scalfari ormai disperso

Nella puntata dell’Infedele a cui ho partecipato ieri seraera stato con ogni probabilità previsto un lungo spazio dedicato ai risvolti sociali, etici e simbolici dell’epilogo volontario di Lucio Magri; in questa prospettiva ho ricevuto l’invito in studio. Poi il governo Monti ha sorprendentemente anticipato la conferenza stampa sulla manovra, costringendo la redazione dell’Infedele a rivedere le sue priorità di scaletta. Da perfetta profana mi sono quindi ritrovata seduta nella puntata “sbagliata”, tra politici e persone competenti a vario titolo in economia chiamate a esprimersi sulla serie di provvedimenti con cui Monti spera di convincere i mercati a fidarsi di nuovo dell’Italia.

Ma è proprio da perfetta profana che la lunga intervista a Eugenio Scalfari mi è stata rivelatoria sullo stato dell’arte della prospettiva italiana sul futuro. Osservare il modo in cui uno dei più ascoltati opinion maker progressisti presentava come un dogma l’irreformabilità del sistema economico attuale mi ha mostrato molto bene dove si fonda l’incapacità di una certa sinistra di dare risposte politiche credibili ai bisogni delle persone. La pacifica certezza di Scalfari sull’inamovibilità del nostro modello di sviluppo – manco il mercato fosse un fenomeno naturale – mi ha dato anche l’ennesima prova che alcuni, giunti a una certa età, per quanta autorevole saggezza possano avere alle spalle, hanno comunque esaurito quell’indispensabile capitale di speranza e rabbia che permette ancora di immaginare mondi diversi. All’ipotesi del sovvertimento di regole disumane ventilata da Gad Lerner, lo sguardo di Scalfari si è fatto incredulo: “Le regole sono le regole dell’economia, la domanda e l’offerta… come fai a sovvertirle? Le regole sono il prodotto dell’incontro tra forze di mercato!” ha detto, con buona pace di chi pensa che le regole, per essere eque, debbano essere il prodotto di una volontà politica che le vuole tali a dispetto del mercato, e non il contrario.

Dentro all’angustia di questa visione è comprensibile che persino i provvedimenti di Monti siano apparsi a Scalfari come lungimiranti e benefici “sui figli e i sui nipoti”. Probabilmente non vede il grottesco di una manovra che vorrebbe rifondare il futuro di figli e nipoti pretendendo 41 anni di contributi proprio da quei precari per i quali fare i figli è un lusso da almeno dieci anni. La sinistra che si riconosce nella visione di Scalfari non coglie o non vuole cogliere l’iniquità di un governo che considera urgente tagliare le pensioni ai vecchi e non le folli spese per gli armamenti, aumentare l’iva di chi compra il pane e non il prelievo sui capitali scudati dei grandi evasori, tassare le prime case di tutti e non i patrimoni dei ricchi veri. Nel difendere la cosiddetta “politica dei due tempi” – quello del sacrificio subito e quello dell’ammortizzatore che poi non arriva mai – c’è tutta la colpevole pigrizia etica di una borghesia esangue, disabile al cambiamento e distante anni luce dalle categorie sociali per le quali la crisi non rappresenta per niente un difetto del sistema, ma è invece la sua vera faccia, quella più feroce e avida.

In questo momento l’economia liberista sta chiedendo la testa dei deboli e il governo Monti gliela sta dando – tra le lacrime, ça va sans dire – nel complice silenzio di un parlamento annichilito più dalla propria inadeguatezza che dallo spauracchio dello spread. In Italia l’economia ha commissariato la democrazia, ma anche l’etica, al punto che le ultime tutele alla persona rimaste vengono trattate alla stregua di costi che non ci si può più permettere. In questo clima di ineluttabilità neanche i sindacati fanno davvero paura. Che possa opporsi Bonanni, già complice compiaciuto del metodo Marchionne che ora Monti vorrebbe applicare all’Italia intera, non ci crede proprio nessuno. In confronto alla sterile e rassegnata visione di Scalfari rischia di apparire alternativa persino l’organizzazione del rancore territoriale a cui si stanno predisponendo le regioni del nord Italia, perché quando la politica sacrifica le parti più fragili della comunità alle molte fami dell’economia, tutti cominciano a pensare che si salverà solo chi può.

Il sociologo Aldo Bonomi, che ha brillato nello studio con diversi interventi fuori da questo coro, mi ha regalato poi privatamente la preziosa espressione di comunità di destino, che esprime un concetto assente sia in chi professa come dogmi le regole del mercato che in chi cerca salvezze per ricchi nel PIL delle regioni trainanti. E’ un concetto che serve a capire l’abisso tra la realtà che ci è necessaria e quella che invece vorrebbe imporci questa manovra con la complicità di chi la trova ineluttabile e lungimirante. La comunità di destino non è quella di sangue, di suolo e di orgoglio di popolo che nel ’900 ha segnato tragicamente la storia dell’occidente, ma è una visione di mondo che riconosce l’identità come un bene mobile, condiviso tra il singolo e la collettività dentro una relazione viva. Non c’è l’economia con le sue regole violente al centro di questo modo di stare insieme, ma c’e la consapevolezza che nulla del destino di dolore, di speranza, di bisogno e di gioia dell’altro può essere considerato come qualcosa che non appartiene al destino di tutti. A chi è cresciuto come me in posti che ponevano il loro baricentro nell’essere umano e nelle sue relazioni, questo concetto sarà di certo familiare.

Sono andata via dallo studio con poca voglia di discutere ancora. E’ sin troppo evidente a chi voglia vederlo che chi costruisce o avvalla un mondo in cui il mercato per salvare sè stesso si può permettere di sacrificare le sue comunità di destino, sta costruendo per tutti quelli che restano un destino senza più comunità.

l’inno del corpo sciolto

Argomenti vari 26 Commenti »

Cerco lavoro come fotografo a “Il Giornale.it”

Argomenti vari 848 Commenti »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In vista delle prossime elezioni, sarei felice di offrire il mio servizio a codesta spettabile redazione.

Propongo un confronto fra la fotografia da Voi pubblicata oggi sul vostro Quotidiano on line e la mia modesta rivisitazione.

In attesa di un vostro gradito riscontro Vi invio  distinti saluti.

 

Adam Ansel

 

P.S.

Per la precisione: quella sotto è la mia.

 

L’INTESA

Argomenti vari 502 Commenti »

Corrado Passera Ministro allo Sviluppo Economico e alle Infrastrutture. Elsa Fornero Ministro al Welfare.

Il primo era al momento della nomina amministratore delegato di IntesaSanPaolo. La seconda vicepresidente del Consiglio di Sorveglianza di IntesaSanPaolo.

IntesaSanPaolo è una delle principali banche del Paese.

Il Ministero dello Sviluppo Economico dirige le politiche pubbliche in materia di garanzie per il credito alle piccole e medie imprese, di cui beneficiano le banche, tra le quali c’è ovviamente IntesaSanPaolo.

IntesaSanPaolo è il principale finanziatore della CAI, la compagnia che ha rilevato Alitalia nel 2008, con l’arrivo di Berlusconi al governo dopo Prodi.

Il Ministero delle Infrastrutture determina con le sue politiche gli spazi di business per il mercato dei trasporti, incluso quello aereo, e le forme di sostegno alle compagnie di interesse nazionale, inclusa Alitalia.

Le nuove strade sono una voce di bilancio molto esposta per IntesaSanPaolo:

Pedemontana, Brebemi, Tem e autostrada Cremona-Mantova solo per fare dei nomi. Passera e Fornero hanno rassegnato le dimissioni pochi minuti dopo il giuramento da ministro. Riusciranno a garantire imparzialità e indipendenza nella loro azione di governo?

E questo non è un conflitto di interesse come accusavamo quel tale di prima?

E, infine, non c’era proprio nessuno di valido senza conflitti, ombre, complicità?Avranno mica rifiutato tutti dico io.  Certo che si uscirà dalla crisi, ma bisogna veder come. Se si uscirà crisi come vogliono loro, il tanto meglio sarà tanto peggio.

Il loro scopo è tornare come prima.  E noi qui, senza opporci. Plaudenti

LEO E’ VERO? SOPRATTUTTO TEORIA E DATI…

Argomenti vari 35 Commenti »

La faccia di Bersani quel giorno… e la nostra.

HO TROVATO QUESTO IN INTERNET… MI SERVE L’AIUTO DI LEOPOLDO…. PER UN SUO PARERE SULLA Modern Money Theory school of economics  E LA VERIFICA DEI DATI SU IRLANDA-GRECIA-PORTOGALLO( ovviamente se vuole)

Posso solo immaginare l’esondazione dell’isterismo scomposto dell’Italia di ‘quelli giusti’ quando a Palazzo Chigi entrerà Bersani TUTTI impazziti di gioia: “Sììììì!!!! adesso, più o meno a distanza di qualche settimana dall’insediamento del PD unto dal Colle, l’Italia guarisce! Respiriamo, fi-nal-men-te!”, sorridono i violasantorinigirotongrillini, e incalzano al grido: “Prima cosa, l’economia è salva. Era l’olezzo di quel nano decomposto che teneva lontani i miliardi di euro all’1,3% di tassi d’interesse dai titoli di Stato italiani. Ora lo spread Btp con i bund tedeschi va da 400 a 1 in 10 secondi, come una frenata di Vettel. Ora sarà chiaro a tutti che l’Europa è sempre stata amica dell’Italia, e per fortuna che c’è l’Euro!

Postulato dei sopraccitati: la causa della disgrazia economica di oggi, cioè del fatto che i mercati ci hanno sfiduciati e chiedono al governo oltre il 6% di interessi per comprargli i suoi titoli di Stato (per prestargli i soldi) sospingendolo al fallimento, è la mancanza di credibilità di Silvio Berlusconi. Via lui da Palazzo Chigi, via la disgrazia. I mercati torneranno a prestarci denaro a tassi del tutto ragionevoli. Continua con la lettura »

Presidente Berlusconi, per il bene dell’Italia, NON SI DIMETTA.

Argomenti vari 20 Commenti »

Presidente,

perdoni l’approccio informale. Sono il giornalista e autore Paolo Barnard, lavoro da due anni con il gruppo di macroeconomisti del Levy Institute Bard College di New York sulla crisi dell’Eurozona. Siamo guidati dal Prof. L. Randall Wray dell’Università del Missouri Kansas City, che coordina altri 10 colleghi inglesi e australiani.

Presidente, è incomprensibile che Lei non scelga di salvare la nazione, e il Suo governo, rendendo pubblico che:

a) l’Euro fu disegnato precisamente per affossare gli Stati del sud Europa, fra cui l’Italia.

b) esistono responsabili italiani ed europei di questo “colpo di Stato finanziario di proporzioni storiche. (una definizione del tutto ragionata offerta dell’economista americano Michael Hudson)

Presidente, dalle pagine del Financial Times, del Wall Street Journal e persino del New York Times, da mesi economisti del calibro di Martin Wolf, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Nouriel Roubini, Marshall Auerback, Le stanno suggerendo la via d’uscita. A Parigi, l’eccellente Prof. Alain Parguez dell’Università di Besancon ne ha trattato esaustivamente. Wray e i suoi colleghi Mosler, Tcherneva e Hudson pure. Nel dettaglio, essi hanno scritto che:

L’Italia è stata condannata a un’aggressione senza precedenti da parte dei mercati dall’operato dei governi di centrosinistra che La hanno preceduta, poiché essi hanno portato il nostro Paese nel catastrofico costrutto dell’Eurozona. Le famiglie italiane e il Suo governo non devono pagare per colpe non loro. Lei deve dire alla nazione ciò che sta veramente accadendo, e chi ci ha condotti a questo dramma. 

L’Euro fu pensato nel 1943 dal francese Francois Perroux con il dichiarato intento di “Togliere agli Stati la loro ragion d’essere“. La moneta unica è infatti un progetto franco-germanico da quasi mezzo secolo (Attali, Delors, Issing, Weigel et al.), col fine di congelare le svalutazioni competitive d’Italia e Spagna, e col fine di deprimere i redditi del sud Europa per delocalizzare in esso manodopera industriale per l’esclusivo vantaggio del Neomercantilismo franco-tedesco. Continua con la lettura »

SANTORO FA LA RIVOLUZIONE??? MAH

Argomenti vari 68 Commenti »

Santoro inaugura “Servizio Pubblico” e lancia l’appello: bisogna fare la rivoluzioneTweetCommentaMichele Santoro e altri 100 mila presentano Servizio Pubblico. Inizia così, sulle note de “I soliti” di Vasco Rossi, la “piccola rivoluzione” dell’ex conduttore di Annozero. Web, Sky, emittenti locali, radio si accendono all’unisono per trasmettere il segnale della nuova avventura televisiva “senza editori e senza padroni”. “Caro Biagi, caro Montanelli – esordisce il conduttore -. Non se ne può più di resistere, resistere, resistere. Bisogna fare la rivoluzione. Questa è la nostra piccola rivoluzione”.Il primo pensiero è ai cittadini che hanno donato un milione di euro per l’iniziativa. “Di fronte alla cancellazione di Annozero, la reazione del sistema è stata fiacchissima, anche dell’opposizione – sostiene -. Ora 100 mila persone hanno deciso di accendere le luci di questa sera. Queste 100 mila persone si possono convincere che possono accendere tutto quello che vogliono. Possono accendere Celentano, Luttazzi, Dandini, la Rai che si sta spegnendo lentamente. Possono accendere un vero Servizio Pubblico”. Continua con la lettura »

Il pettine arriverà ai nodi

Argomenti vari 24 Commenti »

 

Gli imbecilli godevano che non fossero più i coglioni a governare questo paese e le persone normali, tutti coloro che già avevano previsto tutto questo sfacelo, stanno impotenti per l’ennesima volta a leggere una storia con la fine scritta al principio.

Neppure l’epilogo del solito Gheddafi, quello di turno,  priverà i primi dell’ottusità che gli impedisce di capire che nessun unto dal signore potrà mai risollevare la loro condizione di pedine, fanti nella scacchiera di un gioco sempre uguale.

Per gli impotenti sarà una conferma e basta, hanno di meglio da fare che non andare a non votare un nuovo unto.

Verrà un altro Montezuma, probabilmente si chiamerà Montezemolo, gli ultimi resteranno in fondo e i soliti in prima fila, anche Cicchitto.

 

 

 

Portami da bere,

baciami!

 

 

Indignati?

Argomenti vari 25 Commenti »
JENA@LASTAMPA.ITaltan paura
Anche gli incappucciati,
a modo loro, hanno votato
la fiducia al governo.

Thank you Steve

Argomenti vari 1.238 Commenti »

Grazie Steve

WikipediA

Argomenti vari 59 Commenti »

Casomai non si leggesse bene il comunicato di WikipediA ed il senso di questa clamorosa autocensura, riporto a seguire il comunicato stesso in formato word.

WikipediA 500

Cara lettrice, caro lettore,

in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c’è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.

Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue e gratuita.

Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l’obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.

Purtroppo, la valutazione della “lesività” di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l’introduzione di una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

In questi anni, gli utenti di Wikipedia (ricordiamo ancora una volta che Wikipedia non ha una redazione) sono sempre stati disponibili a discutere e nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia; tutto ciò senza che venissero mai meno le prerogative di neutralità e indipendenza del Progetto. Nei rarissimi casi in cui non è stato possibile trovare una soluzione, l’intera pagina è stata rimossa.

L’obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell’Enciclopedia libera e ne paralizza la modalitàorizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l’abbiamo conosciuta fino a oggi.

Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell’onore e dell’immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall’articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.

Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all’arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per “non avere problemi”.

Vogliamo poter continuare a mantenere un’enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?

Gli utenti di Wikipedia

Il Disegno di legge – Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., p. 24, alla lettera a) del comma 29 recita:

«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
Articolo 27

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.

Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

Francesco Rezzadore

P.S.

La libertà è come l’aria, bisogna infilare la testa in una busta di plastica, per capire cos’è.

Ringrazio WikipediA per l’aria e tutti i complici di questa angosciosa situazione italiana per la busta di plasica.

Comma 29

Argomenti vari 12 Commenti »

Con i due post precedenti ho voluto esemplificare al massimo quanto potrebbe succedere se passasse il ddl sulle intercettazioni che comprende l’emendamento  ”ammazza blog”. Potrebbe succedere che se una delle due persone che ho proposto nella foto mi chiedessero la rettifica e io non fossi in grado di eseguirla o mi rifiutassi nel tempo di 48 ore sarei sanzionato con ammenda fino a 12500 €… Bella trovata, vero

Premessa: ieri sera a PORTA A PORTA si è parlato del comma 29, il cosiddetto ammazza-blog, ma gli spettatori di certo non avranno capito di cosa si tratta. E siccome per Gasparri e dintorni Internet è uno strumento micidiale, è evidente che i nostri politici e la nostra classe dirigente 1) non sanno niente della rete e pure legiferano su di essa 2) non hanno idea del mondo che c’è qui dentro 3) hanno bisogno di un corso full immersion del comma ammazza-blog che stanno per legiferare. Bene il corso glielo offriamo noi, gratuitamente, perché caro Gasparri sì, Internet è uno strumento micidiale di libertà, di creatività, di condivisione di sapere e di conoscenza. Mondi inesplorati, capisco perfettamente (Arianna).

Probabilmente oggi stesso ricomincerà il dibattito parlamentare sul disegno di legge in materia di riforma delle intercettazioni, disegno di legge che introdurrebbe, una volta approvato, numerose modifiche al nostro ordinamento lungo tre direttrici: limitazioni alla utilizzabilità dello strumento delle intercettazioni da parte dei magistrati; divieto di pubblicazione di atti di indagine per i giornalisti, anche se si tratta di atti non più coperti da segreto; estensione di parte della normativa sulla stampa all’intera rete.
Cerchiamo di chiarire sinteticamente i dubbi espressi in materia.

Il disegno di legge di riforma delle intercettazioni ha un impatto significativo sulla rete?
Il ddl di riforma della normativa sulle intercettazioni influisce sulla rete in due modi, innanzitutto perché le limitazioni introdotte dal ddl in merito alla pubblicabilità degli atti di indagine riguarda, ovviamente, anche la rete, relativamente al giornalismo professionale, ma soprattutto perché in esso è presente il comma 29 che è scritto specificamente per la rete. Cosa prevede il comma 29? Il comma 29 estende parte della legislazione in materia di stampa, prevista dalla legge n. 47 del 1948, alla rete, in particolare l’art. 8 che prevede la cosiddetta “rettifica”.

Cosa è la rettifica?
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere dei media unidirezionali e di bilanciare le posizioni in gioco. Nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, un semplice cittadino potrebbe avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie, e comunque ne trascorrerebbe molto tempo con ovvi danni alla sua reputazione. Per questo motivo è stata introdotta la rettifica che obbliga i direttori o i responsabili dei giornali o telegiornali a pubblicare gratuitamente le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti che si ritengono lesi.

Il comma 29 estende la rettifica a tutta la rete?
La norma in questione estende la rettifica a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. La frase “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica” è stata introdotta in un secondo momento proprio a chiarire, a seguito di dubbi sorti tra gli esperti del ramo che propendevano per una interpretazione restrittiva della norma (quindi applicabile solo ai giornali online), che la norma deve essere invece applicata a tutti i siti online. Ovviamente sorge comunque la necessità di chiarire cosa si intenda per “siti informatici”, per cui, ad esempio, potrebbero rimanere escluse la pagine dei social network, oppure i commenti alle notizie. Al momento non è dato sapere se tale norma si applicherà a tutta la rete, in ogni caso è plausibile ritenere che tale obbligo riguarderà gran parte della rete.

Entro quanto tempo deve essere pubblicata la rettifica inviata ad un sito informatico?
Il comma 29 estende la normativa prevista per la stampa, per cui il termine per la pubblicazione della rettifica è di due giorni dall’inoltro della medesima, e non dalla ricezione. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

E’ possibile aggiungere ulteriori elementi alla notizia, dopo la rettifica?
Il ddl prevede che la rettifica debba essere pubblicata “senza commento”, la qual cosa fa propendere per l’impossibilità di aggiungere ulteriori informazioni alla notizia, in quanto potrebbero essere intese come un commento alla rettifica stessa. Ciò vuol dire che non dovrebbe essere nemmeno possibile inserire altri elementi a corroborare la veridicità della notizia stessa.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto?
La rettifica prevista per i siti informatici è sostanzialmente quella della legge sulla stampa, la quale chiarisce che le informazioni da rettificare non sono solo quelle contrarie a verità, bensì tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni “da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”, laddove essi sono i soggetti citati nella notizia. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia. Non si tratta affatto, in conclusione, di una valutazione sulla verità, per come è congegnata la rettifica in sostanza si contrappone la “verità” della notizia ad una nuova “verità” del rettificante, con ovvio scadimento di entrambe le “verità” a mera opinione (Cassazione n. 10690 del 24 aprile 2008: “l’esercizio del diritto di rettifica… è riservato, sia per l’an che per il quomodo, alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto o dell’immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica; mentre il direttore del giornale (o altro responsabile) è tenuto, nei tempi e con le modalità fissate dalla suindicata disposizione, all’integrale pubblicazione dello scritto di rettifica, purché contenuto nelle dimensioni di trenta righe, essendogli inibito qualsiasi sindacato sostanziale, salvo quello diretto a verificare che la rettifica non abbia contenuto tale da poter dare luogo ad azione penale”).

Come deve essere inviata la richiesta di rettifica?
La normativa non precisa le modalità di invio della rettifica, per cui si deve ritenere utilizzabile qualunque mezzo, fermo restando che dopo dovrebbe essere possibile provare quanto meno l’invio della richiesta. Per cui anche una semplice mail (non posta certificata) dovrebbe andare bene.

Cosa accade se non rettifico nei due giorni dalla richiesta?
Se non si pubblica la rettifica nei due giorni dalla richiesta scatta una sanzione fino a 12.500 euro.

Che succede se vado in vacanza, mi allontano per il week end, o comunque per qualche motivo non sono in grado di accedere al computer e non pubblico la rettifica nei due giorni indicati?
Queste ipotesi non sono previste come esimenti, per cui la mancata pubblicazione della rettifica nei due giorni dall’inoltro fa scattare comunque la sanzione pecuniaria. Eventualmente sarà possibile in seguito adire l’autorità giudiziaria per cercare di provare l’impossibilità sopravvenuta alla pubblicazione della rettifica. È evidente, però, che non si può chiedere l’annullamento della sanzione perché si era in “vacanza”, occorre comunque la prova di un accadimento non imputabile al blogger.

La rettifica prevista dal comma 29 è la stessa prevista dalla legge sulla privacy?
No, si tratta di due cose ben diverse anche se in teoria ci sarebbe la possibilità di una sovrapposizione parziale. La legge sulla privacy consente al cittadino di chiedere ed ottenere la correzione di dati personali, mentre la rettifica ai sensi del comma 29 riguarda principalmente notizie.

Con il comma 29 si equipara la rete alla stampa?
Con il suddetto comma non vi è alcuna equiparazione di rete e stampa, anche perché tale equiparabilità è stata più volte negata dalla Cassazione. Il comma 29 non fa altro che estendere un solo istituto previsto per la stampa, quello della rettifica, a tutti i siti informatici.

Con il comma 29 anche i blog non saranno più sequestrabili, come avviene per la stampa?
Assolutamente no, come già detto con il comma 29 non si ha alcuna equiparazione della rete alla stampa, si estende l’obbligo burocratico della rettifica ma non le prerogative della stampa, come l’insequestrabilità. Questo è uno dei punti fondamentali che dovrebbe far ritenere pericoloso il suddetto comma, in quanto per la stampa si è voluto controbilanciarne le prerogative, come l’insequestrabilità, proprio con obblighi tipo la rettifica. Per i blog non ci sarebbe nessuna prerogativa da bilanciare.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Se ritengo che la rettifica non sia dovuta, posso non pubblicarla?
Ovviamente è possibile non pubblicarla, ma ciò comporterà certamente l’applicazione della sanzione pecuniaria. Come chiarito sopra la rettifica non si basa sulla veridicità di una notizia, ma esclusivamente su una valutazione soggettiva della sua lesività. Per cui anche se il blogger ritenesse che la notizia è vera, sarebbe consigliabile pubblicare comunque la rettifica, anche se la stessa rettifica è palesemente falsa.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica, il titolare del dominio, il gestore del blog?
Questa è un’altra problematica che non ha una risposta certa. La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi è il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Anche qui non è possibile dare una risposta certa al momento. In linea di massima un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento non dovrebbe essere soggetto a rettifica. 

Pensavo di creare un widget che consente agli utenti di pubblicare direttamente la loro rettifica senza dovermi inviare richieste. In questo modo sono al riparo da eventuali multe?
Assolutamente no, la norma prevede la possibilità che il soggetto citato invii la richiesta di rettifica e non lo obbliga affatto ad adoperare widget o similari. Quindi anche l’attuazione di oggetti di questo tipo non esime dall’obbligo di pubblicare rettifiche pervenute secondo differenti modalità (ad esempio per mail).

Pensavo di aprire un blog su un server estero, in questo modo non sarei più soggetto alla rettifica?

Per non essere assoggettati all’obbligo della rettifica è necessario non solo avere un sito hostato su server estero, ma anche risiedere all’estero, come previsto dalla normativa europea. E, comunque, anche la pubblicazione di notizie su un sito estero potrebbe dare adito a problemi se le notizie provengono da un computer presente in Italia.

E’ vero che in rete è possibile pubblicare tutto quello che si vuole senza timore di conseguenze? E’ per questo che occorre la rettifica?
Questo è un errore comune, ritenere che non vi sia alcuna conseguenza a seguito di pubblicazione di informazioni o notizie online, errore dovuto alla enorme quantità di informazioni immesse in rete, ovviamente difficili da controllare in toto. Si deve inoltre tenere presente che comunque l’indagine penale od amministrativa necessita di tempo, e spesso le conseguenze penali od amministrative a seguito di pubblicazioni online, si hanno a distanza di settimane o mesi. In realtà alla rete si applicano le stesse medesime norme che si applicano alla vita reale, anzi in alcuni casi la pubblicazione online determina l’aggravamento della pena. Quindi un contenuto in rete può costituire diffamazione, violazione di norme sulla privacy o sul diritto d’autore, e così via… Il discorso che spesso si fa è, invece, relativo al rischio che un contenuto diffamante possa rimanere online per parecchio tempo. In realtà nelle ipotesi di diffamazione o che comunque siano lesive per una persona, è sempre possibile ottenere un sequestro sia in sede penale che civile del contenuto online, laddove l’oscuramento avviene spesso nel termine di 48 ore.

Ho letto di un emendamento presentato da alcuni politici che dovrebbe risolvere il problema della rettifica. È un buon emendamento?
Già lo scorso anno fu presentato un emendamento da alcuni parlamentari, che sostanzialmente dovrebbe essere riproposto quest’anno, con qualche modifica. In realtà l’emendamento Cassinelli, dal nome dell’estensore, non migliora di molto la norma: allunga i termini della rettifica a 10 giorni, stabilisce che i commenti non sono soggetti a rettifica, e riduce la sanzione in caso di non pubblicazione. L’allungamento dei termini non è una grande conquista, in quanto l’errore di fondo del comma 29 è l’equiparazione tra rete e stampa, cioè tra attività giornalistica professionale e non professionale, compreso la mera manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, esplicata dai cittadini tramite blog. Per i commenti la modifica è addirittura inutile in quanto una lettura interpretativa dovrebbe portare al medesimo risultato, anzi forse sotto questo profilo l’emendamento è peggiorativo perché invece di “siti informatici” parla di “contenuti online” con una evidente estensione degli stessi (pensiamo alle discussioni nei forum). Tale emendamento viene giustificato con l’esempio del blogger che scrive: “Tizio è un ladro”, ipotesi nella quale, si dice, Tizio ha il diritto di vedere rettificata la notizia falsa. Immaginiamo invece che Tizio effettivamente sia un ladro, la rettifica gli consentirebbe di correggere una notizia vera con una falsa. Se davvero Tizio non è un ladro, invece, non ha alcun bisogno di rettificare, può denunciare direttamente per diffamazione il blogger ed ottenere l’oscuramento del sito in poco tempo.

Ma in sostanza, quale è lo scopo di questa norma?
Una risposta a tale domanda è molto difficile, però si potrebbe azzardarla sulla base della collocazione della norma medesima. Essendo inserita nel ddl intercettazioni, potrebbe forse ritenersi una sorta di norma di chiusura della riforma, riforma con la quale da un lato si limitano le indagini della magistratura, dall’altro la pubblicazione degli atti da parte dei giornalisti. Poi, però, rimarrebbe il problema se un giornalista decide di aprire un blog in rete e pubblicare quelle intercettazioni che sul suo giornale non potrebbe più pubblicare. Ecco che il comma 29 evita questo possibile rischio.

Toupet: Obbligo di rettifica.

Argomenti vari 140 Commenti »

Il Sig. raffigurato a dx nella fotografia non ha mai detto ad Angelo che il Toupet non gli sta bene, non gli ha mai consigliato un tricologo e non ha mai asserito che porti un toupet da comunista.

Toupet

Toupet

Argomenti vari 50 Commenti »

Credimi Angelo,

fidati di uno che se ne intende…quel toupet non ti sta bene,  se vuoi ti consiglio Io un ottimo tricologo

Scusa la confidenza, ma davvero hai un toupet da comunista!

Toupet

Have a nice horse

Argomenti vari 170 Commenti »

Il problema non è che ci fosse stato un tizio, il vero problema è che molti davano credito a quel tizio, fino al punto di dargli procura generale sulla propria vita.

Ragionare è difficile, ci vuole tempo, predisposizione, spesso è veramente noioso.

Meglio dedicarsi ad altro. Che cazzo ce ne frega a noi se sul nostro aereo ci volano mignotte a iosa per andare a casa sua e non per venire a casa nostra?!

A noi bastano i culi virtuali che ci passano le sue TV.

Vero Marco?

Marco chi?

Quello lì, uno a caso, uno dei tanti che non gli piaceva il tizio, ma neanche quelli che lo avrebbero inchiodato al palo da parecchio tempo: comunisti!

Meglio il meno peggio o peggio il meno meglio, per non sbagliare, senza prendere in considerazione mai che il peggio non è quantificabile e che l’eccellenza non è paragonabile.

Ricordate Gheddafi, o meglio, avete presente Gheddafi, visto che per il passato è troppo presto?

Diciamo che il tizio, per chi non gli ha dato procura con un  meccanismo definito voto e spacciato per democrazia, risultava la stessa cosa: un malato, un folle.

Uno che credeva (qui il passato è d’obbligo) di sconfiggere la calvizie tatuandosi il cuoio capelluto, di essere alto montando sullo sgabello, di essere divertente pagando la claque, di essere affascinante senza guardarsi allo specchio, ignorando cocciutamente e perversamente che la figa sta al denaro come una calamita sta ad un pezzo di ferro…specie quella delle troie!

Vero Emma?

Emma chi?

Quella là, una a caso, una che il mercato, ma non le persone, le imprese, ma non le persone, i soldi, ma non il pane, la ricchezza, ma solo per pochi e la merda per tutti, salvo i pochi citati prima.

Ma è del tizio che volevo parlare, perché è parlando di lui che si possono giudicare quelli che lo hanno sostenuto, difeso, osannato, gli stessi che fra poche ore penderanno dalle labbra del cavallo che il tizio stesso ha designato come suo successore. Chissà perché, strano, nel programma di governo c’era pure assicurata una vita media di 120 anni per tutti, oltre ai campi da golf a Lampedusa e i centri benessere in Palestina e un cazzo in culo a tutti i complici,  salvo quelli che con lui si sono spartiti il bottino.

Com’è che si diceva?

Lasciateli governare, lasciateci depredate.

Have a nice horse.

PAPA BENEDETTO SEDICESIMO

LO SCIOPERO DELL’IMPERATORE E LA CRESCITA DELL’ECONOMIA

Argomenti vari 76 Commenti »

altan sotto controlloC’è sciopero e sciopero: Wan Li è stato imperatore della Cina per quasi cinquanta anni e in questi mesi si può visitare  a Pechino una grande mostra su di lui e sulla sua epoca. Ma tale imperatore della dinastia Ming, che visse a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, non viene ricordato dai posteri per le sue conquiste militari o per quelle scientifiche.

Di lui si sottolinea  soprattutto che ha rappresentato forse l’unico caso al mondo di un uomo di grande potere che abbia scioperato e lo ha fatto per 30 anni, evitando, per un così lungo periodo di tempo, di svolgere qualsiasi atto di governo, dal ricevere gli ambasciatori all’emettere editti di qualsiasi genere.

L’origine di questa strana forma di “disobbedienza” derivò a suo tempo da un conflitto scoppiato tra lo stesso Wan Li e i suoi ministri e funzionari di alto grado e che riguardava la questione su quale dei figli dello stesso imperatore dovesse succedergli sul trono alla sua morte, il più anziano, come volevano i burocrati, o il figlio della sua moglie preferita, come invece voleva lui. La cosa più interessante da ricordare al riguardo è quella che il periodo di regno di Wan Li è ricordato come l’età d’oro del paese, quello di maggiore benessere e tranquillità di tutta la storia della Cina.

Chi scrive non è un fanatico neoliberista né un qualunquista, ma ricordando la storia di Wan Li vogliamo sottolineare  che in certi momenti, piuttosto che intervenire in modo maldestro sui fatti dell’economia, certi politici farebbero meglio a non fare niente, come l’imperatore cinese della dinastia Ming. Ci vengono a tale proposito ovviamente alla mente i casi dei nostri giorni.

I governi di tutti i paesi occidentali sono presi da qualche tempo da una frenesia comune, da una pulsione incontrollabile, quella di tagliare a tutti i costi la spesa pubblica, con particolare accanimento nei confronti di quella sociale. Il risultato ovvio è quello che il pil di tutti i paesi volge inesorabilmente al brutto. Ma c’è un’eccezione. Sapete quale è il paese  che cresce maggiormente in questo momento? Il Belgio. E sapete cosa accumuna tale paese alla Cina di Wan Li? E’ semplice, in Belgio da sedici mesi non c’è un governo.

Preferite l’acqua calda o leggere L’Avanti?

Argomenti vari 878 Commenti »

http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_2009/contributi_editoria_index.html

Non aprite questo link potrebbe spappolarvi il fegato peggio di un’epatite.

Se però avete fatto il vaccino e siete di stomaco forte, magari potreste trovare un motivo da destra, da sinistra, da populisti, da intellettuali, da uomini qualunque, persino da anarchici, per gridare BASTAAAAAA!!!

Perché  l’Italia,  questo paese di meringa siamo io, tu,  lui,  lei, noi, voi, loro, Gasparri, Cicchitto, Berlusconi, Veltroni, Bersani, Vendola, la cisl, la uil, la cgil e anche il mago Othelma.

Se non siamo in grado neppure di pretendere ed ottenere la fine di simili rapine, come possiamo pensare di poter uscire dalla crisi che stiamo passando!

Dobbiamo per forza aspettare l’acqua gelida uscire dai nostri rubinetti a gennaio , e solo quella, per riprenderci quello che ci è stato rubato?

Forse per una doccia calda si potrà  fare la vera rivoluzione:

Acqua calda per tutti, contributi all’editoria per nessuno !

GHINO DI TACCO

La privacy del macchinone turbo

Argomenti vari 1.336 Commenti »

Oh, me tapino, ingenuo e gattino cieco che non sono altro!

E io che credevo che già il fisco avesse tutti i miei dati incrociati, l’Iva e l’Irpef e il diavolo che se lo porta. E che sapesse che macchina ho, e se posseggo (no) uno yacht di trenta metri, oppure se posseggo (no) una casa in montagna, o al mare, o un residence che figura come catapecchia per pastori e invece ha tre piscine, oppure la villa di alcuni ettari che per andare dal salotto al cesso ci vuole il motorino! Nella mia infinita e vanagloriosa supponenza io credevo che tutte queste cose esistessero già e che da qualche parte nel segreto ventre dello Stato qualcuno potesse digitare il mio nome su un computer e dire: «ah, ah! Si è comprato una stampante!». O che magari si sapesse, e suonasse un pochino sospetto, che il mio vicino dichiari un reddito da badante polacca e se la rida salendo sul suo gippone biturbo da centodieci mila euro che consuma come lo shuttle!
Io credevo che tutto questo esistesse già, che fosse ovvio e naturale e invece apprendo che no, non esiste, forse esisterà, ma per il momento no, e solo ora Visco promette di farlo. Così ora mi tocca sentire gli allarmi e le contumelie dei liberisti contrari all’anagrafe tributaria individuale. I pianti degli alfieri degli alti redditi minacciati dalla lotta fiscale di classe. Le stridule lamentazioni dei teorici del meno-stato-più-mercato che si appellano alla privacy. Lo stato sa dove vivo? Che macchina ho? Sacrilegio! E la mia privacy? Ma una volta imparata l’arte dei dati incrociati, non si smette più. E dunque basta incrociare questa solenne levata di scudi con altre prese di posizione degli stessi arguti pensatori per accorgersi che qualcosa non torna. Non si occupavano di privacy quando le nostre città diventavano un’immensa telecamera per il «controllo del territorio»? Non si angosciavano per l’arroganza dello stato quando decidevano che un ragazzino poteva finire in galera per due canne? No, anzi. In decine e decine di casi lo stato forte gli piaceva parecchio, a questi teorici della privacy ad alto reddito. Tolleranza zero! Finché non ti sale in barca, la tolleranza, o sul macchinone, o non ti entra nel villone. E allora d’incanto, ecco che non la tollerano più, e si appellano alla privacy. Porca miseria, va bene la tolleranza zero, ma bisogna proprio fatturarla?

Alessandro Robecchi

( un pezzo del2008, attuale vero?)

SCIOPERO: la disparità delle ragioni di chi scenderà in piazza da quelle di chi l’ha organizzato

Argomenti vari 29 Commenti »

se fosse vero
Di questo sciopero del 6 settembre mi lascia perplesso la disparità delle ragioni di chi scenderà in piazza con quelle di chi l’ha organizzato.

Ci sono, con evidenza seppur sottaciute, doppie verità che non solo particolarismi.
I lavoratori che, nuovamente, privandosi di una parte di reddito, scendono legittimante in piazza per ribadire, anche con questo strumento, che non ce la fanno più a reggere queste politiche contro di loro, questa riduzione dei diritti, questo peggioramento delle proprie condizioni e quelle di questo sindacato asfittico e retorico che in piazza urla contro l’autoritarismo e la riduzione dei diritti dei lavoratori e ai tavoli del potere il suo segretario firma accordi per il peggioramento dei diritti di chi dice voler rappresentare.

E’ questa la contraddizione, l’ipocrisia. La delusione. Il sindacato che non sostiene chi lo sostiene e, in parte, il cittadino, il lavoratore, che sostiene un sindacato che non lo sostiene.

Ci sono mille esempi di come il sindacato si comporta come un Marchionne qualsiasi, come un’azienda qualsiasi, come un Governo di Destra.
Ma drammatico è che lo sciopero dovrebbe essere il punto di partenza di una lotta diffusa di un impegno visibile più diffuso. Avrebbe così forse ancora un senso. Ma da quello precedente, del 6 maggio, che continuità c’è stata? Nulla.
Anzi il peggio. A fine giugno la segretaria della Cgil Camusso ha firmato, con Confindustria e gli altri sindacati, l’Accordo sul Nuovo Modello Contrattuale. Cioè il peggioramento delle condizioni e dei diritti dei lavoratori.
Un lavoratore, infatti, che non può votare sui propri accordi non si vorrà mica far intendere come un avanzamento di diritti, vero? Questo sistema permette ad un’azienda di scegliere con chi fare accordi e quindi di indebolire il lavoratore. Diritti calpestati.
E queste sono parole e concetti non miei ma di Maurizio Landini, della Fiom.

Chissà se Il segretario locale lo spiegherà alla fiumana di persone che sfileranno convinte di aver al fianco, o alla propria testa, un sindacato che li difende, li tutela.

Al posto di togliere il fiato allo sfruttamento e lottare per migliorare condizioni e diritti dei lavoratori firma Accordi peggiorativi non preventivamente sottoposti al voto dei lavoratori.
E poi questa infinita crisi non è figlia della finanza, della borsa e della speculazione che hanno contribuito immensamente a mettere in ginocchio i cittadini e le famiglie?
Il Sindacato invece di combatterla, di svuotarla, l’alimenta, con i suoi Fondi Pensione, da anni, mettendo le future pensioni dei lavoratori e dei precari in mano a questo mondo marcio. E con il silenzio-assenso, la clausola capestro da lui non rifiutata, ha infilato dentro questo tunnel senza ritorno anche il lavoratore debole, non informato. Al posto di togliere il fiato alla speculazione l’alimenta. Al posto di lottare per migliorare le pensioni pubbliche e smentire, numeri alla mano, che i soldi per queste e per quelle future non ci siano, sostiene quelle private, quelle legate al mercato.

Questo sindacato – smentendo l’impegno della sua categoria dei metalmeccanici della Fiom – quotidianamente si comporta come un’azienda qualsiasi (anche al suo interno), e così, di punto in bianco, promuove un giorno di sciopero paradossalmente contro quello che fa durante tutti gli altri. Non si tutela un lavoratore perchè gli si compila il 730.
In altre parole, serve coerenza, e non ipocrisia. Prima del prossimo sciopero.

Il fumo fa bene

Argomenti vari 11 Commenti »

Tranquilli,  questa manovra è solo un test.

Se passa il furto sui contributi riferiti al servizio militare e agli anni di studio per conseguire la laurea, significa che si può osare qualsiasi cosa; che ne sappiamo, magari un contributo di solidarietà del 20 % sui redditi inferiori ai 50.000 € l’anno, con esclusione di chi dichiara di essere un evasore e non un lavoratore dipendente o l’esenzione delle tasse per chi dichiara più di 100.000 € l’anno, oppure l’ici per chi vive in affitto, l’introduzione della domenica lavorativa non retribuita per chi non va a messa e non si comunica, la liberalizzazione della prostituzione per le giovani belle e disoccupate che però devono darla gratis ai porci ricchi e potenti, l’esenzione della tassa di circolazione per i suv e le auto sopra i 300 cavalli e il divieto di circolazione alle utilitarie negli orari diversi da quelli necessari per recarsi al lavoro, con obbligo di marchiatura sul lunotto di quelli relativi al proprietario e relativo percorso autorizzato…

E’ come una cartina di tornasole, la prova che l’Italia è stata finalmente lobotomizzata.

Spetta ad ognuno di noi farla restare bianca quella cartina, oppure rotolarla con un buon tabacco e fumarcela per far capire che il test è fallito.

Lo sappiamo, caro complice, che eri in buona fede, che ti bastava la smart, e lo smart per sentirti smart e non aver bisogno di mescolarti con queste cazzate proletarie.

Nonostante questo,  il momento arriva  sempre,  in Libia come in Italia, il momento in cui nessuno si può chiamare fuori,  il momento in cui non è più sufficiente delegare con un voto le proprie responsabilità.

Da che parte stai?  Sei felice di vedere la cartina diventare blu o te la fumi arrotolata con un buon virginia biondo e li mandi tutti affanculo?!

Vaffanculo complice, tu e tutti i manovranti!!!

Nico e Tina

Al diritto? Diritto de che!

Argomenti vari 31 Commenti »

Leggo sul mio estratto conto dei contributi INPS che ho 57 settimane di servizio militare  ”al diritto” , ossia da considerarsi per il conteggio del raggiungimento dei 40 anni per la pensione di anzianità.

Vedi estratto tabella:

inps contributi

Ho sempre sostenuto che i diritti acquisiti siano un po’ come la libertà e cioè che debbano tenere conto di quelli degli altri.

Ora pare che questo mio  ”al diritto” verrà cancellato,  col contributo di coloro che ce l’hanno talmente duro da bastonare l’intera Brigata Julia, Cadore, Tridentina, Orobica,  e Taurinense, nonostante avessero col consueto cipiglio fermo e determinato affermato che le pensioni non si toccano.

Mi si spiega per quale ragione vi siano diritti più acquisiti di altri, senza menzionare i vitalizi, le reversibilità di parlamentari, e dipendenti di ogni risma che alla mia età erano in pensione ormai da decenni?

Non credo che parteciperò allo sciopero del 6 settembre indetto dalla CGIL,  se avrò la forza di non farlo…

Però le ultime 57 settimane di lavorò mi presenterò in ufficio col cappello di Alpino in testa, così come se dovessi rifare la naja.

A volte i sogni si avverano, per me è sempre un incubo ogni volta che faccio lo stesso sogno: essere nuovamente in caserma e non riuscire a convincere nessuno che il militare l’ho già fatto!

Pino Brambilla  Alpino Bergamasco

P.S.

Tasi e tira, mona!

La settimana enigmistica

Argomenti vari 184 Commenti »

Queste due fotografie scattate ad un anno di distanza differiscono solo per due particolari.

Se li trovate in meno di un minuto,  siete dei fenomeni

Se li trovate in meno di un’ora,  ma più di un minuto,  siete normali

Se li trovate in meno di un giorno,   ma in più di un’ora, siete  pessimi osservatori

Se non li trovate in meno di un anno,  nè mai,  siete italiani

bandiera 1

bandiera 2

Soluzione:

1)

In una foto si vedono le mani del miglior presidente del consiglio del mondo, nell’altra no

2)

In una foto si vedono tutte le stelle della bandiera d’Europa, nell’altra solo cinque.

Grazie per aver giocato e per aver votato, cari complici.

Romano er Padano

Letti per voi (recensioni a perdere)

Argomenti vari 26 Commenti »

In questo week end ferragostano ho letto La fabbrica dell’obbedienza (E. Rea, Feltrinelli, 2011) . Testo difficilmente classificabile , in quanto non è un romanzo né un saggio, ma piuttosto un lungo sfogo, come ammesso dallo stesso autore, dove si individuano le origini del carattere e della mentalità diffusa fra gli italiani nel nefasto influsso della chiesa cattolica dai tempi del concilio tridentino in poi. Obbedienza ipocrita, timore reverenziale, certezza di impunità, e altri tratti distintivi facilmente riscontrabili nell’italiano medio sarebbero determinati dall’influenza della controriforma che ha soffocato l’umanesimo e il rinascimento italiano a partire dal XVI secolo. La lettura non risente del metodo di argomentazione, volutamente disordinato. Si viaggia nel tempo con excursus nel periodo prebellico (fascismo), nel risorgimento, il ‘700 illuminista, per tornare ai mesti giorni nostri. A sostegno delle sue tesi Rea ricorre agli studi del filosofo Spaventa (a me finora sconosciuto, ma spesso citato) e rivela sconcertanti lettere, come quella di Leopardi a un vescovo per piatire una raccomandazione e quella incredibile di Marrazzo che chiede pubblicamente perdono al papa per ciò che ha fatto (!). Nel finale l’autore si produce in un’improbabile, onirica, proposta di soluzione ai nostri mali che prefigura una secessione del sud e in una più convincente rappresentazione di un processo a Caravaggio, ricorrendo all’espediente letterario del grande inquisitore di Dostoevskij, accusando messer Merisi in qualche modo di imitare Giordano Bruno. Di assecondare le sue tendenze eretiche ritraendo il volto della sofferenza umana, dei reietti, degli ultimi, mirando a collocare l’uomo al centro dell’universo a scapito della devozione per santi e madonne, che dovrebbero occupare sempre il centro della scena.
Insomma, per Rea la causa che sta a monte dei mali e dell’arretratezza italiana è da ricercarsi nell’oppressione tuttora operante della chiesa cattolica sulla vita sociale. Indubbiamente una tesi condivisibile. Tuttavia vorrei far notare che questa chiesa non fabbrica un’obbedienza cieca, sincera, ma bensì un’obbedienza ipocrita, di convenienza. La peculiarità della chiesa cattolica consiste nell’accogliere tutti (lo vediamo anche all’interno delle sue manovalanze che includono un Don Gallo come un Don Verzè) purché si ‘mostri’ di credere, non purché si creda davvero. L’importante è non dar scandalo, allora un eretico appare peggiore di un assassino pentito. Se da un lato questa mentalità corrente è nemica del pensiero libero e dell’esercizio critico, dall’altro vorrei sottolineare quanto questo modo ipocrita di rapportarsi col potere possa giovare a un popolo. Personalmente considero ogni religione un imbroglio, e come tale da rifiutare in quanto è di ostacolo al dispiegarsi di una democrazia compiuta, con cittadini maturi e responsabili che sanno rapportarsi con l’autorità costituita senza timori reverenziali, devozione, fiducia. Un popolo maturo non deve temere né fidarsi del potere, ma criticarlo e controllarlo costantemente. In questo senso, il cattolicesimo italiano, nelle sue forme di influenza qui analizzate, non è quanto di peggio poteva capitarci, in quanto non genera una fede cieca, acritica, sincera in chi incarna il potere. Penso alla pericolosità della politica dettata dalla destra cristiana americana, per non parlare dell’integralismo islamico. Voglio sperare che in questa contingenza difficile che ci aspetta, ci salveranno proprio il nostro scarso rigore, l’autoindulgenza, la furberia , l’elasticità quando il Sant’Uffizio dello strozzinaggio finanziario internazionale ci chiederà di mostrare autentica fede e obbedienza alle sue ricette. Mai come in questo caso si imporrebbe un’obbedienza di facciata …

IL GIUDICE E L’IMPUTATO. (romanzo breve)

Argomenti vari 91 Commenti »

Erano la stessa persona.

Il giudice assolse l’imputato.

Fine

Successe a Bananopoli un paese dove la maggioranza venne convinta che libertà, giustizia, prosperità, felicità, ricchezza e ogni ben di dio fosse tutto ciò che non fosse stato comunismo.

Un paese che barattò la democrazia con l’idiozia, l’essere con l’apparire e la cioccolata con la merda.

Bastò scegliere il meno peggio per scegliere il migliore.

Si scelse  il migliore su indicazione di un venditore di fumo e di decoders, questi ultimi addirittura li regalò!

Arrivò una grave crisi che avrebbe portato a far scorrere il sangue non più l’acqua dai rubinetti delle case di Bananopoli

Si diede la colpa a quelli che avevano governato prima il paese, naturalmente, gli stessi che lo governano ora grazie ai fans che sventolano bandiere di tutti i colori, poi vanno a casa, tagliano un pezzo d’asta che tiene la bandiera e se lo ficcano nel culo chissà per quale irrefrenabile, stupido e masochistico senso di appartenenza indispensabile a chi non si basta.

Intanto si trovò la soluzione per uscire dalla crisi, si decise di ridurre i benefici ai meno peggio, addirittura, uno dei migliori si lanciò in una proposta coraggiosa e gradita al popolo che nel frattempo aveva preso in mano i forconi: abolire i feudi  (a Bananopoli si chiamavano provincie)  e dipingere di verde le auto blu.

Bravo!

Peccato che la proposta fosse stata presentata dai peggiori, non la si poteva accogliere, in fin dei conti era uno dei punti cardine nel programma dei migliori…Poteva il Ministro per l’attuazione del programma lasciare ad altri, i peggiori, una competenza che non li riguardava?

Ecco infatti cosa disse intervistato da un quotidiano il nostro eclettico giudice  in veste di ministro in questa occasione:

Ma se in aula settimana scorsa avete bocciato proprio l’abolizione delle province.

Non ho votato, certo che no. Ma le pare? Dovevo andare a votare insieme ad Antonio Di Pietro? Quello era un punto del nostro programma non dell’Idv. Assurdo.

Ma voi non lo avete realizzato.

E’ vero. E non lo abbiamo fatto perché la Lega a un certo punto ha sposato le province, le ha difese. Il dazio elettorale che ha pagato la Lega è stato questo, ha perso voti perché ha ritrattato l’abolizione delle province che sono enti totalmente inutili: non servono, non svolgono alcun ruolo di raccordo, sono superate, inutili ripeto. E le anticipo che il provvedimento non sarà realizzato in questa legislatura, abbiamo fatto altro.

Beh, cari complici, ora che abbiamo raccontato del Giudice, raccontiamo dell’imputato, con dati certi, naturalmente, quelli registrati agli atti  delle attività parlamentari del Senato di Bananopoli, non fra le notizie in scaletta preparate dal giornalista servo Minzolini in uno dei sui qualsiasi ipnotelegiornali:

GIANFRANCO ROTONDI

XV Legislatura (dal 28 aprile 2006 al 28 aprile 2008)

Iniziativa legislativa

Come Senatore

Ha presentato come primo firmatario i DDL

  1. S. 859
    Istituzione della provincia di Sulmona.
  2. S. 860
    Istituzione della provincia di Bassano del Grappa.
  3. S. 861
    Istituzione della provincia dei Marsi.
  4. S. 862
    Istituzione della provincia della Sibaritide-Pollino.
  5. S. 863
    Istituzione della provincia di Melfi.
  6. S. 864
    Istituzione della provincia di Aversa.
  7. S. 865
    Istituzione della provincia della Venezia Orientale.
  8. S. 866
    Istituzione della provincia di Avezzano

rotondi (1)

Questo è il giudice

rotondi (1)

Questo è l’imputato

rotondi (1)

Questo è l’innocente.

E qui potete trovare gli invitati alla festa del suo cinquantesimo compleanno…

sono tanti, vi mando solo il link per ammirarli, guardando bene potreste anche riconoscervi fra un capezzolo ed una capasanta,

http://www.dagospia.com/mediagallery/dago_gallery-24846/291398.htm

gentili complici.

Camilla Brambilla

Stelle cadenti

Argomenti vari 1.301 Commenti »

Ieri sera ho visto una stella cadente, anzi due. Allora ho espresso due desideri.
Uno, che la crisi finanziaria finisca presto.
Due, che tutto torni esattamente come prima.

Pococurante (nella sua versione più romantica)

Consigli:se è falso mi sento sollevato.Se è vero non lo voglio

Argomenti vari 35 Commenti »

Forse oggi, come dice giustamente qualche signora alla banchina della stazione dei treni, alla gente comune non bisogna tanto riempire la testa sul pareggio di Bilancio dentro fuori la Costituzine come fanno i politici ma trovare qaulcuno disposto a scrivere per spiegare innanzitutto a tutti quei risparmiatori anche piccoli piccoli che sono spaventati, che non capiscono che succede e che vogliono capire se portare a casa il salvabile o restare fermi immobili o scommettere su qualcosa di comodo e non di troppo lungo periodo, 5/10 righe molto semplici.

E’ probabile che questo compito tocchi farlo a qualcuno di VOI.

Io per esempio non ho capito sto panico collettivo per il crollod ella Borsa di Milano.
In fodno sono 400 società contro le 4,5 milioni totali. Sono la spina dorsale dell’Italia? Ma non vorrei mandarvi fuori tema con i consigli.

uno sguardo dall’esterno, FT tradotto grossolanamente

Argomenti vari 100 Commenti »

 Quando i mercati riapriranno lunedì, Silvio Berlusconi sarà sulla  spiaggia, aspettando ansiosamente di vedere se le misure di ulteriore contenimento del deficit  annunciate frettolosamente la settimana scorsa saranno sufficienti per arginare la marea con lo sperato supporto dalla Banca Centrale europea.

 

Il primo ministro miliardario dell’Italia si è rifugiato nella sua villa di lusso in  Costa Smeralda in  Sardegna durante il fine-settimana, a quanto riferito per celebrare il 45 compleanno di Marina, la sua figlia più anziana e presidente della Fininvest, l’holding di famiglia.

Economiche  sono in effetti dettate  dall’esterno  da quando l’italia  è divenuta l’ultima frontiera  per salvare l’euro dalla crisi dei debiti sovrani.

 

Venerdì arrivò una lettera da Jean-Claude Trichet, il governatore di ECB, ed il suo successore designato Mario Draghi, governatore della Banca dell’Italia definendoi le richieste dell’ECB -un bilancio equilibrato entro 2013, tagli di spesa immediati, e misure per sollevare l’economia moribonda di Italia.

 

La lettera, confermata da fonti bancarie, è conseguenza di giorni  di prevaricazione del  Sig. Berlusconi che, in un discorso a parlamento ed in trattative con sindacati  e datori di lavoro, evidentemente ha fallito nel valutare  la gravità della crisi. La borsa di Milano era  al termine di un crollo del 13% in una e lo spread fra  obbligazioni italiane ed Tedesche stava raggiungendo il massimo della nuova era euro i rendimenti del 10-anni raggiungevano quelli della Spagna.

 

Sotto pressione: i rinvii  di Silvio Berlusconi hanno portato  alle richieste dalla Banca Centrale europea.

 

Il Sig. Berlusconi, affiancato da Giulio Tremonti ministro della finanza, rispose  in una conferenza stampa affrettatamente convocata  venerdì sera annunciando l’obbiettivo del di un bilancio equilibrato entro 2013, piuttosto che il 2014, e inoltre  alcune vaghe  misure di  liberalizzazioni e privatizzazioni.

 

In un comunicato pubblicata domenica sera, Angela Merkel, il cancelliere Tedesco, e il Presidente Nicolas Sarkozy della Francia, approvavano la promessa di Roma girata di un ritorno più rapido ad equilibrio di  bilancio dicendo che era della “importanza fondamentale.” Ma aggiungevano  che “una rapida e completa  realizzazione delle misure annunciate è essenziale per riconquistare la fiducia dei mercati.”.

 

Mario Monti. un  ex commissario della EU che è stato ampiamente ipotizzato come un possibile primo ministro italiano per condurre un’amministrazione di emergenza. commentava che in effetti le decisioni erano già prese da un “governo tecnico sovranazionale guidato dal mercato …

 

Chiaramente ansiosa di persuadere l’ECB che l’Italia stava procedendo, Roma trasmise i dettagli delle sue decisioni alla banca di domenica, con un programma di azioni che include il richiamo  parlamento dalla sua interruzione di estate questo giovedì. I contatti stavano continuando anche con partner di G7, disse un portavoce italiano.

 

Nonostante il nuovo senso d’urgenza, rimangono dubbi sulla capacità della coalizione di governo – con una risicata maggioranza in parlamento – di tener fede agli impegni e di restare al governo fino alla primavera del 2013.

 

M. Baldassarri, un ex  del ministero dell’economia che  disertò o scorso anno dal partito del signor Berlusconi  e presiede la commissione finanze del senato, ha detto che  le misure di riduzione del deficit di 24 miliardi  per il 2013 dipendono troppo dal rialzo delle tasse piuttosto che da tagli reali.

 

Ciò rischia di ridurre  la crescita a zero per ridurre il deficit del 2% nel 2013, ha comunicato al financial times. L’acquisto di titoli da parte dell’ ecb sarebbe solo un cerotto in grado di dar respiro per poche settimane.

 

I sindacati di sinistra hanno archiviato le nuove misure di austerità come  troppo punitive nei confronti  delle famiglie a basso reddito, mentre le associazioni bancarie ed industriali richiedo immediati tagli ai  costi della politica.

 

Nonostante i disaccordi, stanno emergendo segni che  l’italia comincia a riconoscersi come nazione mentre  gli  italiani orgogliosamente  dichiarano di essere in grado di fronteggiare le emergenze. Milano finanza, un giornale di finanza, ha lanciato un’iniziativa chiedendo agli italiani di acquistare le nuove emissioni di titoli del debito. Due importanti imprenditori, diego della valle e marcto tronchetti provera, hanno già sottoscritto.

Dai tarocchi alle patacche

Argomenti vari 11 Commenti »

Lo so è pieno di giovani, specie extracomunitari e non possono certo ricordare…

Meglio fare un riassunto della puntata precedente per chi avesse visto solo l’ultima parte,  solo quella nella quale il protagonista dichiara subito prima dei titoli di coda,  prima de “The End”:

<Bisogna seguire l’Europa”

cinque leghe

Tripla Ah per l’Italia!

Argomenti vari 1.785 Commenti »

Dice fra l’altro Roubini  (uno che già nel 2006 predette al FMI fra il generale scetticismo quella che sarebbe stata l’attuale crisi finanziaria) che l’Italia non è troppo grande per poter fallire, casomai è troppo grande per essere salvata.

http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201108050942196373&chkAgenzie=TMFI&sez=news&testo=&titolo=Per%20Roubini%20ora%20l’Italia%20rischia%20davvero,%20ma%20spread%20si%20raffredda

Ecco che non passa neanche un giorno che l’America perde una A…

All’epoca deve essere stato che ci abbia azzeccato per caso, infatti per l’Italia tutte le società di rating,  da Moody’s,  Standard & Poor’s,  Fitch Ratings a Mediashopping Ratings & Decoders, hanno confermato la tripla Ah:

Ah Ah Ah

Buon divertimento, complici.

Il Presidente incanta, carta canta.

Argomenti vari 802 Commenti »

«E’ dannoso per l’interesse di tutti noi che ci siano dei media che continuino a rappresentare la crisi come qualcosa di definitivo e di tragico». (Silvio Berlusconi, 5 marzo 2009)

«Sicuramente è finita la paura dell’apocalisse. E’ rallentata la caduta, dall’autunno in poi, del traffico e del commercio che è la nostra ricchezza. Guardiamo al futuro con qualche speranza». (Giulio Tremonti, 19 aprile 2009)

«Il rischio di un crollo, del peggio, è abbastanza alle nostre spalle. Su questo abbiamo una visione comune con gli imprenditor»i. (Giulio Tremonti, 29 aprile 2009)

«Il momento peggiore è passato e d’ora in poi ci saranno miglioramenti. C’è stato un diluvio universale, ma ora siamo qui e stiamo meglio di prima. Il governo ha fatto bene a diffondere fiducia. Non abbiamo peccato di ottimismo perché questa crisi, è stato dimostrato, ha grande origine nel fattore psicologico». (Silvio Berlusconi, 17 maggio 2009)

«La caduta sta finendo e l’Italia è messa meglio di altri. Una volta l’Italia faceva notizia perché erano dati negativi ma oggi la notizia è che l’Italia non fa più notizia, anzi alcune cose le iniziano a riconoscere». (Giulio Tremonti, 4 giugno 2009)

«Ciò che doveva accadere per banche e mercati è già accaduto. Chi doveva fallire ha fallito e tutti quelli che facevano speculazione non ci sono più. Oggi non ci sembra che ci siano altre situazioni che dobbiamo temere». (Silvio Berlusconi, 4 luglio 2009)

«Siamo in un momento difficile per la crisi del mondo: io sostengo che il peggio è passato». (Silvio Berlusconi, 6 luglio 2009)

«Il peggio è passato, siamo in fase di conclusione». (Silvio Berlusconi, 8 settembre 2009)

«La crisi sta passando». (Giulio Tremonti, 28 settembre 2009)

«Il peggio della crisi sembra che sia alle nostre spalle e che sia iniziata, sia pure lentamente, la ripresa». (Silvio Berlusconi, 29 ottobre 2009)

«Il peggio è ormai alle spalle. Non possiamo lamentarci. Non va malissimo. Ci sono forti segnali di ripresa, basta vedere i dati dell’Ocse. Stiamo procedendo bene nonostante il momento non sia certamente uno dei migliori». (Silvio Berlusconi, 7 novembre 2009)

«Riteniamo che il peggio sia passato e che ci sia la ripresa». (Silvio Berlusconi, 5 dicembre 2009)

«In Europa ci sono Paesi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda che sono in situazioni abbastanza preoccupanti, mentre noi ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri». (Silvio Berlusconi, 6 febbraio 2010)

«Dopo essere usciti da una forte crisi, stiamo iniziando la risalita, non è veloce, non ha forti numeri ma è certamente risalita». (Silvio Berlusconi, 11 marzo 2010)

«Grazie alla limitata esposizione alla bufera sui mercati finanziari internazionali e al collasso del settore immobiliare, gli effetti peggiori della crisi sono stati solo temporanei in Italia». (Giulio Tremonti, 25 aprile 2010)

«L’Italia sta meglio di altri Paesi ed è vaccinata da eventuali contagi». (Giulio Tremonti, 6 maggio 2010)

«La crisi è alle spalle. E noi ne stiamo uscendo meglio di altri paesi europei». (Silvio Berlusconi, 29 giugno 2010)

«La crisi si sta concludendo, ci sono segnali di ripresa. Il peggio è passato, siamo in fase di conclusione della crisi. Lo hanno detto Obama, Bernanke, il Fondo monetario, la commissione europea: ci sono segnali, germogli di ripresa, ora bisogna mettere da parte coloro che inneggiano al catastrofismo». (Silvio Berlusconi, 8 settembre 2010)

«L’Italia aveva bisogno di rigore e credibilità. Lo abbiamo fatto tenendo in ordine i conti pubblici e nello stesso tempo salvaguardando i redditi delle famiglie e dei lavoratori colpiti dalla crisi. E’ stata la scelta giusta. Ha consentito di superare la crisi e di non farci trovare nelle condizioni in cui si sono trovati altri Paesi europei alle prese con deficit pubblici giudicati non sostenibili dai mercati finanziari e quindi esposti ad attacchi speculativi». (Silvio Berlusconi, 29 settembre 2010)

«Abbiamo realizzato una vera e propria missione impossibile: abbiamo affrontato la crisi senza mettere mai, dico mai, le mani nelle tasche degli italiani». (Silvio Berlusconi, 10 maggio 2011)

LE MECCANICHE DEBOLI

Argomenti vari 32 Commenti »

Abbiamo un nuovo compagno di viaggio. Da leccarsi le dita

La democrazia non è meritocratica. Per votare è necessaria una sola condizione: l’età. Più o meno perché anche gli ergastolani dovrebbero avere diritti politici secondo la corte europea.

E al netto del bilanciamento dei poteri.

Nessuno seleziona i più veloci, i più golosi, i più intelligenti. Non c’è merito. Basta l’età. Si può perfino governare con condanne a carico, almeno in italia. Ma non è sempre stato così. L’umanità è stata prevalentemente governata dal paradigma meritocratico, diritto di nascita, diritto di intelligenza, diritto da religione, diritto del più muscoloso. La diffusione del diritto universale ha richiesto tempo e infinite rivoluzioni. Il diritto del merito è riduzionista in due accezioni privilegiate.

E’ “riduzionista” nel senso che riduce, asciuga,il numero dei decisori :consesso dei saggi, la scimmia alfa, il papa. Se qualcuno deve decidere, ha conquistato questo diritto con la forza dei canini, la scimmia, o con la forza di dio, il papa.

Quanto più intangibile ed assoluta la fonte del diritto, quanto più potente l’investitura. Qui il termine “assoluto” porta alla seconda, più consueta, interpretazione del riduzionismo. La negazione dell’ incertezza e la conseguente sottomissione alla catena di cause scatenanti e di effetti necessari è il cuore del logos e, quindi, della teologia per come si è connotata in occidente.

Ovviamente reclamare un dio indimostrabile è stata la scelta più semplice per pretendere ,con facilità e sicurezza, l’investitura ed il con seguente potere. Ma la teologia non è solo questo, non appartiene unicamente alla religione. L’intera storia della scienza dimostra come le conoscenze scientifiche sono state determinate dalla teologia del determinismo. E fino ad epoche relativamente recenti, l’incertezza, il caso ed il caos sono stati emarginati. Einstein, ad esempio, si incazzò parecchio con plank e l’introduzione dell’incertezza probabilistica.

L’incertezza fa paura anche alla scienza. Un leader, anche se odiato, è una scelta migliore dell’incertezza. Qualcuno che decida e sia investito della massima autorità. Che sia un presidente, il solito papa o un enunciato categorico. La democrazia non è questo. Apre all’incertezza, annulla la meritocrazia. Si dice che tutti hanno diritto di incidere sulle condotte di tutti.

E non è poco.

Sicuramente è una condizione che non abbiamo ancora assorbito e abbiamo avuto bisogno di mediare con la figura del rappresentante. Ma, proprio per questo, la democrazia rappresentativa è una democrazia ancora incompleta. E, per quanto dimostrato da un premio nobel, arrow, impossibile da realizzare. Il passaggio dal determinismo all’incertezza sembra centrale. Dall’enunciato categorico alla compresenza dei linguaggi e, soprattutto, alla loro dinamica trasformazione. E’ affermare che nessuno è in grado di determinare la via migliore perché le condotte di vita di una nazione, concetto peraltro restrittivo e consumato, percorrono da piani che nessun essere umano è in grado di comprendere, con prendere, con tenere. Piani dell’esistenza e non piani dell’essenza. Perché gli italiani non sono italiani in questo momento. E neanche lo erano. La democrazia è incerta, non conosce con la precisione di cugia, in grado perfino di determinare il genoma degli italiani. 

Una chiara rappresentazione di teologia della rigidità. Basta contare gli enunciati assertivi: “l’italia è …”,”assoluta intolleranza…” , “Non abbiamo rispetto…”,” l’Italia è una grande ingenua”, “nostro dna” In sintesi, un testo tomista, adatto più al medioevo che alla democrazia. Insomma, un testo ratzingeriano, una sorta di miseria cognitiva o di menomazione del linguaggio a seconda del sistema di riferimento da cui si esplora il testo .

La democrazia non sa bene cosa siano gli italiani e tanto meno è in grado di affermarne l’invarianza. La democrazia non può essere teologia E neanche teleologia. Certamente si è dimostrata un salto quantico, la capacità di non comprendere e, quindi, di non identificare con quella certezza che un teologo o uno sciamano pretenderebbero. La democrazia è quindi altro dall’identificazione. E neanche l’identificazione di un carattere, di una connotazione.

E, di conseguenza, non può essere personalizzazione perché la “persona” è la percezione della rappresentazione dell’identità.

TICKET RESTAURANT

Argomenti vari 9 Commenti »

Se per caso pensate che il vostro ticket restaurant non sia adeguato ai prezzi della tavola calda alla quale vi servite durante la pausa pranzo, saltate il pasto per una volta ed ascoltate questa trasmissione radio nella quale si “recita”  il menu’ del ristorante al Senato e relativi prezzi dei piatti serviti

Intorno al centesimo minuto di trasmissione interviene su questo tema,  e non solo, un vostro collega per dire la sua e credo anche la vostra…

http://www.radio24.ilsole24ore.com/player/player.php?filename=110725-lazanzara.mp3

Paneacqua

Ero convinto che il Papa fosse tedesco

Argomenti vari 159 Commenti »

Devo aver capito male:  Papa non è Tedesco, siamo noi ad essere italiani!

Panfresco

P.S.

(Padani compresi)

MOSSI DA UN BISOGNO SFRENATO DI INGIUSTIZIA

Argomenti vari 2 Commenti »

tremonti-calderoliIl ministro Tremonti e questo Governo forse sono furbi.
Ma non sono certamente Robin Hood.
Sebbene tutti tendono da tempo a farlo credere. Ma si sa siamo nel paese di Arlecchino e Pulcinella le furbate passano, e vengono recepite,
come cose da persone capaci, da imitare e da applaudire.
La furbizia è intesa come una dote da coltivare, invece è erbaccia da estirpare, ma i tempi sono questi e questo evidentemente ci meritiamo.

Il ministro Tremonti è artefice, insieme a Berlusconi (intento a continuare a farsi gli affaracci propri) di questa crisi italiana
oggi incancrenita a livelli ben peggiore di troppi altri Paesi in Europa.

Da anni, immotivatamente, si esalta quel furbastro, quel farlocco di Tremonti.
Noi lo sappiamo bene grazie soprattutto al collega Leopoldo che sul forum aziendale (forse anche per quello censurato e chiuso da chi aveva bisogno dei Tremonti bond)
da anni ne aveva scritto, con chiarezza e insistenza di tutte le balle le farloccate e le porcate da incompetente del Ministro Treconti

Tremonti ha raccolto e continua a raccogliere, imperterrito, consensi.
“Anche il governo dell’Europa apprezza Tremonti e ne ha dato pubblica comunicazione”
“Lo apprezzano perfino gl’italiani che non lo votano: un sondaggio di Ballarò- Rai dice che più della metà degli elettori di centrosinistra ne ha un giudizio positivo”
«Sino ad oggi l’Italia ha fronteggiato la crisi mondiale meglio d’altri Paesi»
«Tremonti ha messo in campo misure di contenimento del debito»,
«L’evasione fiscale ha veduto restringersi il suo largo recinto»
«il Ministro Tremonti è la salvezza degli italiani è il vero Premier-ombra»

Grazie anche ai dati, alle spiegazioni, alle illuminazioni di Leopoldo sappiamo, scusate la rozzezza: che sono tutte – tutte – balle.

Ed oggi, con il varo della Finanziaria da oltre 70 miliardi, senza opposizione, nel senso che quest’ultima si è accodata alla maggioranza
nell’approvarla, forte di questo fastidioso e ipocrita senso dello Stato che trova sempre il modo di fa pagare prevalentemente solo ai più deboli,
ai più impoveriti i guasti e gli arricchimenti di altri, Tremonti ha fatto il suo capolavoro.

Non c’è bisogno di riportare qui nessuna tabella, nessuna sintesi della finanziaria, del maxiemendamento del Governo,
di fare qualche scoop trovando qualche punto oscuro e malefico nelle pieghe della relazione.

Non c’è bisogno perché tutti i giornali non hanno nascosto nulla, l’hanno esplicitata con dovizia di particolari,
anche quelli di regime, tutti consapevoli che fosse inevitabile, che le parole del Presidente Napolitano sulla coesione,
sul dovere di rimanere uniti, fossero più che sufficienti ad indorare la pillola, a lubrificare la supposta,
a tenere distratti e calmi gli oppressi.

Gli oppressi che in questi anni hanno votato per gli oppressori avendo zero riscontro da chi si diceva diverso da quest’ultimi.

E negli stessi anni il debito pubblico è cresciuto senza portare benessere, il livello delle tasse mai così alte con maggior peso
su pensionati e lavoratori, il tasso di disoccupazione mai così critico, soprattutto quello giovanile; un rapporto Deficit/Pil che più terribile non si
può etc. etc.

Io credo che sia bene, finalmente, mettere da parte lo spirito patriottico e padano e concentrarci sulla realtà.

Riguardare le tabelle, la sintesi della finanziaria, il maxiemendamento e limitarci a questi, non dando nessun peso,
nessuno, ai commenti di parlamentari (di Governo e governo ombra, al Presidente Napolitano, ai mercati ed agli editoriali dei giornali)
così da vedere come questa manovra – e questa politica – sia mossa da un bisogno sfrenato di ingiustizia.

Così finalmente potremmo, ognuno ed insieme, dare un risposta, non ad una domanda buttata lì così ma a quella risolutiva:
“Di quanto altro c’è ancora bisogno perché il “furor di popolo” che ancora applaude Tremonti e questo Governo
si renda conto della situazione in cui ci siamo finiti e chi ci ha messi?”

e se si vuole leggere poi anche la contromanovra di Sbilanciamoci – nell’attesa di uno scritto o più di Leopoldo clicchiamo qui

TITANIC ?

Argomenti vari 665 Commenti »

Meglio tutti nella merda che nella merda solo noi!

Quelli della sala macchine…


Utenti online

la Polizia fa resistenza passiva ai no tav?

Argomenti vari 33 Commenti »

Video importato

YouTube Direkt

CLICCA QUI ( visto che non riesco ad allegare il video)

Prove tecniche di insurrezione: qui Parma a voi Atene

Argomenti vari 52 Commenti »

Proteste, “sfondata” porta del Comune
“Vogliamo dimissioni”, cariche della polizia
Oltre 500 manifestanti per chiedere le dimissioni della giunta Vignali. La gente protesta in piazza. Episodio particolare all’uscita secondaria del municipio, poi le cariche delle forze dell’ordine LE IMMAGINI
di M.Severo, G.Talignani, R.Castagno

La piazza insorge di nuovo. Dopo venerdì scorso, circa 500 persone si sono radunate nel pomeriggio davanti al Palazzo Comunale di Parma per chiedere le dimissioni della Giunta e soprattutto del sindaco Pietro Vignali dopo lo scandalo corruzione. A controllarle un nutrito spiegamento di forze dell’ordine, compreso un contingente di carabinieri in tenuta antisommossa arrivati da Bologna. Slogan, fischi, cartelloni: tutti contro gli amministratori. VIDEO: “DIMISSIONI”

IL VIDEO DEGLI SCONTRI

“SFONDATA” PORTA SECONDARIA, CARICHE POLIZIA Intorno alle 18 si è verificato il momento di tensione più alto. Un gruppo di persone, tra cui studenti universitari, ragazzi dell’Art Lab, autonomi e altri con sacchi neri di finto denaro hanno raggiunto una porta secondaria del Comune, nella strada che affianca lateralmente il municipio. Con forza i ragazzi hanno spinto e la porta ha ceduto: i giovani hanno così fatto irruzione nel cortile del Comune. Alcuni carabinieri si sono accorti del fatto e hanno tentato con un cordone di bloccare la cosa. Qualche momento di tensione fra manifestanti e forze dell’ordine. Poi le cariche della polizia. Poco dopo è seguita una seconda carica dei carabinieri. Il bilancio è di quattro feriti lievi ma i momenti di grande tensione sono durati per diversi minuti. Anche il comandante della guardia di Finanza Geremia è arrivato nella piazza davanti al municipio per assistere alla situazione.

VOCI DI DENUNCE E LENZUOLATE Dopo le cariche intanto, in piazza, fra i manifestanti comincia a correre la voce che alcune delle persone coinvolte nelle cariche siano state denunciate. Intanto sarebbe in programma per giovedì una lenzuolata in città, come quella del 1975 fatta per chiedere le dimissioni di una giunta corrotta.

ROSE, BANDA BASSOTTI E FISCHI Alcuni cittadini, nonostante il consiglio sia stato annullato, si sono vestiti come la banda bassotti con tanto di sacchi di plastica neri col simbolo del dollaro in segno di sfottò ai consiglieri. Rose distribuite (al posto di quelle mai comparse sul Lungoparma e citate nell’inchiesta come scandalo di fatture gonfiate) ai consiglieri da parte dei giovani di Sinistra studentesca (LEGGI)

SINDACO ASSEDIATO Il sindaco, il suo vice e diversi esponenti della giunta sono letteralmente assediati e rimangono rinchiusi all’interno del municipio dove, fino a tarda sera, sono previste riunioni per decidere il futuro della maggioranza. Soltanto dopo le 21, quando viene comunicato che come nuova mossa è stato licenziato il direttore generale del Comune Carlo Frateschi, il sindaco scortato fugge da un’ uscita secondaria in auto. Vignali in giornata aveva annunciato che non si sarebbe dimesso, ma che nel 2012 non si ricandiderà GUARDA LA FUGA DEL SINDACO

L’APPELLO “Rubare è reato. Vignali: non lo sapevo”. “Il comune è in rosso di 500 milioni di euro. Vignali: non lo sapevo”. “Babbo Natale non esiste. Vignali: non lo sapevo”. Il popolo di Facebook non perdona e scatena il tormentone lanciato dalla pagina “Sapere è potere” (GUARDA LE IMMAGINI). La bacheca di “Vignali non lo sa” è affollata da una sfilza di battute al vetriolo lasciate da cittadini parmigiani delusi dalle giustificazioni del sindaco sullo scandalo corruzioni. E dopo il tam tam per “bombardare” il primo cittadino di mail con richieste di dimissioni (LEGGI), il Popolo Viola di Parma diffonde sul social network anche l’invito a manifestare sotto i portici del Grano durante il consiglio comunale: “Manifestazione dei finalmente indignati per chiedere le dimissioni della giunta VignaIi dopo gli arresti in Comune di venerdì scorso e la corruzione dilagata negli ambienti dell’amministrazione cittadina”

SI TAV E I FEDERALISTI PESTAN DI BRUTTO

Argomenti vari 76 Commenti »

Apre il cantiere Tav, scontri e fumogeni in Val di Susa. Manifestanti in fuga, feriti 25 agenti

Fumogeni, lanci di oggetti, e scontri tra manifestanti e polizia hanno accompagnato l’ingresso delle ruspe, che hanno creato un primo varco in località Centrale della Maddalena, al di sotto di un viadotto della Torino-Bardonecchia. Era l’alba quando i manifestanti del presidio “No Tav” hanno attuato il loro blocco per cercare di ostacolare l’avanzare dei mezzi di scavo delle imprese costruttrici. Ma la risposta delle forze dellordine è stata massiccia: 2000 agenti circa schierati per impedire i blocchi e disperdere i manifestanti. Oltre che con lacrimogeni e fumogeni, il presidio dei “No Tav” è stato attaccato anche con idranti dai vigili del fuoco. Nel frattempo, a quanto si apprende, le forze dell’ordine hanno fatto irruzione anche dalla parte di Giaglione riuscendo a mettere in fuga molti manifestanti.

25 agenti feriti, manifestanti in fuga - Le forze dell’ordine, due ore dopo avere forzato il primo sbarramento, sono arrivate sul piazzale della Maddalena di Chiomonte dove fino a poco prima c’erano centinaia di “No Tav” e hanno occupato l’area. I manifestanti si sono rifugiati nei boschi e di tanto in tanto esplodono grossi petardi. Tra poco arriveranno i mezzi delle due aziende incaricate di recintare l’area per aprire in tempo utile il cantiere della Torino-Lione. E giunge notizia sarebbero già 25 gli agenti feriti, mentre decine di “No Tav”, fuggiti verso la mantagna, hanno ottenuto un salvacondotto per ridiscendere il costone e abbandonare il piazzale della Maddalena.
Quattro i manifestanti feriti - Anche quattro manifestanti sono rimasti feriti nelle operazioni per l’apertura del cantiere della Maddalana di Chiomonte. I manifestanti feriti si sono fatti medicare nel centro di primo soccorso allestito nel presidio. Nessuno ha riportato ferite gravi. Molto più numerose – e non sono stati conteggiati dagli operatori – sono state le persone che hanno avuto bisogno di assistenza per essere state intossicate dal fumo dei lacrimogeni che sono stati lanciati verso il campo.
I “No Tav”: la guerra continua - “Abbiamo perso un round, non la guerra”. E’ il commento a caldo, dopo lo sgombero dell’accampamento dei No Tav a Chiomonte, del leader del movimento, Alberto Perino. “Oggi – dice – è andata come si pensava che andasse. Noi abbiamo resistito poi le forze dell’ordine hanno sparato migliaia di lacrimogeni. Adesso dobbiamo portare via tutti i materiali dalla Maddalena. Poi vedremo il da farsi, di certo non siamo sconfitti”.
A Chiomonte sono arrivati intorno alle 6 del mattino i mezzi deputati ad aprire il cantiere alla Maddalena. A scortarli lungo l’A32, Torino-Bardonecchia, chiusa al traffico, i mezzi delle forze dell’ordine. Il transito da e verso la Francia è perciò interrotto. I mezzi sono arrivati quando già era scattato l’allarme. Il segnale prestabilito di preallerta era costituito dal lancio di fuochi di artificio nel piazzale del presidio della Maddalena. Ci sono stati momenti di tensione con insulti all’indirizzo degli operai.
E’ stata la strada dell’”Avana” il fronte più caldo di Chiomonte. Le forze dell’ordine hanno lanciato decine di fumogeni e stanno avanzando sulla strada che porta al presidio. Sono ora a metà percorso e si fanno strada con una ruspa in grado di smantellare le numerose barricate che i No Tav hanno costruito per rallentare la loro avanzata. Giorgio Vair, il vicesindaco di San Didero, un comune della Valle di Susa, ha chiesto ai manifestanti di proseguire l’azione di resistenza passiva alla Maddalena. I manifestanti si sono rifugiati nei boschi e di tanto in tanto esplodono grossi petardi. Tra poco arriveranno i mezzi delle due aziende incaricate di recintare l’area per aprire in tempo utile il cantiere della Torino-Lione.
La fiaccolata – Intanto ieri sera circa 3.000 persone a Chiomonte hanno partecipato a una fiaccolata pacifica per esprimere il loro dissenso verso la partenza del cantiere per il tunnel della Maddalena, propedeutico ai lavori della Torino-Lione. Il lungo serpentone di fiaccole è partito dalla stazione della cittadina per poi confluire verso il presidio della Maddalena. In testa al corteo, composto anche da famiglie con bambini e anziani, c’era la statua della madonna del Rocciamelone. Al presidio, presso un pilone votivo, poi si sono fermate molte persone per tenere una veglia di preghiera e attendere lo sgombero annunciato.
 

Ha partecipato anche Bingo Bongo

Argomenti vari 1.538 Commenti »

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.

Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura
e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura,
sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale,
incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza,
con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche un gesto o un’invenzione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

(1972)

Giorgio Gaber

“La vittoria non è né di questo, né di quello, ma della Cassazione. Nel momento in cui ha ammesso il quesito sul nucleare non ho avuto nessun dubbio che i cittadini sarebbero andati a votare”

(2011)

ministro Ignazio La Russa

Mi consenta Ignazio,

Del nucleare non mi frega un cazzo!  E’ che non ne posso più da 20 anni del suo padrone.  Prenda nota,  e cerchi di dipanare qualche altra certezza.

(2011)

cittadino Francesco Rezzadore

P.S.

E’ arrivato l’Helios 40

(the first shot)

helios 40


Letti per voi (recensioni a perdere ovvero della Resistenza)

Argomenti vari 198 Commenti »

In questo week end referendario ho letto Indignatevi! (S. Hessel, Add, 2011). Poderoso e voluminoso best seller (60 pag. comprese le appendici!) di un vecchio partigiano francese che al termine del suo cammino sente il dovere di ricordare due o tre cosette alle giovani generazioni. Quelle spagnole lo hanno incredibilmente preso alla lettera, dando vita al movimento degli indignados. Dico incredibilmente perché è tale e tanta la letteratura in materia che mi sorprende che un libello dal contenuto tutto sommato scontato e espresso in forma così succinta possa aver fatto da detonatore a quella pacifica rivolta, ma è la conferma che spesso gli incendi originano da una scintilla casuale. Pare che anche in Italia, a Roma e Bologna mi pare, si stia organizzando qualcosa di analogo, benché attualmente ignorato dal circuito massmediatico, boh vedremo …
Condividendo l’assioma che l’indignazione è il motore della Resistenza, tuttavia giudico l’esortazione del titolo da un lato pleonastica e dall’altro velleitaria, soprattutto con riguardo alla popolazione italiana. Non voglio essere eccessivamente pessimista (e spero di essere smentito con l’affluenza ai referendum odierni, nel qual caso davvero dovremmo prendere atto che un cambiamento storico è in corso) ma credo che la maggior parte degli italiani non si indignerà mai a sufficienza. Sono persone capaci di digerire di tutto, indifferenti alle più macroscopiche ingiustizie; non vedono a un palmo dal loro naso, se non per consolarsi guardando a chi sta peggio, vincitori di una patetica guerra fra poveri.
Un’altra critica la indirizzerei all’abuso del termine speranza. Come diceva Monicelli, la speranza spesso non alimenta la rivoluzione, ma la allontana. La speranza rimanda a una dimensione metafisica, trascendente, che richiama quasi un’attesa di un aiuto esterno. Serve invece un approccio laico, pragmatico, materialista. Se mi propongo di andare da Milano a Roma, non ‘spero’ di arrivare. Mi do da fare, mi organizzo affinché il viaggio sia efficace (raggiunga lo scopo) ed efficiente (lo raggiunga del miglior modo possibile, ottimizzando il rapporto costi/benefici). I potenti non ‘sperano’ di conservare il potere, ma si organizzano per conseguire il fine con ogni mezzo, violenza compresa, e ci riescono.
E qui veniamo all’altro punto debole, a mio avviso, della tesi di Hessel: la non violenza. Questa può riuscire a strappare qualche concessione al potere, ma quando si arriva al cuore del potere, alla zona rossa, allora il potere si militarizza. Gli stessi partigiani francesi, o italiani, non avrebbero dato connotati di efficacia ed efficienza alla Resistenza con la non violenza.
Andrà indagato ciò che successe a Roma il 14 dicembre scorso, con la sollevazione rabbiosa non certamente non violenta contro la zona rossa dei palazzi che varavano il governo Berlusconi-Scilipoti.
Combattere è resistere. Resistere è combattere.

P.s. Non è vero, non date retta. Non abbracciate la logica di mercato (costi/benefici). La rivoluzione si concretizza nella rivoluzionizzazione delle logiche (anche grammaticali)

TANTA IPOCRISIA SUL LAVORO IN CINA

Argomenti vari 127 Commenti »

IMG00057-20110430-1206“Hanno deciso di trasferire la produzione solo perché in Cina costa venti volte meno che da noi”. Solo? E dite poco? Ma la gente riflette prima di parlare? Avrei potuto forse capire le recriminazioni se in Cina la produzione costasse “solo” la metà, ma venti volte di meno è qualcosa che non lascia

possibilità di scelta. D`altra parte anche la sindacalistica annotazione che “il trasferimento in Cina porterà lo sfruttamento di quegli operai che non hanno alcuna tutela” suona male. Risulta forse che attualmente gli operai cinesi hanno un ottimo lavoro ben tutelalo, che lasceranno per andare a lavorare per meno soldi e meno tutela alla De Longhi, alla Candy, alla Omsa, all’Indesit, alla Bialetti, alla Safilo, alla AGV, alla Lovers, alla Chico-Artsana? Sarà, ma non ci credo.

Siamo al solito vecchio errore di quelli che predicavano di boicottare le multinazionali che sfruttano il lavoro minorile facendo fabbricare i palloni ai bambini nel terzo mondo. “I bambini non devono fabbricare i palloni, ma devono usarli per giocare!”. Bravi! Nel mondo occidentale, forse, ma nel terzo mondo se i bambini non lavorano in fabbrica nuca giocano coi palloni, le bambole, o le playstation.

Lavorano semplicemente il doppio nei campi o, quando ve n`è l`opportunità, vengono fatti prostituire sulle strade e negli alberghi per turisti.

Togliete loro il lavoro in fabbrica, e li rispedirete verso  quel destino. Oltre a tutto sembriamo dimenticarci che il progresso sociale di cui godiamo oggi in occidente lo dobbiamo a generazioni che a cavallo fra Ottocento e  Novecento avevano cominciato a lavorare in fabbrica o nei campi a sette o otto anni. Far saltare quello stadio alle nazioni in via di sviluppo farà bene alla nostra coscienza buonista ma non a loro. E la stessa cosa vale per il lavoro “sottopagato” dei Paesi in via di sviluppo o emergenti. Sottopagato per i nostri standard, ma non per i loro. E sottotutelato per i nostri standard, non per i loro. E su questi standard forse dovremmo farci qualche domanda.

Non sarà per caso che stiamo vivendo al di sopra elle nostre possibilità e magari anche del nostro “valore”? L`assistenza  ai derelitti del mondo preferiamo farla facendoli venire qui a svolgere lavori sporchi o insulsi che non ci aggradano, ma ci mettiamo a inveire se qualcuno fornisce loro lavoro nei  loro Paesi. Buonismo interessato, il nostro. Noi siamo i “buana bianghi”, e vogliamo esserlo dal primo padrone all`ultimo operaio.

Di rivedere le nostre pretese e le nostre esigenze non se ne parla nemmeno. Se il lavoro se ne va in Cina perché noi vogliamo troppo, a mantenerci ci penseranno quegli italiani fortunati (o sfortunati?) che il lavoro ce l`hanno ancora e quegli immigrati che si adattano a fare diecimila chilometri per raccogliere pomodori o lavare i cessi. Finché dura…

Fisiognomica

Argomenti vari 1.571 Commenti »

Non so se sia capitato anche a voi di ricavare dall’immagine di una persona un’idea imprecisa che sarebbe successivamente stata definita perfettamente con le parole di qualcun altro.

Io non conosco Oriana Fallaci, o meglio, non sono in grado di esprimere un giudizio su di lei per via del fatto che non leggo ciò che si legge molto, né guardo quello che si guarda troppo.  Credo comunque che abbia avuto un occhio infallibile per quanto riguarda il giudizio che si dà alle persone in base ad una tecnica poco scientifica, parecchio empirica e di solito infallibile,  salvo che per gli “accecati”.

Veniamo al dunque e facciamolo con poche righe tratte dal libro-lettera a Pasolini di Oriana:

V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna.
Ed io mi sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna.

Ora proviamo a tradurre queste parole con una foto della persona a cui si riferiva la scrittrice

pasolini

e proseguiamo con la nostra verifica considerando un’altra descrizione della Fallaci, presa questa volta a pagina 70 de “Intervista a sè stessa”:

Ce n’è un altro che sembra lo scemo del villaggio. Ha una faccia così poco intelligente, poverino, e un labbro così pendulo, che viene voglia di pagargli una plastica

Ecco!

Sono state queste ultime parole lette casualmente su  ”Guerrilla Radio, 21-nov 2005 ” a togliermi quel velo di indefinizione dietro al quale avevo parcheggiato questa immagine

Gasparri

Mi pare non vi sia altro da aggiungere.

Panfresco Brezzafresca



Letti per voi (recensioni a perdere ovvero della pietas)

Argomenti vari 101 Commenti »

In questo week end repubblicano ho letto “odio gli indifferenti” (A. Gramsci, chiarelettere, 2011). Raccolta di pezzi scritti durante il biennio ’17/18 dall’autore che, imboscato grazie al suo fisico segaligno, si baloccava con pippe mentali intorno alla società italiana dell’epoca, mentre i suoi coetanei combattevano (e vincevano) la I guerra mondiale.
Ciò che impressiona maggiormente è constatare l’attualità dei mali italiani denunciati: sembra che quasi cent’anni siano passati invano. L’Italia di inizio secolo scorso era afflitta da una soffocante e ottusa burocrazia, dall’arroganza padronale (della Fiat per es.) che umilia la classe operaia, dal clero che inquina la vita pubblica ed economica con le sue scuole private, da una classe politica inetta e corrotta (terreno fertile per l’avvento del regime fascista). Addirittura la similitudine si spinge sul piano di quello che oggi chiamiamo gossip; le riviste, i libri e letture di allora erano pervase da trame sentimental amorose, oppure da truculente cronache di fatti di sangue. Niente di nuovo dunque sotto il sole.
Resta il dubbio di come sia stato possibile in un paese siffatto il concretizzarsi di una fase storica così speciale, eroica e così ‘poco italiana’ come la Resistenza. Forse la risposta risiede proprio nel seme gettato da intellettuali come Gramsci. Un seme che riesce a germogliare anche nei terreni più aridi e improbabili.
Ciò che può sorprendere nel pensiero di un comunista della primissima ora sono le sue venature liberali (a dispetto della quarta di copertina …). L’accenno compiaciuto alla libertà di parola all’Hyde Park, la difesa dell’indipendenza della magistratura con l’elogio a Ponzio Pilato, l’atteggiamento dialogico in parlamento nei confronti del duce e dei suoi tirapiedi …
Quest’ultimo punto credo meriti una riflessione, anche alla luce del recente ‘cambiamento di vento’ nella politica italiana. Si stanno affermando personalità politiche come Pisapia, Zedda, che sembrano brave persone; e quel che è peggio è che probabilmente lo sono davvero! Passi per un’amministrazione a livello locale, ma a livello nazionale non credo che è di questo che abbiamo bisogno. Per uscire dal pantano, per inaugurare una fase davvero nuova, di trasformazione della società, non abbiamo bisogno di una classe politica very correct, dialogante con duci e ducetti, con toupé o maglioncini blu, perché il caso di Gramsci insegna poi come va a finire. Con certa gente non si dialoga. Occorre prendere coscienza di come stanno le cose a questo mondo, ovvero che esistono oppressi e oppressori. Che ci si schiera per gli uni o per gli altri (e non schierarsi equivale in tutto e per tutto schierarsi per gli oppressori). Che ogni scelta politica comporta un carico di sofferenza umana. Che non esiste un potere buono e pertanto una fase di autentica trasformazione della società richiede una classe politica di farabutti, spietati, canaglie, pronta a decisioni brutali. Servono politici che non si lasciano commuovere dalla sofferenza di chi aveva tutto e poi, una volta privato del superfluo, crede di non avere più nulla. L’unica indifferenza accettabile, anzi auspicabile, sarà quella nei confronti del dolore di chi perde il potere di opprimere. Dolore determinato dall’indifferenza degli ex oppressi.

Cambio al vertice

Argomenti vari 16 Commenti »

Pare che oltre ai tre coordinatori del PDL, lasciati a casa e sostituiti da un unico elemento, sia stato licenziato l’intero staff che cura l’immagine del Premier. Al loro posto è stato incaricato un parrucchiere di tendenza, un po’ comunistico, ma grande esperto di marketing.

Si è già messo all’opera effettuando una prima acconciatura al suo nuovo cliente che pare abbia gradito parecchio la sua nuova immagine da proporre ai suoi estimatori vecchi e nuovi.

comunistico

Testa Nera

BORSA MONDIALE DELL’ACQUA…

Argomenti vari 69 Commenti »

La Nestlè ha lanciato pochi giorni fa in Canada la proposta di creare una “borsa mondiale dell’acqua”, soggetta alle stesse regole della borsa per gli altri prodotti, che consentirebbe quindi a poche multinazionali di avere il controllo completo sull’acqua che finisce sulle nostre tavole, ma anche su quella che esce dal rubinetto, se l’acqua venisse privatizzata.
Nestlè è l’azienda numero uno per il mercato mondiale delle acque minerali, quindi la proposta non è per niente disinteressata…  Sono parte del gruppo Nestlè le seguenti marche:  Aberfoyle, Acqua Panna, Acqua Vera, Al Manhal, Arrowhead, Contrex, Deer Park, Hépar, Ice Mountain, Levissima, Nałęczowianka, Nestlé Aquarel, Nestlé Pure Life, Ozarka, Pejo, Perrier, Poland Spring, Recoaro, Quéza, S.Pellegrino, San Bernardo, Viladrau, Vittel

Se prima avevamo molti buoni motivi per andare a votare il referendum del 12 e 13 giugno per evitare la privatizzazione degli acquedotti adesso ne abbiamo uno in più.

Ovviamente i media non ne parlano…. FACCIAMOLO NOI!

Allego
un paio di link alla notizia.

http://www.ilcambiamento.it/acque/nestle_borsa_acqua.html

http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=10859&IdModule=1

KNOWLEDGE IS POWER
(La conoscenza è potere )

Ciao a tutti!

Marina

Peggio senza cervello o con un Berlusconi dentro?

Argomenti vari 25 Commenti »

Il quesito mi è venuto dopo aver letto ogni cosa riportata sulla scatola di “Omino bianco” poggiata sulla lavatrice a fianco del water.

Mi sono anche chiesto come una lettura così casuale e rilassante possa indurre tali pensieri.

I pensieri vengono a caso, le risposte che essi pretendono sono meno libere.

E ti tocca rispondere se il cervello ce l’hai,  non perché non voti De Magistris.

Meglio senza cervello.

Perché senza cervello è una coscienza che permette tutto e prima o dopo potrebbe anche corrispondere al giusto.

Con Berlusconi mai!

Specie quando finisce e non hai più nessuno che ti detti i desideri, che ti organizzi per soddisfarli, che ti rassicuri che erano sicuramente i tuoi.

E’ finita la carta igienica, me lo segno:

Yogurt, parmigiano, riso, pomodori e carta igienica…

OMINO BIANCO

LO SCIOPERO E’ ANCORA UNO STRUMENTO valido?

Argomenti vari 113 Commenti »
corre corre la locomotiva Francesco Rezzadore

FOTO Francesco Rezzadore

Provo a fare un discorso che può rasentare il qualunquismo e la disconoscenza della realtà. Parlo di sciopero sulla base dai dati che ho visto e letto a partire dalla stampa locale della mia città che credo siano però conformi anche ad altri territori.

Lo sciopero di venerdì scorso, per l’ennesima volta mi è sembrato sia stato un flop. Mascherato o meno. E non parlo delle adesioni in banca. Più in generale. Non si può però domandare di più ad una massa di uomini e donne che aggredita dalle più dure necessità dell’esistenza sceglie di non partecipare, non si può domandare di più di quanto hanno già dato questi lavoratori che questa volta al posto di ritornare al lavoro dopo lo sciopero sono restati al lavoro senza scioperare, tristemente, accoratamente, consapevoli della immediata impossibilità di resistere più oltre o di reagire al padrone o al governo.

Da troppi anni le masse lottano, da troppi anni esse si esauriscono in azioni di dettaglio, sperperando i loro mezzi e le loro energie.Questi scioperi, di questi anni di crisi soprattutto, non sono l’abusare troppo della resistenza e della virtù del sacrificio del “proletariato”? Ciò che doveva avvenire è avvenuto implacabilmente.La classe operaia italiana, il ceto medio aggiungerei in generale, è livellato sotto il rullo compressore della reazione capitalista e finanziaria.

Per quanto tempo?

Questi scioperi, in questi tempi di crisi, hanno la possibilità di incidere nelle scelte?
In Piazza si sono visti nella mai città, ma credo ugualmente altrove, numeri non soddisfacenti. tanto è vero che gli organizzatori hanno dovuto stragonfiarli. 1500/4000

E vedendo le “masse”, si poteva notare, per chi voleva notarlo, in prevalenza molti, tanti pensionati, oltre a molti quadri e funzionari del sindacato e del partito, diversi studenti, certamente un buon gruppo di metalmeccanici, della funzione pubblica, del mondo della scuola e dell’impiego pubblico. Poco più di un migliaio di persone spacciate per il triplo. Non voglio dire che sia una colpa di chi c’era ma non si vedeva forte il mondo del “lavoro”.  Quelli delle imprese, il ceto medio, le masse.
In altre parole,oggi, mi chiedo, lo sciopero – in questa maniera – è ancora uno strumento valido?

Letti per voi (recensioni a perdere ovvero dell’intuito)

Argomenti vari 609 Commenti »

In questo week end radioso ho letto (non è vero: l’ho fatto in orario d’ufficio mentre facevo finta di lavorare) un agile saggio scritto a due mani (A. Pascale e L. Rastello) Democrazia: cosa può fare uno scrittore? BD, 2011.
La prima parte, infarcita di citazioni che vanno da Socrate a Celentano al grande fratello (non quello di Orwell), mi trova concorde circa la critica del ricordo nostalgico, spesso inquinato dallo struggimento superficiale (già stroncato dall’incipit di Aden Arabia: ho avuto vent’anni …). Meno concorde riguardo l’irrisione dell’imminente apocalisse, smentita secondo l’autore dai ripetuti ‘al lupo al lupo’ degli ultimi decenni (per colmo di sfortuna, sua, l’autore perora la causa del nucleare poco prima di Fukushima). Il fatto che non siano ancora avvenuti i flagelli intuiti da certi intellettuali (collassi ambientali, economico-finanziari) non esclude che siano prossimi a verificarsi. Del resto anche i ‘tecnici’ assicurano che prima o poi il Vesuvio si risveglierà (e mi risulta che si sia molto costruito sulle sue pendici) e il Big One si verificherà (e mi risulta che la California ospiti due centrali atomiche). Ancora meno concorde mi vede la tesi che di determinati argomenti siano titolati a discorrere solo gli ‘esperti’ del ramo. Fermo restando un minimo di preparazione, di infarinatura, non possiamo accettare che di nucleare parlino solo gli ingegneri, di aborto e biotestamento solo i medici (o i preti?), di riforma della giustizia solo i giureconsulti, di guerra i militari. D’accordo l’approccio laico, l’approfondimento scientifico, la ricerca di ‘prove’, ma giudico sbagliato rinunciare ad una delle prerogative più preziose degli intellettuali: l’intuito (io so, ma non ho le prove). Quanto alla necessità di disporre di bravi filologi, dipende …. ricordo a Pascale che Alfonso Signorini è filologo. E qui mi riallaccio alla seconda parte, a cura di Rastello, che secondo me centra il problema. L’attività intellettuale, giornalistica, divulgativa non può prescindere dal condizionamento del mercato: pare che in questa società liberale decidano gli inserzionisti cosa va pubblicato. Lo scopo, necessitato, di ogni iniziativa editoriale è di individuare, coltivare e blandire un determinato target.
Occorre capire che l’abuso di retorica, l’induzione alla commozione kitsch a scapito della precisione, della vivisezione, risponde ad un’esigenza di marketing, di segmentazione dei consumatori, gli utilizzatori (o meglio, gli utilizzati) finali.
Sono convinto che compito degli intellettuali in questa fase storica sia, propedeutico ad ogni altro, denunciare sistematicamente (come fanno certi scrittori cattolici che alla fin fine, gira gira, parlano sempre di redenzione) che il capitale si è fatto carne: è dentro di noi. Denunciare che condizione, non sufficiente, ma necessaria per l’affermazione della democrazia è l’espulsione della logica di mercato dall’economia, dall’informazione, dalla cultura, dai nostri corpi e (distorcendo i codici del testo testé recensito con un cedimento alla retorica …) dai nostri cuori e dalle nostre anime.

Kraus Davi

BOMBE ITALIANE SULLA LIBIA – OK DEL PD

Argomenti vari 82 Commenti »

(ANSA) – ROMA, 25 APR – ‘Se verranno confermati i confini della risoluzione Onu 1973, non manchera’ l’assenso del Pd’. La capogruppo Pd al Senato Finocchiaro commenta la svolta della missione italiana in Libia che prevede l’uso di missili su obiettivi mirati. Finocchiaro chiede che il Governo venga al piu’ presto in Parlamento, ma lamenta il fatto che il Pd non sia stato informato prima. ‘L’Italia non vuole sentirsi da meno degli altri Paesi’, aggiunge il ministro La Russa, mentre la Nato plaude alla decisione.

Restiamo umani?

Argomenti vari 1.373 Commenti »

A distanza di giorni, a mente fredda non eccessivamente condizionata da rabbia e dolore, si cerca di dare un senso a quanto avvenuto a Gaza. L’uccisione di un uomo giusto, mite, al servizio degli oppressi è una sconfitta per tutti. Anzi, qualcosa di peggio: è un cattivo presagio. In questi anni viviamo la sensazione di un cambiamento epocale incombente, segnato dal fallimento dell’umanità. Forse quell’utopia è stata uccisa perché non era abbastanza ambiziosa. Parliamoci chiaro: la storia dell’umanità è stata caratterizzata da grandiosi slanci di progresso, ma anche da atrocità inenarrabili, che definire bestialità è un eufemismo. Gli umani si distinguono dalle bestie anche per la loro capacità di provare odio. Non sono zoologo, ma credo di poter affermare che mentre una tigre può amare i suoi cuccioli, un cane amare il suo padrone, nessun animale attacca per odio, ma solo per fame o autodifesa. L’odio è una prerogativa umana. Sono convinto che gli oppressori non si limitano ad opprimere gli oppressi. Li odiano. E li odiano quanto più sono contigui. Senza andare troppo indietro nei secoli, Saddam odiava gli sciiti come Gheddafi odia i cirenaici. Certi manager odiano le manovalanze come certi ‘statisti’ odiano i dipendenti pubblici (per es. magistrati, insegnanti), i nazisti odiano gli ebrei come i sionisti odiano i palestinesi. Questo perché gli uomini di potere non vivono in funzione di se stessi o delle proprie famiglie (che sistematicamente trascurano) ma in funzione degli ‘altri’. Potere e ricchezza sono concetti relativi che per esistere necessitano di termini di paragone. Siamo troppi ingenui per sapere che in definitiva lo scopo della vita dei potenti è di rendere l’erba del proprio giardino sempre più verde di quella del vicino. Siamo troppo ingenui per immaginare quanto ci si possa rompere le palle senza vicini, per es. a bordo di uno yacht, quanta droga e alcol siano necessari per sopportare quelle ore (infatti in quegli ambienti ne scorrono a fiumi). I potenti non sono autentici egoisti che pensano solo a se stessi, anzi pensano costantemente agli ‘altri’. Gli umani, a differenza delle bestie, sono fatti così. Non sono zoologo, ma credo che un branco di scimmie si organizzi con più civiltà di noi, senza alcun bisogno di leggi, di denaro, di dio. Certo, quel branco non è in grado di produrre letteratura, pittura, progresso della tecnica. Forse piuttosto che restare umani abbiamo bisogno di diventare esseri ibridi, che rinunciano al dominio dello stato, del capitale, di ogni chiesa ma non alla letteratura, alla pittura, al progresso della tecnica. Forse non si tratta di restare qualcosa, ma di diventare qualcos’altro.

MIRACULO A MILANO

Argomenti vari 370 Commenti »

Tempo di elezioni a Milano, tempo di dimostrare con il voto la  fiducia per noi che siamo dalla parte della democrazia. Vota per noi,  DALLO VIA!!!

Roberto L’a…ssin.

dallo via

hanno ucciso l’UTOPIA

Argomenti vari 212 Commenti »

Vittorio ArrigoniVIK UTOPIA – è stato giustiziato dai suoi sequestratori, un gruppo salafita attivo nella Striscia di Gaza. Il corpo senza vita del cooperante italiano è stato ritrovato qualche ora dopo l’annuncio del suo rapimento, il primo di uno straniero nella Striscia dopo la presa del controllo del territorio da parte di Hamas nel giugno 2007. Le autorità di Hamas hanno promesso di “consegnare” alla giustizia gli autori di questo “atroce crimine”.

 
Il cadavere del cooperante italiano è stato rinvenuto in un quartiere nordoccidentale della Città di Gaza, rendono noto i servizi di sicurezza di Hamas, che hanno vietato l’accesso ai media. Le forze di sicurezza della Striscia, “dopo aver individuato uno dei membri del gruppo” avrebbero tentato un blitz per liberare l’ostaggio, che invece era già stato giustiziato all’interno del covo dei salafiti. Gli uomini della sicurezza “hanno trovato il corpo dell’ostaggio ucciso già da diverse ore in modo atroce, secondo il rapporto del medico legale”, prosegue il portavoce del ministero degli Interni di Hamas, Ihab al-Ghussein. “I primi elementi raccolti indicano l’intenzione dei rapitori di uccidere, poiché l’ostaggio è stato giustiziato poche ore dopo il sequestro. Il governo condanna questo crimine atroce che non riflette i nostri valori, la nostra religione, i nostri costumi e tradizioni e afferma di voler prendere tutti i membri del gruppo e applicare la legge”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Interni.
Arrigoni era “un attivista per i diritti umani dell’International Solidarity Movement” (Ism), come lui stesso si descriveva nel suo profilo Facebook. Il cooperante, originario di Besana Brianza in Lombardia, viveva a Gaza da circa tre anni. Giornalista freelance e blogger attivo (http://guerrillaradio.iobloggo.com/), con Manifestolibri aveva pubblicato un volume sulla sua esperienza nella Striscia intitolato “Gaza Restiamo Umani”, già tradotto in quattro lingue.
“Vittorio Arrigoni è principalmente un attivista per i diritti umani dell’International Solidarity Movement”: il volontario italiano ucciso a Gaza dai suoi sequestratori si presentava così nella sua pagina Facebook. Arrigoni, 36enne di Besana Brianza, raccontava di vivere a Gaza da circa tre anni. Giornalista freelance e blogger attivo, con Manifestolibri aveva pubblicato un libro sulla sua esperienza nella Striscia intitolatoGaza Restiamo Umani, già tradotto in 4 lingue. Il suo ultimo post risaliva al 13 aprile: “4 lavoratori sono morti ieri notte per via del crollo di uno dei tunnel scavati dai palestinesi sotto il confine di Rafah – si legge nel blog ‘guerrilla radio’ – Tramite i tunnel passano tutti i beni necessari che hanno permesso la sopravvivenza della popolazione di Gaza strangolata da 4 anni dal criminale assedio israeliano. Dai tunnel riescono a entrare nella Striscia beni principali quali alimenti, cemento, bestiame”.
Nell’ultimo periodo Vittorio Arrigoni stava “aiutando a organizzare la partenza di una imbarcazione dall’Italia con aiuti per i palestinesi di Gaza, una ‘Freedom Flotilla’ italiana per rompere l’embargo israeliano”, come ha raccontato all’agenzia Misna una sua amica.

L’evento dell’anno

Argomenti vari 30 Commenti »

BRITAIN-ROYALS-WEDDING

Mi ha colpito la notizia che un evento tanto atteso rischia di essere disturbato da manifestanti che manifestano per futili motivi come guerra e pace. Fanno bene i politici inglesi a impegnarsi affinché un evento di per sè orrifico come delle nozze reali possa essere somministrato al pubblico nella pienezza della sua essenza. Il compito del potere è innanzitutto di tenere a bada quella bestia pericolosa che è il popolo.  Il popolo, il pubblico, come vogliamo chiamarlo? gli spettatori, gli elettori, insomma coloro che detengono la chiave del potere ma non devono assolutamente sapere di detenerla.  Da un lato abbiamo la domanda di un pubblico che chiede di essere intrattenuto. Dall’altro abbiamo l’offerta del potere che tende a sedare il pubblico attraverso la costruzione di ‘eventi’ che tuttavia non devono sfuggire di mano, ma restare inquadrati all’interno di quel rettangolo prestabilito. Che sia lo schermo tv, un campo da tennis, una nave da crociera (forse sto leggendo troppo Wallace in questo periodo). Insomma ogni spettacolo deve restare all’interno dei confini dati, mai sconfinare. Mai decontestualizzare. Mai détournement. Ogni cosa deve restare incasellata, come l’esistenza di ognuno.

Tuttavia rilevo un’arretratezza nella strategia comunicativa delle autorità di Sua Maestà. Scarsa furbizia, inadeguata per cercare e trovare la necessaria sintonia col pubblico. A parte un’esigua parte di spettatori, davvero malati, che si augurano di assistere a una cerimonia che fila via liscia e perfetta, la maggior parte del pubblico apprezza scene alla paperissima, tipo la sposa che inciampa all’ultimo gradino o lo sposo che non trattiene una rumorosa scorreggia mentre pronuncia il fatidico sì.

Ancora una volta vale sottolineare quanto in Italia siamo all’avanguardia in questo campo, con un premier che fra fanfaronate, ciarle e barzellette penose, infila volutamente una figura di merda dietro l’altra per restare in sintonia con il grande pubblico. Concordo con chi dice che la sua parabola ha preso una china patetica. Tuttavia non vedo per lui un tramonto triste e sbiadito come quello destinato ai figuranti della casa del grande fratello una volta famosi e poi costretti a piatire qualche comparsata in discoteche di periferia. Insomma, Berlusconi è Berlusconi e non deluderà il suo pubblico; farà di tutto per evitare una fine anonima. Confido che per farsi notare e restare fino all’ultimo al centro della scena vorrà prodursi in evoluzioni sempre più ardite e spericolate, alla Taricone insomma.

Verso l’assemblea …

Argomenti vari 70 Commenti »

graf

A chiacchiere stiamo a zero. Ciò che fa il management di un grande gruppo non si misura a chiacchiere, ma coi fatti. I fatti sono inoppugnabili, non si piegano alla retorica dei bei discorsi, delle belle parole, delle buone intenzioni.

Determinati atteggiamenti, prese di posizioni, provvedimenti possono apparire sgradevoli e ingiustificati agli occhi dei profani; prestarsi a critiche superficiali e pretestuose. Piazzare persone in ruoli di responsabilità senza che abbiano maturato adeguata esperienza o ancora dimostrato congrue capacità non deve essere visto con sospetto: il management sa ciò che fa.

Martellare con telefonate e mail di pressioni commerciali, intimidire il personale durante le riunioni, minacciare trasferimenti in sedi disagiate per stimolare la proattività commerciale: tutto ciò è giusto, è finalizzato allo scopo. Sfornare prodotti finanziari così appetibili che la clientela accorre in filiale per sottoscriverli senza aver certo bisogno di essere sollecitata a farlo, è prassi quotidiana. Seguire bovinamente le direttive dei capi, anche se non le si condivide, è sacrosanto, nostro dovere e fonte di salvezza. Implementare procedure informatiche farraginose e malfatte che rallentano l’operatività, con per soprammercato mancato ricambio di macchinari obsoleti (vedi stampanti pr50) non deve suscitare malumore fra le truppe. Meno che mai quest’ultime devono azzardarsi a manifestare il loro scontento per iscritto su un’inopportuna piattaforma come un forum aziendale. Meno ancora che mai le truppe dovrebbero lamentare la scomparsa di una liberalità come la gratificazione per la Befana destinata ai bambini dei dipendenti o l’imposizione della timbratura all’ingresso ma non all’uscita. In questo caso la giusta soluzione, come in Iran o in Cina, è la soppressione, senza preavviso, dalla sera alla mattina, di quella piattaforma potenzialmente sovversiva, in modo che poi nessuno si lamenta più perché non ci si può più lamentare. Commissionare a una società esterna, pagandola bene of course, un’indagine per cercare di sapere com’è il clima aziendale, insomma se il personale è contento, è cosa buona e giusta.

E’ sbagliato andare a sfrucugliare fra compensi, premi, bonus dei dirigenti per poi arricciare il naso. Se essi sono pagati bene significa che lavorano bene.

In definitiva, ciò che si fa viene fatto per il bene dell’Azienda, per conseguire quella mission che si sostanzia nel creare valore per gli azionisti. A chiacchiere stiamo a zero e il lavoro di chi dirige un grande gruppo quotato in borsa si valuta per la soddisfazione che dà al mercato. Se gli azionisti sono contenti, se il titolo sale, significa che si è lavorato bene. E’ questo il bello del mercato: zittisce i chiacchieroni.

TU CHIAMALE SE VUOI ….EMOZIONI

Argomenti vari 35 Commenti »

Ho visto cose che voi umani potete solo immaginarvi.
Ho visto ragionieri di mezz’età, giocare con i coriandoli e piangere come bambini, ho visto
bambini entusiasti mescolarsi ad una festa “da grandi, ho visto una Società Sportiva seria ed oculata, gestire un grande GRUPPO.
ho visto 13 belle ragazze, farsi il mazzo giorno dopo giorno, due volte al giorno in palestra, e giungere alla meritata fama, senza scendere a compromessi e senza “darla via”; ho visto un giovane uomo, “insignificante” e depresso, diventare un leader; ho visto una squadra, “polverizzare” ogni record sportivo e vincere, un campionato con ben 4 partite di anticipo; ho visto lacrime, sorrisi, abbracci, baci, bottiglie di spumante versate e bevute; ho visto i sacrifici e l’impegno, profusi dalle mie amiche che piano piano, partita dopo partita, componevano il puzzle della vittoria; ho visto una città intera, pulsare come un unico grande cuore alla ricerca del successo; ho visto il successo, una volta tanto, premiare chi se lo merita e non chi fa vedere il culo e le tette; ho visto belle ragazze piangere di gioia, ebbre di vino e di adrenalina; in una sola parola… Ho vissuto la festa promozione del CARIPARMA SIGRADE VOLLEY.
Lo so cari colleghi che non vi interessa, ma sono ancora talmente vive l tante emozioni che ho vissuto domenica che non posso non testimoniarle anche a voi. Eppoi è un mondo così leale, sincero, pulito, umano, che credo faccia bene un po’ anche a voi leggerne le emozioni salienti.
La più bella delle quali, gli occhi lucidi della mia amica ANNA GRIZZO, di cui vi allego una foto con il sottoscritto, scattata subito dopo l’assedio di alcune piccole fans bramose di un autografo e lei che emozionata, perchè militata fino a 3 anni fa in B1, anno scorso riserva a Pavia e quest’anno un po’ meno riserva qua a Parma, non se la filava nessuno, mi rivela la sua stupita e dolce emozione nell’essere additata da quelle bambine come un’eroina da imitare!
Ciao a tutti.

GHEDDAFI E I SOLDI DELLA LEGA. ALLA LEGA

Argomenti vari 34 Commenti »
 

da Cado in piedi

I SOLDI DI GHEDDAFI E LA LEGA 

 

di Luigi Grimaldi – 27 Marzo 2011

Oggi Bossi prende le distanze dal colonnello libico. Ma alcune inchieste non lasciano dubbi. La Lega gli chiese aiuto per la secessione, per sgretolare l’unità d’Italia

La Lega Nord ha chiesto l’aiuto di Gheddafi per finanziare la secessione. Il caso è scoppiato dopo che, durante un’intervista rilasciata dal colonnello ad una Tv francese, era emerso che fra Gheddafi e Bossi sarebbe intercorsa una trattativa per un aiuto a sostegno della secessione della Padania dal resto dell’Italia: «Mi chiese soldi per finanziare la secessione della Padania». Ma Umberto Bossi, lo scorso 9 marzo, ha affermato che la Lega Nord non ha mai ricevuto aiuti da parte di Gheddafi, sia sotto forma di armi sia di altro per la secessione e ha smentito subito tutto, dicendo che le armi si fabbricano in Lombardia. Strana smentita.

Peccato per lui che già negli anni ’90 i carabinieri avessero già scoperto tutto. Secondo le risultanze istruttorie dell’inchiesta “Cheque to Cheque”, della Procura di Torre Annunziata, risalente alla fine degli anni ’90, è stato attivato un canale di finanziamento della Lega che, passando dalla Libia alla Russia, e dalla Russia alla Slovenia, finiva proprio in casseforti padane.

Secondo quanto ricostruito dai carabinieri il sostenitore di un progetto mirante alla frantumazione del vecchio continente in miriadi di piccoli staterelli locali, nati da spinte nazionaliste o da spinte autonomistiche, sarebbe stato tra gli altri il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovskji. Numerosi testimoni provenienti dalla ex Jugoslavia hanno rilasciato testimonianze che garantiscono «in maniera indiscutibile l’autenticità del giro d’affari tra un certo Nicholas Oman (trafficante d’armi e nazionalista sloveno nda ) e Zhirinovskji». 

I carabieri danno poi conto anche di documenti riservati che hanno confermato l’esistenza, nei programmi di Zhirinovskji, di un progetto. Quale? Quello di «favorire ovunque movimenti nazionalisti e autonomisti, indipendentemente dal loro orientamento ufficiale filo o anti-russo, in modo da accelerare processi disgregativi che, in qualche modo, avrebbero favorito poi nuove forme di aggregazione».?Ed ecco il punto: «Il Colonnello Gheddafi risulta essere stato tra i principali sponsorizzatori e promotori delle campagne e dell’ascesa politica dello stesso Vladimir Zhirinovskji» hanno scritto i carabinieri di “Cheque to Cheque”. In sentesi, secondo le indagini dei Carabinieri il Colonnello Gheddafi, per il tramite del nazionalista russo e dei nazionalisti sloveni avrebbe concesso, di fatto gratuitamente, sostegno a «gruppi a carattere secessionista e indipendentista che operano nel nostro Paese».

Ora il fatto interessante è che dalle indagini di “Cheque to Cheque” sono emersi, scrivono gli investigatori, «numerosi riscontri che legavano alcune parti del movimento di Bossi proprio ai nazionalisti sloveni. Questi ultimi erano, del resto, come si è visto attraverso la figura di Oman, strettamente legati a Vladimir Zhirinovskji e ai nazionalisti russi», un circuito finanziato con i “dinari” di Gheddafi. Il leader nazionlista russo dal canto suo ha sempre perorato la causa della lega e dell’indipendenza padana al punto che Roberto Maroni, all’epoca capo del governo padano, l’aveva invitato “come osservatore internazionale” alle elezioni “padane” del 26 ottobre 1997 per il primo parlamento della Padania. Perché? Perché “le affermazioni di Zhirinovski – ha detto Maroni – sono importanti. Finalmente, la comunità internazionale si è accorta che esiste la Padania e questo non può che confortarci e farci continuare con determinazione lungo la strada intrapresa”.

Oggi Bossi smentisce tutto e cerca di prendere le distanze da Gheddafi mentre il segretario del Partito Nazional democratico russo, Vladimir Zhirinovsky, offre ospitalità e rifugio a Mosca al leader libico Muammar Gheddafi. Nonostante tutto ciò e la stampa italiana, invece di gettarsi sulle tracce di Cheque to Cheque attenendosi alla verifica delle parole di Gheddafi, spettegola di una delegazione di camicie verdi, da barzelletta, che negli anni novanta fu spedita in Libia a caccia di finanziamenti per acquistare il quotidiano milanese “Il Giorno” chiedendo al Colonnello libico la bellezza di 300 miliardi di lire in cambio dell’appoggio leghista contro l’embargo della Libia. In sostanza a fronte del fatto che un partito rappresentato in parlamento e nel governo abbia chiesto finanziamenti ad uno stato estero per sgretolare l’unità nazionale (in favore di potenzialmente devastanti interessi stranieri), molti si sono attivati per ridimensionare il caso, gravissimo se vero, relegandolo alla richiesta di un semplice finanziamento per un investimento in campo editoriale. Dalla magistratura nessuna iniziativa. E tutto finisce qui. Siamo un ben strano Paese.

MA NOOO MA DAI MA SCANTATEVIIIIIII!

Argomenti vari 954 Commenti »

” Vip, Nobili ed Imprenditori, truffati per milioni di Euro,
da falsi Broker che promettevano guadagni oltre al 10%!”
Questa la notizia che correva veloce in rete e nelle televisioni ieri sera.
Ora: sorvolando sulla cupidigia di gente come MASSIMO RANIERI o SAMANTHA DE GRENET ed altri che di soldi già ne hanno una o due carrettate e ne vogliono ancora di più al punto da abboccare come delle trote stupide a cercte esche.
Com’è possibile, mi chiedo io che un Broker, finto o vero che sia, riesca a mettere in piedi una truffa di questo genere?
Com’è possibile che dopo i vari Crack PARMALAT, ARGENTINA, CIRIO eccetera, ci sia ancora gente che crede al 10% di rendimento???? Ma allora se la vanno a cercare l’inculata???
Domani provo a promettere la Luna in cambio di 5000 Euro, magari qualche tonto lo trovo anche io!

FIDARSI E’ BENE, NON FIDARSI E’ MEGLIO

Argomenti vari 954 Commenti »

Murales

O fidati di me, se preferite.  In questo caso, però, il culo mettetecelo voi.

(Vecchio proverbio libico)

L’ITALIA HA 150 ANNI, IO NEANCHE 2

Argomenti vari 77 Commenti »

piccolo italiano

SCUSATE IL RITARDO.

AVETE AVANZATO QUALCOSA?

UNA LIMONATA, UNA FETTA DI FUTURO…

NIENTE?

E ALLORA, CHE FESTA E’ !

Pier Paolo

SOPRATTUTTO PER CRISTINA E MARINA: NON SOLO RUBY

Argomenti vari 158 Commenti »

Meno male che in questo rutilare di “ragazze Bunga
Bunga”, la dignità femminile cui teniamo tanto (mi ci metto anch’io anche se appartengo al sesso opposto) viene elevata nontanto dalle manifestazioni di piazza o dalle dichiarazioni di Emma Marrone, bensì da esempi più costruttivi di impegno, lavoro senza scorciatoie, professionalità e sudore; cui sempre di più, le adolescenti di oggi dovrebbero secondo me ispirarsi, sostituendole alle varie Belen e divette varie dell’effimero.
Come forse già vi ho detto, nel tempo libero, collaboro con un sito specializzato sulla pallavolo (ilnostrovolley.eu) ed è mia intenzione pubblicarvi una serie di interviste alle mie atletiche e VINCENTI amiche, autrici di un Campionato strepitoso, condotto con la forza del gruppo, dell’impegno e del talento, senza ricorrere a “scorciatoie” o compromessi vari.
Non delle “cesse” che nessuno si prenderebbe insomma, ma delle ragazze belle, a tratti molto belle che potrebbero tranquillamente fare tutto quello che fanno le varie “stelline” che gravitano in TV; ma che hanno invece scelto la via del LAVORO, dell’ IMPEGNO e del SUDORE; pur non rinunciando agli svaghi dei 20enni.
L’idea, condivisa anche dal mio CapoRedattore, di dare più visibilità a QUESTO tipo di ragazze, piuttosto che alle solite “sculettatrici”, mi è venuta, leggendo su SPORTWEEK una intervista a MARTA BECHIS, giovane promessa del nostro volley, già assurta alla Nazionale maggiore.
Per chi non la conoscesse, Marta che ho avuto il piacere di conoscere e che annovero tra le mie amicizie su FB, è
una bella moretta di 21 anni, con il fisico atletico di chi ha scelto la sua professione, l’educazione tipica di una famiglia seria e le idee ben chiare in testa.
Regista della ASYSTEL NOVARA, oltre a condurre attualmente un buon Campionato di A1, Marta è stata tra le comparse/giocatrici del film “Maschi contro femmine” e vista lasua avvenenza, nessuno si sarebbe stupito se a seguito di quella sua partecipazione, qualcuno l’avesse notata, catapultandola nel mondo dello spettacolo e del Gossip
come successoinvece a VERONICA ANGELONI complice un’uscita con un noto calciatore.
Invece, la nostra, continua a distinguersi in campo
e ad una domanda specifica risponde NON SONO CASTA E PURA, HO AVUTO MENO DI 10 RAGAZZI ED ATTUALMENTE SONO SINGLE!
Interrogata poi specificatamente sui vari binomi che vogliono le belle ragazze accompaagnate a calciatori od a personaggi del mondo dello spettacolo più o meno discutibili, la bella Marta ha risposto NON MI INTERESSA LEGARMI A PERSONAGGI FAMOSI PER AVERE VIIBILITA’; IL MIO SUCCESSO ME LO DEVO COSTRUIRE IO IN PALESTRA, GIORNO DOPO GIORNO!
Questo, cari miei è un esempio di dignità femminile; questo, i Media dovrebbero rendere noto!

NUCLEARE SI O NUCLEARE NO?

Argomenti vari 183 Commenti »

Quello che mi chiederei per rispondere a questa domanda è:

 

Ai giapponesi sopravissuti alla devastazione del terremoto, che ora si trovano a dover affrontare l’apocalittica situazione di una centrale nucleare fuori controllo (forse non solo loro), avevano detto che le centrali atomiche sono sicure oppure no?

 

E a noi, in Italia,  cosa ci dicono i “nuclearisti”?  Che non sono sicure?  Che c’è il rischio che qualcosa di non previsto possa sfuggire al nostro controllo e che anche noi potremmo assaggiare il gusto del plutonio, dell’uranio o dello stronzio?

O ci dicono che un Gheddafi di turno, perso per perso, potrebbe decidere di bombardare una nostra centrale (eventualmente le costruissimo), così, per farci male senza bisogno di avere l’atomica che tanto si possono usare quelle degli altri a casa loro…

 

No,  non ce lo dicono, ma noi che sentiamo bene ciò che non si dice  la risposta l’abbiamo già data e la ribadiremo:

 

NO

Letti per voi (recensioni a perdere)

Argomenti vari 62 Commenti »

In questo week end piovoso ho concluso (per la serie estiqaasti) la lettura di Assalto a un tempo devastato e vile (G. Genna, minimum fax, versione 3.0). Lunghissima, a tratti interminabile sequela di pipponi mentali di questo autore cult che considera, egli stesso, questo testo la sua opera cult, scritta a fine anni ’90 e via via assemblata con aggiornamenti fino al 2009.
Dal punto di vista formale, la prosa e la poetica di Genna sono di quelle irritanti, nel senso che ti fanno pensare “io non riuscirò mai a scrivere così”. Salvo esagerare con i periodi involuti, caleidoscopici, lambiccati come quando leopardeggia (fa il verso a Leopardi) macerandosi nell’amore non corrisposto della sua Silvia: Maura. Lì si toccano vette che sconfinano nello stucchevole e ti fanno pensare “meno male che non scriverò mai così ..”
Dal punto di vista sostanziale credo di ravvisare il tema dominante nel dolore. Il dolore impregna ogni riga delle oltre trecento pagine dove non scorgo, forse perché ben nascosta, ma più probabilmente proprio non c’è, alcuna traccia di ironia. Il dolore dipinto sui volti dei parenti, tutti di estrazione propriamente proletaria, il dolore fisico delle malattie, e delle cure, fino al dolore non fisico che attanaglia ogni genio come Genna (anche qui senza ironia) quando inevitabilmente prende coscienza di come stanno le cose (come stanno assaggiando i giapponesi: siamo briciole sulla tavola dell’universo che può essere sparecchiata da un secondo all’altro).
Numerose le citazioni tratte da testi situazionisti, riconoscibili dai brani in corsivo, ma anche sparse qua e là nel testo in corpo standard, quasi che fosse farina del suo sacco, ma niente di male: il plagio è necessario, il progresso lo implica. Qualche scadimento del manicheismo e nel pregiudizio: i bancari non sono tutti come l’impiegata descritta e le spese di gestione di un c/c raramente stracciano la cifra di truffe telematiche. Qualche azzeccata intuizione come l’esegesi di quel passo evangelico dove quel tale che la sapeva lunga intima di spazzare via i mercanti dal tempio, poiché il mercato è il virus inoculato nei nostri corpi; e il tempio è il corpo. Tornando al tema del dolore, si diceva che esso è inevitabile allorquando ci si imbatte nella verità. Che non è : non c’è niente da fare. Ma piuttosto: c’è molto, tutto da fare. Una simile consapevolezza può risultare schiacciante. Può condurre alla end zone, come si evince dalla analoga sorte toccata a geni citati nel testo (Debord, Deleuze, Wallace) ai quali aggiungo gli sconosciuti Cesarano, Ginosa, gente che sedeva ‘alla sinistra’ di Debord, suicidatisi ancora più giovani di lui, situazionisti sconfinati nel comontismo. Tuttavia vorrei ricordare a Genna e a quelli come lui, come me, che il Traité insegna che nella vita non si raccolgono solo pietre nere, e la rivoluzione può scaturire se ci interpelliamo (anche) circa le pietre bianche; e che Vaneigem non era, non è meno genio e situazionista dei succitati, ma è un settantasettenne che ancora vive, legge, scrive e lotta insieme a noi.

Kraus Davi

YARA: SECONDO ME SIAMO FUORI STRADA….

Argomenti vari 333 Commenti »

….Avranno anche isolato due DNA estranei alla ragazzina pare uno femminile ed uno maschile prò, fermo restando che senza un vero e proprio registro Nazionale, come avviene ad esempio con le impronte digitali, nonti servono a niente, a meno che tu non obblighi tutti gli abitanti di quella zona a darti un campione o che tu non abbia un “fattore C” tale che appartenga proprio ad una di quelle 10/15 persone cui hai già messo gli occhi addosso.
No, quello che mi fa pensare ad un errore, è questo “fossilizzarsi” sulla violenza sessuale.
Ma scusate: i vestiti della bambinai, non recavano lacerazioni conformi con le ferite da arma da taglio sul corpo
della piccola. Questo farebbe pensare che le ferite da coltello le siano state inferte da spogliata poi, SUCCESSIVAMENTE rivestita. Non vogglio insegnare il lavoro a nessuno ma è un po’ strano come “modus operandi” per uno stupratore; specie se ha agito d’impulso; avrebbe lasciato il piccolo cadavere lì com’era, che senso aveva rivestirlo?
No io sarei più propenso ad un rituale, cui magari si è sottoposta dietro le pressioni di qualche amica (la famosa donna che stanno cercando) poi, pentitasi, e rimessasi i vestiti, magari dolorante per le incisioni subite dalle lame (che potrebbero essere di due tipi, guarda caso proprio come in certi rituali), la piccola potrebbe aver manifestato delle perplessità e magaril’intenzine di rivelare la cosa ai genitori per fugare le sue insicurezze di adolescente; facendo così “scattare” la molla nel suo omicida.
Voi che cosa ne pensate?
Io mi auguro che il dramma, si risolva presto e che il responsabile od i responsabili, vengano duramente condannati.
Purtroppo in Italia la pena di morte non c’è altrimenti….
Certo, a fronte della spensieratezza in cui vivevamo, questo dramma ci ha detto chiaramente ATTENTI, CHE IL MALE E’ DOVUNQUE E PUO’ COLPIRE CHIUNQUE NEL MODO PIU’ EFFERRATO. Secondo qualcuno è sbagliato terrorizzare i ragazzi, tenendoli in casa o proibendo loro di uscire la sera.
Personalmente credo che bisognerebbe fornire loro i mezzi per difendersi, non delle paure di cui essere terrorizzati.
Certo è che l’altro giorno, ho fatto una sorpresa alla mia nipotina, andandola a prendere a scuola ed anticipando di un centinaio di metri mia sorella e, fino a quando lei non mi ha raggiunto, sentivo palpabili gli sguardi delle altre mamme/nonne/sorelle/maestre!

SE FOSSE VERO

Argomenti vari 677 Commenti »

Se fosse vero che il nostro Primo Ministro avesse telefonato di notte in questura per far rilasciare in qualche modo una ragazza accusata di un furto, nonostante il suo più totale disinteresse per quella ragazza, solo per sincera generosità,

se fosse vero che una giovane donna condotta in questura per aver rubato un paio di magliette in un negozio fosse stata stuprata in cella da tre carabinieri ed un vigile urbano, senza che nessuno telefonasse,

se fosse stato vero che in campagna elettorale non si parlava d’altro che delle violenze alle nostre donne compiute da extracomunitari e del bisogno di sicurezza per difenderci,

se fosse vero che una delle nostre donne fosse stata stuprata sotto anestesia prima di un intervento clinico da un infermiere non extracomunitario, nonostante tutta questa sicurezza, nonostante tutte queste ronde padane,

se fosse vero che nonostante il magnifico muro, l’insuperabile muro messo in piedi fra noi e i barbari, fa noi e la nostra intelligenza, migliaia di disperati raggiungono comunque e raggiungeranno sempre più le nostre coste da fiaba, come in una fiaba, mentre la nostra intelligenza rimane ostinatamente oltre il muro che ci tiene dalla parte opposta,

se fosse vero che non è cambiato niente, che niente cambierà nonostante si cambi colore alle nostre sciarpe o alle nostre cravatte,

se fosse vero,

se solo fosse vero…

speriamo che l’Africa intera approdi in Italia.

FRANCESCO L’AFRICANO

FESTA DELLA DONNA CUI PRODEST 2

Argomenti vari 120 Commenti »

Ebbene si…
anche io ho ceduto al consumismo di questa ricorrenza assurda.
Dopo che per tutta la mattina, le nostre 4 colleghe donne ci hanno FATTO NA CAPA TANTA, trovato qui fuori un banchetto dell’AIRC, ho comprato 4 mazzetti di mimose!

FESTA DELLA DONNA QUI PRODEST???

Argomenti vari 138 Commenti »

A parte che in pochissimi ricordano in quale tragica circostanza, datata 8 marzo, nasce questa ricorrenza, lasciando il posto ad un inutile rutilare di fiori, cioccolatini e mimose.
Comunque sia, TANTI AUGURI A TUTTE LE DONNE, “ANGELI DEL FOCOLARE” O “VIRAGO” che siano (io prsonalmente preferisco le prime ma visto che siamo in democrazia, il fatto che ci siano le seconde è una loro scelta) e comunque ALTRA META’ DEL NOSTRO CIELO! che magari andrebbero festeggiate anche il resto dell’anno e non in un giorno solo!
Personalmente, senza false ipocrisie, mi sento a posto con la coscienza visto che anche durante l’anno, alle colleghe pretenziose che oggi mi rinfacciano di NON aver portato loro loro la mimosa, un cioccolatino, od un caffè ogni tanto, non li faccio mancare indi….

BUON 8 MARZO

Argomenti vari 682 Commenti »

Buon 8 marzo, Tutti i giorni.

Tutti i giorni perché se potesse la neve scaldare i corpi, se potesse l’alba annunciare la sera, se potesse la rosa cambiare colore e da rossa diventare trasparente, se potesse il sole invertire il suo tragitto e far di mattino notte, allora si anch’io per tutta la superficie e la massa del mio cuore, tra l’aorta e i pensieri, potrei dimenticarti e tornare all’inganno dei desideri ordinari.

Tu, gemma di sogno, sei splendida,
meravigliosa amica mia.

Ti scrivo oggi gli auguri più sentiti solo per anticipare
chi, domani, avrà la fortuna ed il dono di uscire indenne
dal naufragio dei tuoi occhi e con mani forti e musica
di primavera, di vento e parole appena sussurrate, scivolerà
sulle tue labbra, come onda nei reciproci tumultuosi cuori.

Rubandoti di persona.

Buon 8 marzo, gemma di sogno, splendida, meravigliosa,
Amica mia.

Ti voglio bene

YUNUS CHI ERA COSTUI?

Argomenti vari 800 Commenti »

IL CASO
Licenziato dalla Grameen Bank
il premio Nobel Muhammad Yunus
Il pioniere del microcredito, accusato dal governo di evasione fiscale, è stato esautorato con effetto immediato dalla banca fondata da lui nel 1976

Licenziato dalla Grameen Bank il premio Nobel Muhammad Yunus Muhammad Yunus
DACCA – Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace e pioniere della microfinanza, è stato estromesso con effetto immediato dalla Grameen Bank, da lui fondata nel 1976. Lo ha reso noto il presidente della banca Muzammel Huq. “La banca centrale del Bangladesh ha sollevato Yunus dal suo incarico di amministratore delegato di Grameen Bank con effetto immediato”, ha dichiarato Hud.

Yunus, 70 anni, è finito nel mirino del governo che lo accusa di evasione fiscale 1. Ma l’ostilità dell’esecutivo nei suoi confronti sembra risalire al 2007, quando a seguito di un golpe militare il banchiere manifestò l’idea di creare un suo movimento politico. I leader politici e la maggioranza della premier Sheikh Hasina Wajed non gliel’hanno perdonata, secondo alcune ricostruzioni di stampa, considerandolo un rivale nella contesa del potere. Più di recente hanno potuto trovare spunti per la loro campagna contro Yunus in un reportage di una tv norvegese che esprimeva giudizi scettici sul microcredito, anche tornando su alcune controversie di vecchia data – poi chiarite – che il Nobel ebbe con Oslo in merito ad alcuni finanziamenti europei alla Grameen Bank.

Lo scorso gennaio il banchiere era comparso davanti a un tribunale per una questione di presunta diffamazione risalente al 2007. In precedenza il governo del Bangladesh aveva avviato un’indagine sulle sue attività accusandolo di “succhiare il sangue ai poveri”.
Accuse però ritenute “ingiuste” da un eminente economista del Paese, Zillur Rahman, citato di recente dal Financial Times, secondo cui in realtà dietro alla vicenda si nasconde una politica che vuole prendere il controllo del settore creditizio ai poveri. La Grameen Bank conta microprestiti per 955 milioni di dollari complessivi a circa otto milioni di poveri, nella maggioranza dei casi donne.

(02 marzo 2011)

Outing

Argomenti vari 53 Commenti »

Mi drogo.

Francesco Rezzadore

P.S.

Ho cominciato da qualche ora dopo aver ascoltato il Sottosegretario Giovanardi alla radio: Davvero stupefacente!

LIBIA O NAMIBIA…

Argomenti vari 1.578 Commenti »

Oggi, 23/02/2011 poche ore fa.

«Prendiamo atto con grande piacere che il vento della democrazia é soffiato in Libiai; tanti giovani vogliono entrare nella modernità e armati del loro coraggio e di internet hanno dato via ai sommovimenti.»

Silvio B.

Noi invece prendiamo atto che chi si è compromesso in maniera ridicola con un despota schizofrenico non ha fatto altro che recare un danno irreversibile al paese che governa. Ieri a Malta dissidenti libici hanno bruciato la bandiera italiana, gli stessi che, se riusciranno a destituire il Rais e prenderne il posto,  guarderanno all’Italia con  “iimmutata simpatia”.

Prendiamo inoltre atto del surreale pragmatismo (Libia o Namibia  la sinistra ha solo invidia) con il quale si pretende di gestire le politiche internazionali.

Complimenti.

Ex banana

LIBIA = SPAGNA

Argomenti vari 132 Commenti »

 

Maggio 2009

«Io in Libia ci sono stato mezza giornata soltanto l’altro giorno – ha affermato La Russa – e ho visto un Paese assolutamente civile, di livello più avanzato rispetto a molti Paesi africani. Io se fossi uno che ha il diritto di chiedere l’asilo, credo che in Libia mi troverei in una condizione non molto diversa di tanti altri Paesi europei. Mi sentirei meno garantito che in Italia, ma ugualmente garantito forse come se fossi in Spagna»

Ho ascoltato queste parole alla radio tornando dal lavoro: Radio 24 “La Zanzara” . Potete riascoltarle in podcast all’inizio della trasmissione, oppure ascoltare e vedere qui:

http://video.corriere.it/quando-russa-diceva-la-libia-come-spagna/0b245b00-3ea0-11e0-a025-f4888ad76c86

La prima cosa che mi è venuta in mente è stata la precisa definizione che in due parole ha dato il Cardinale Bagnasco dello stato delle cose in Italia: “DISATRO ANTROPOLOGICO”.

Indipendentemente dalla persona che tale definizione ha utilizzato e dalla posizione che ricopre e indipendentemente dal contesto e dal riferimento, mi pare che niente di più esatto si possa dire per fotografare la situazione italiana.

Se le parole avessero ancora un senso in questo paese sbranato, se la dignità avesse dimora in questo paese stuprato, se la vergogna non fosse svanita in questo paese offeso e ferito, se, appunto, il DISASTRO ANTROPOLOGICO non si fosse compiuto in questo paese perduto, non vedo come si potrebbe accettare una simile ipocrisia e presa per il culo.

Come si può accettare in nome del business qualsiasi compromesso, baciare mani assassine, inginocchiarsi di fronte a cotanta merda constringendosi ciechi?

A quando la festa per il primo anniversario del trattato Italia-Cartello di Medellin?

Più coca meno suv.

Francesco

 

 

GEMELLINE SCOMPARSE…perchè i padri separati devono condividere SOLO le responsabilità ed il mantenimento???

Argomenti vari 30 Commenti »

Mi sono sempre chiesto, da esperto “giallista” se quella di Mathias Sheps non fosse una VENDETTA nei confronti della moglie, vendetta che consisterebbe quindi nel farle creder alla morte delle sue piccole fanciulle, mentre queste invece sono ancora vive. Ancora oggi non mi sento di escludere che il padre, abbia affidato le due bimbe alle cure di qualcuno, magari della fantomatica donna che compare con lui in alcune foto. Magari questa era talmente innamorata del padre suicida o talmente morbosamente vogliosa di tenere le bambine per sè, da ignorare il rischio di essere accusata di rapimento..
Al giorno d’oggi, tutto è possibile.
No quello che mi premeva, era di analizzare, come faccio nel la stesura dei miei racconti, la personalità di questo padre cativo che magari, se le bambine fossero come spero ancora vive, visto sotto una certa luce, così cattivo non era.
Mettiamoci per un attimo nei panni di un giovane padre, che adora le sue bambine e che di punto in bianco, se le vede sottratte dalla donna che amava e con la quale le ha concepite.
Non voglio dilungarmi in voli pindarici ed opinioni personali, ma vi riporto il parere postato stamani su Facebook da unmio amiico che ha vissuto e sta ancora vivendo, la stessa situazione di Matthias e che scrive:” LA NEGAZIONE DEL RUOLO GENITORIALE IN SEDE GIUDIZIARIA E’ LA PRINCIPALE CAUSA DEI TRAGICI FATTI CHE RIGUARDANO LE SEPARAZIONI. . Nessuno giustifica nessuno, ; si tratta solo di capire una volta per tutte che le leggi che in Italia regolano la cosa, vanno rivedute e corrette. Se si vuol fare finta di niente invece si tenga almeno conto che LA NEGAZIONE DEL RUOLO GENITORIALE è un evento traumatico e che ignorandolo non si eviteranno eventuali futuri drammi.”
Ci agiungo di mio che questo mio amico è stato quasi ridotto sul lastrico dalle continue pretese della ex moglie e dal suo usare le visite ai figli come armi di ricatto.
Meditate gente… meditate!

EMERGENZA LAMPEDUSA – Qui Prodest?

Argomenti vari 752 Commenti »

Continuano gli sbarchi di clandestini sulle coste dell’isola siciliana.
Il ministro degli interni tuona che SE L’EUROPA NON CI AIUTERA’ APPLICHEREMO LE NOSTRE LEGGI SUL RIMPATRIO.
Al settimanale “Terra”, gli abitanti di Lampedusa mettono una grossa “pulce nell’orecchio” facendo notare come tra gli immigrati arrivati non vi siano al contrario delle altre volte, donne e bambini e come, viceversa, tutti coloro che sono arrivati con questa “ondata”, siano quasi tutti giovani uomini, vestiti bene, con il cellulare e per nulla o quasi deperiti dal viaggio d una giovane donna incontrata in tabaccheria, che spiegazione mi trova?
La vecchia teoria Freudiana dell’”invidia del pene” secondo la quale quindi, il razzismo anti-sbarco ha una matrice prettamente maschile perchè gli immigrati dal nord africa hanno grossi membri (con tasnto di gesto esplicativo) che alle donne italiane possono solo fare piacere!!!!
A voi ogni commento, divertitevi

Colpa della magistratura o della sfera di cristallo?

Argomenti vari 193 Commenti »

«Chi non capisce» che l’amicizia fra Libia e Italia è «a vantaggio di tutti, appartiene al passato ed è prigioniero di schemi superati, noi invece vogliamo guardare al futuro»

Silvio B.

——-

Dai libri di storia…..

http://foto.ilsole24ore.com/SoleOnLine5/Notizie/Italia/2010/le-hostess-di-gheddafi/le-hostess-di-gheddafi_fotogallery.php

….per chi ha poca memoria e fede incrollabile nel miglior capo di governo del mondo.

iniziative di solidarieta’ promosse dal settore del credito

Argomenti vari 41 Commenti »

a chi fosse sfuggito, sul portale aziendale in basso a destra e’ uscita questa comunicazione:

Iniziative di solidarieta’ promosse dal settore del Credito – Contributo annuale
Le Organizzazioni Sindacali e l’Associazione Bancaria Italiana attraverso il Fondo nazionale del settore Credito per Progetti di Solidarietà (Fondo Prosolidar), da tempo realizzano importanti interventi umanitari, visionabili liberamente accedendo al sito www.prosolidar.eu.

 

Il finanziamento delle iniziative solidali avviene, in applicazione di quanto previsto nell’appendice 7 al CCNL 8.12.2007, attraverso sia il contributo dei lavoratori dipendenti aderenti a Prosolidar – in misura attualmente di € 6,00 annui pro capite – sia il contributo aziendale sempre in misura attualmente di € 6,00 per ogni lavoratore aderente.
 
Come concordato tra le Organizzazioni Sindacali e l’ABI, nessun adempimento è richiesto d’ora in avanti per chi desidera contribuire alle iniziative solidali del settore, in quanto la contribuzione è automaticamente attivata a meno di intervenuta dichiarazione individuale di dissociazione. Conseguentemente si procederà a trattenere per ciascun dipendente in servizio, in sede di elaborazione della retribuzione di febbraio 2011, il contributo citato riferito all’anno 2010 e a versarlo, aggiungendovi il contributo aziendale di pari importo, a favore del Fondo medesimo, per poi ricadenziarsi, dall’anno di competenza 2011, sulla tredicesima mensilità di ciascun anno.
 
Ancorché sia auspicabile la quanto più ampia contribuzione possibile alle iniziative solidali e umanitarie realizzate dal Fondo medesimo creato e gestito dalle Organizzazioni Sindacali e dall’ABI, si informa che qualora il singolo dipendente intenda invece non contribuire, in vista della trattenuta contributiva prevista a febbraio 2011, il medesimo potrà manifestare entro il 21 FEBBRAIO 2011 la propria scelta di dissociazione dall’iniziativa solidale, attivando la procedura disponibile sul Portale Aziendale (Area Risorse Umane -> Personale Web -> Donazioni -> Iniziative di solidarietà promosse dal settore del Credito).
 
Ciò eviterà la contribuzione sopra indicata a carico del lavoratore, facendo peraltro venir meno anche quella integrativa di pari importo a carico dell’azienda. Tale procedura rimarrà operativa anche successivamente alla predetta data, per chi deciderà di dissociarsi per le future contribuzioni previste in concomitanza con l’erogazione della tredicesima mensilità di ciascun anno.
 
************************
 
premesso che il fondo mi pare buona cosa (sostiene tra gli altri anche emergency) e che mi pare interessante il fatto che per ogni 6 euro versato da un dipendente, la banca ne debba versare altrettanti, non sarebbe stato meglio diffondere in modo piu’ capillare la circolare? magari con una mail a tutti colleghi (come del resto si e’ sempre fatto)?
 
in questo modo, visto che vige la regola del silenzio/assenso, sembra quasi che si sia voluto evitare di far sapere la cosa…
 
 

IL SIGNIFICATO DI “ECONOMIA” SPIEGATO AI BIMBI

Argomenti vari 771 Commenti »

In fin dei conti siamo un blog di bancari, qualcuno prima o poi doveva, anche indirettamente, spiegarcelo il significato di Economia.

imsis210-042L’altro giorno il mio nipotino Alan, che frequenta la quarta elementare, mi ha chiesto aiuto per il seguente temino : ” Spiega ai tuoi amichetti il significato della parola economia “.
Sinceramente la parola ” Economia ” in quarta elementare non mi ha stupito più di tanto, la parola ” Amichetti ” invece sì visto che la classe, oltre ad annoverare scippatori in erba e apprendisti borseggiatori, si è resa protagonista di un tentativo di stupro di gruppo ai danni della suora di catechismo.
Ma lasciamo perdere questa storia.
La parola ” Economia “,caro Alan,… ma andiamo per ordine…
Dicesi economia l’arte di far rimanere poveri quelli che si sacrificano per far esistere i ricchi.
Per esempio nel 2011 chi è povero rimarrà povero a meno di una grandiosa botta di culo tipo super enalotto o eredità di zio lontanissimo.
La differenza fra i poveri del primo/secondo mondo e quelli del terzo mondo è la disponibilità di beni e il clima.
I ” nostri poveri ” sono molto meno poveri di quelli del terzo mondo.
I nostri poveri sono “poveri relativi” e cioè soggetti a rate , leasing , prestiti e finanziamenti.
I ” poveri assoluti “, ovvero quelli del terzo mondo, sono soggetti solo ad una gran fame.
Ma vediamo le differenze.
Il terzo mondo serve agli altri due mondi per essere quello che sono.
Infatti ai primi mondi fa assai comodo che nel terzo muoiano di fame o al limite si corchino con la mazzella dalla mattina alla sera.
Quando in Rwanda all’improvviso cominciarono a importare misteriosamente mazzarocche e mannaie, qualcuno delle nazioni unite disse agli USA : ” Guardate che lì si stanno per fare a pezzetti piccoli piccoli fra parenti e vicini di casa! “.
Gli USA allora fecero subito una canzone per raccogliere fondi, una bella organizzazione umanitaria e uno strillaccio tipo ” Mannaggia al diavoletto che vi fa litigare! “.
Il risultato fu che i Rwandesi, così come i nigeriani, e tre quarti degli africani, si decimarono fra loro facilitando lo sfruttamento della loro terra da parte di trafficanti e banche, ovvero il potere economico.

Adesso i superstiti di questa bella bravata, oltre ad avere una fame atroce, c’hanno pure gli arti mozzati e dondolano come matrioske.
Sappi inoltre, cucciolo adorato, che le banche, che sono quelle che girano intorno a te e quando meno te l’aspetti te lo appizzano, sono molto amiche dell’uomo.
Loro concedono prestiti.
Li concedono solo a chi deve comprare un tv a settemila pollici, lo smartphone planetario e la macchina un po’ veloce.
Per mangiare o far studiare i figli ci sono gli strozzini ad un tasso leggermente inferiore.
La differenza è che le banche ti danno i soldi solo se offri delle garanzie, ovvero se sei proprietario di qualcosa che poi ti levano appena sgarri.
Invece gli strozzini ti danno i soldi a patto che tu sia proprietario di arti da spezzare o parenti da fare ” julienne ” se non saldi il debito.
La banca ti si ciuccia tutto con grazia e disinvoltura, girando sempre intorno a te.

Gli strozzini sono di grande volgaritè e non hanno un ufficio a vetri con opuscoli ordinatissimi e caramelle gelatinose.
Spero che adesso, caro bimbo mio, tu ti sia fatto una piccola idea.
Dì comunque ai tuoi amichetti di stare tranquilli perchè è interesse di tutti che noi si abbia sempre una piccola possibilità di acquistare qualche irrinunciabile bene di lusso.
Per quanto riguarda il terzo mondo inoltre ho ottime notizie.
Sappi che basterebbe donare TUTTI l’uno per mille per dare un po’ di sollievo ai poveri ” Assoluti “.
In Italia purtroppo ci siamo già impegnati con la chiesa cattolica,che ne ha tanto bisogno, ma l’Europa intanto mi risulta libera.
Il problema è che se diamo loro da mangiare loro riprendono le forze e prima o poi si incazzano, invece così non gliela fanno manco a stare in piedi.
Credo che l’ ” Economia ” abbia deciso così.
Comunque so che l’America sta preparando un cd bellissimo!

La bella notizia qual’è dunque?
La bella notizia è che l’economia è ciclica, come la banca che gira intorno a te.
E gira che te rigira dicono gli economisti americani ” The cucumber always goes back to the greengrocer “.
E, nipote adorato, nel caso voi abbiate già murato viva la professoressa di inglese, sappi che
” Cucumber ” vuol dire cetriolo e ” Greengrocer ” vuol dire ortolano.

fonte: la sora cesira

se non ora quando?… a Bergamo

Argomenti vari 18 Commenti »

giro anche qui l’appello per la partecipazione alla manifestazione di domenica
13/2:

“SE NON ORA QUANDO?… a Bergamo

Appello per la dignità della donne, della democrazia e del Paese
Di fronte allo squallore delle notizie che ogni giorno ci vengono comunicate sulle vicende berlusconiane, di fronte allo sconforto che ne nasce, noi donne di Bergamo, che tanto ci siamo battute e ci battiamo per la libertà, l’autodeterminazione femminile, non possiamo accettare che la ricca e varia esperienza di vita delle donne italiane sia cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come oggetto di scambio sessuale.
Non possiamo accettare “burqa” e “veline”: due facce della stessa medaglia.
È anche arrivato il momento per noi di dire che non siamo responsabili tutte allo stesso modo della rappresentazione del nostro genere. Non ci rappresentano perciò quelle giovani donne (una esigua minoranza, per fortuna) che imboccano come nulla fosse, scorciatoie per fare carriera a scapito di quante, con impegno e con rigore, si fanno carico della propria vita, anche se è doloroso assistere allo sperpero e alla totale mancanza di considerazione del loro corpo.
E non rappresentano nemmeno gli uomini che ci vivono accanto, quei vecchi obbligati ad acquistare compagnia e favori sessuali o quei padri e fratelli che spingono al massimo guadagno, ad ogni costo.
C’è un doppio rischio in cui non vogliamo incorrere: “la cretinizzazione” delle donne, della democrazia, della politica stessa, ma anche il riemergere di giudizi e costumi moralistici, che non certo vanno a favore della libertà delle donne, così faticosamente conquistata.
Ci rivolgiamo alle donne della nostra città e della nostra provincia, perché insieme a noi e alle altre donne italiane alzino la voce per riaffermare la loro autonomia , la loro dignità e quella del nostro Paese.
Chiediamo a tutte le donne, ma anche a tutti quegli uomini, alla società civile e politica, che non si riconoscono nel “modello berlusconiano” e “nella propria casa tutto è lecito” di essere presenti : Continua con la lettura »

MA E’ TUTTO QUI IL FEDERALISMO LEGHISTA?

Argomenti vari 294 Commenti »
Ho bisogno di aiuto perché il tema è importante.
I decreti attuativi sul federalismo che in questi giorni sono balzati alle cronache sgomitando almeno un poco tra intercettazioni e videomessaggi presidenziali non mi sono chiari. Oppure lo sono troppo.

Semplificando, lo scopo del federalismo fiscale è creare e dotarsi di un impianto, di norme e criteri per poter così stabilire, determinare, la regola di proporzionalità diretta fra quante tasse si pagano in un posto e quanto di queste si utilizzano per migliorare la qualità e i servizi dello stesso.

Ho bisogno di aiuto perché in questo federalismo, approvato nel suo percorso già dal 2001 con la Riforma del Titolo V della Costituzione e con la successiva Legge 42 del 5 maggio 2009, qualcosa mi sfugge. Troppo.
Non capisco litigi, veti, chiacchiere, continue trascrizioni e modifiche.

Leggendo il decreto Calderoli e cercando in internet la versione più aggiornata dei vari decreti attuativi, mi viene naturale chiedere: Ma è tutto qui il federalismo?
E’ questa cosa qui che ci zavorra da oltre dieci anni (20?), ci rende immobili sulle vere riforme e sul concreto sostegno ai cittadini, alle famiglie e all’economia reale?

Ma sono stati letti i decreti attuativi sul federalismo municipale illustrati da Calderoli in questi giorni? Sono desolanti. Sconfortanti!
Anni e anni, lustri e lustri di barricate, lotte, odi razziali, per modificare il nome all’ICI e farla diventare IMU, l’imposta unica municipale?
Anni e anni, lustri e lustri di esperti, saggi e pure Bossi e Calderoli, per pensare ad un nuovo balzello da aggiungere ai cittadini e cioè l’ulteriore tassa sul turismo?
Anni e anni, lustri e lustri per riconoscere due punti percentuali dell’Irpef ai territori locali?
E’ tutto qui questo frastuono?
Aiutatemi a capire se alla fine, come mi sembra, la montagna ha partorito, sta partorendo, il topolino. Continua con la lettura »

Lettera aperta a Giulio Mozzi

Argomenti vari 1.004 Commenti »

Egregio Giulio Mozzi, è un po’ che frequento il suo sito letterario vibrisse e pochi mesi fa (diciamo quattro) mi sono deciso a raccogliere l’invito ivi contenuto inviando alla sua attenzione una raccolta di miei racconti, edita a cura e spese del centro Karaoke (o un nome del genere). Si trattava in definitiva dei miei peggiori racconti mai scritti ché, va senza dire, i migliori li tengo per me. È con sollievo che arguisco, trascorso questo ragionevole lasso di tempo, che ormai non mi risponderà più. Ha fatto bene a non rispondere o, peggio, a propormi un colloquio vis à vis, come leggo è solito fare con scrittori e scrittrici che ritiene “interessanti”. Del resto, non comprenderei la necessità di conoscermi personalmente. Come diceva Wilde, di solito chi scrive cose interessanti non è poi una persona interessante (ammesso che scriva cose interessanti). Le garantisco che non si è perso nulla: sono una persona affatto interessante e avrei avuto assai poco da dirle. Se mi avesse prospettato poi un futuro di scrittore, di quelli che vanno in giro a parlare in pubblico per promuovere la loro opera … beh, questa prospettiva mi avrebbe ripugnato. Detesto apparire in pubblico di persona, quasi quanto apparire col mio vero nome, tanto che sovente ricorro a svariati pseudonimi. Pensi che non vado nemmeno più a ritirare i premi relativi ai concorsi letterari per timore di dover ringraziare pubblicamente la giuria e dover dire “due o tre cose di me” alla platea lì convenuta. Ricordo ancora di quella volta quando potei leggere nello sguardo del presidente di una giuria (Binaghi mi pare fosse) dapprima la delusione, e poi il giusto disprezzo nei confronti della pochezza della mia persona. Se mi sono impappinato davanti a un Binaghi, figuriamoci al cospetto di un Mozzi. No guardi, mi spiace, non se ne parla proprio.
Tanto dovevo e mi è gradita l’occasione per porgere distinti salumi.

Con immutata stima
Pococurante
alias
Gustavo Schianchi
alias
Kraus Davi
alias
Massimo Bagnato (su Fb)

Viagra e monetine

Argomenti vari 93 Commenti »

Volavano pastiglie di viagra come fossero monetine.

Le pastiglie blu contro l’auto blu bloccata dalla folla senza più freni  parevano una tempesta  e non c’era neanche un albero dove cercare riparo.

Poi una retromarcia improvvisa, uno zig ed uno zag e la grossa berlina riuscì a divincolarsi da quel polipo umano un poco tunisino, un poco egiziano, parecchio italiano.

Le grida piano, piano si silenziarono ed il “Porco, porco!” lasciò il passo al chiacchiericcio dei molti per poi diventare silenzio e penombra nella quale qualcuno si nascondeva per raccogliere discretamente le pillole blu rimaste sull’asfalto.

Nel frattempo Antigua si popolò di parecchi italiani che allo scudo preferirono intelligentemente un futuro inevitabile ed un comodo esilio.

Passarono più di vent’ anni da quella sera , il fuggitivo non raggiunse i 120 anni di vita che aveva promesso ai suoi sudditi nonostante questi ultimi si lucidassero come l’unto e si abbronzassero come asfaltatori di strade.

Anzi, parecchi morirono intorno all’età in cui anche gli uomini muoiono, senza purtroppo trarre utile esperienza per loro stessi e soprattutto per quelli che vennero dopo,  i quali,  senza aver mai vissuto il tempo in cui visse il “Martire Miliardario”, gli dedicarono una piazza a Milano:

PIAZZA MARTIRI DELLA MILIARDITA’

FORFORA E LIBERTA’

Argomenti vari 350 Commenti »

Che si possa fornicare e commettere atti impuri nelle nostre case,  senza che nessuno abbia qualcosa da dire è ovvio e indiscutibile. Ciò  attiene ai principi fondamentali delle libertà personali di chi lascia agli altri il rimorso di aver compiuto peccato.

Che un magistrato femmina abbia baciato un uomo lottatore continuo nel 1982 è come dire che Gesù si sia fatto baciare da Giuda o che un anziano Capo di Governo ami svagarsi in compagnia di giovani fanciulle.

A casa sua ognuno è libero di baciare e accompagnarsi  con chi vuole. Io, per esempio mi bacio spesso, solo a casa mia ovviamente,  la punta del gomito sinistro per amore dell’impossibile.

Mi pare che su quanto esposto finora dovremmo essere tutti d’accordo e trovare quantomeno surreale tutta la cagnara che si è scatenata per quattro tette e qualche culo che hanno fatto rilassare il nostro premier.

Dirò di più.

Se dimostrazione evidente della inconsistenza  che caratterizza  l’opposizione tutta,  quella seduta al Parlamento Italiano , dovesse essere pronunciata,  si potrebbe cominciare dalla assoluta mancanza di fantasia che la contraddistingue. Potrebbe, per esempio, proporre una legge che depenalizzi il reato di prostituzione, anzi dovrebbe suggerire dei provvedimenti legislativi per favorirla, incentivarla per renderla un’attività che  faccia da volano al superamento della grave crisi economica che ci attanaglia.

Perché lasciare ad un povero impiegato della Cassa Rurale Artigiana e Cattolica di Ponzilovo,  come il sottoscritto,  la fatica di andarsi a cercare quello che non va veramente, ciò che non dovrebbe essere accettato da ogni cittadino italiano che non consideri la libertà e la forfora la stessa cosa?  C’è chi ce l’ha e chi no!

Ho poco tempo, farò presto: Continua con la lettura »

RASSEGNA STAMPA

Argomenti vari 51 Commenti »

La rassegna stampa di oggi propone, con la consueta abitudine di dare voce alle testate più rappresentative dei diversi orientamenti politici e culturali, due articoli che hanno in più il pregio di poter essere confrontati per la loro diversa collocazione temporale..diciamo un quarto di secolo.

Nel primo giornale il testo è tutto sintetizzato in copertina e, direi,  non ha bisogno di ulteriori parole:

IL MALE

Del secondo giornale,  invece,  si propone solo un testo senza immagini.

E’  più complesso perché necessita di lettura , si sà, oggi come oggi è più comodo farsele dire le cose, magari da Signorini o Fede.

Buona lettura:

FAMIGLIA CRISTIANA, 23-01-2011:

Devid non è morto di freddo in piazza Maggiore, salotto buono di Bologna la “grassa”, come cantava Francesco Guccini qualche anno fa. In una società distratta, alla vigilia dell’Epifania, Devid è morto “di povertà”. A causa di politiche sociali svuotate, interrotte. Anzi, disarticolate. Un dramma che dovrebbe interrogare tutti. Ma la vicenda non sembra essere stata di monito. È passata subito nel dimenticatoio. Come si conviene per tutto ciò che comporta riflessio- ni complesse e impegnative. Continua con la lettura »

L’ultracensura

Argomenti vari 1.266 Commenti »

Non basta l’autocensura di chi non vuol vedere, di chi ritiene non ci sia niente da dire o da spartire con chi invece vuol vedere e vuole dire.

Non basta la censura di chi prima ti permette di parlare e poi ti chiude la bocca perché non gli piace quello che pensi.

Non basta.

Meglio non far sapere quello che stanno leggendo quelli che fanno e decidono per noi, che,  sicuramente,  leggono e decidono meglio di noi.  E poi si sa,  è solo una macchinazione, una persecuzione contro il Sovrano dal mantello azzurro perpetrata dalle solite toghe rosse.

http://www.radio24.ilsole24ore.com/Foto/articoli/Berlusconi-Invito_a_presentarsi.pdf

Non tentate neppure di collegarvi a questo link, troppo tardi, questa è la risposta:

Spiacenti! Questo link non sembra essere funzionante.

Ma è difficile togliere dai server di ogni dove i file che chi ha a cuore libertà e democrazia invia  affinché ognuno che abbia interesse a sapere e capire possa informarsi.

Qui per esempio:

http://www.slideshare.net/223344112233/berlusconi-invito-apresentarsi-6617675

Interessanti le foto delle banconote da 500 euro sequestrate ad una extracomunitaria,  una di quelle che già per il fatto di essere in Italia dovrebbe già essere colpevole secondo le meravigliose leggi.

Vero, Maroni?

Tutto a posto! Affido, disbrigo ed intrigo….

Sono a pagina 91.

Questa sera, a casa vostra, in tutta tranquillità, invece che farvi spiegare da Santoro,  Floris,  Minzolini,  Fede o peggio ancora dal Sultano come stanno le cose, dateci un’occhiata…sempre che oltre alle ampie vedute abbiate anche l’ampia banda.

Juliano Assaggio

Solo fango e menzogne!

Argomenti vari 29 Commenti »

Non vorrete credere a queste cose qui?!

http://www.radio24.ilsole24ore.com/Foto/articoli/Berlusconi-Invito_a_presentarsi.pdf

Sentitevi invece le opinioni di gente seria, gente che gli italiani hanno votato e scelto per essere governati, come la Santanché e la Gelmini:

http://www.radio24.ilsole24ore.com/listaprog.php

(Radio24, La Zanzara del 18-01-2011)

Emendamento 1707

Argomenti vari 43 Commenti »

Si erano inventati un emendamento proprio carino.
Zitti zitti, nel disegno di legge sulle intercettazioni avevano infilato l’emendamento 1.707, quello che introduceva il termine di “Violenza sessuale di lieve entità” nei confronti di minori.

Firmatari, alcuni senatori di Pdl e Lega che proponevano l’abolizione dell’obbligo di arresto in flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se – appunto – di “minore entità“.
Senza peraltro specificare come si svolgesse, in pratica, una violenza sessuale “di lieve entità” nei confronti di un bambino.
Dopo la denuncia del Partito Democratico, nel Centrodestra c’è stato il fuggi-fuggi, il “ma non lo sapevo”, il “non avevo capito”, il “non pensavo che fosse proprio così” uniti all’inevitabile berlusconiano “ci avete frainteso”.
Poi, finalmente, un deputato del Pd ha scoperto i firmatari dell’emendamento 1707.
Annotateli bene:
sen. Maurizio Gasparri (Pdl),
sen. Federico Bricolo (Lega Nord Padania),
sen. Gaetano Quagliariello (Pdl),
sen. Roberto Centaro (Pdl),
sen. Filippo Berselli (Pdl),
sen. Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania) e il
sen. Sergio Divina (Lega Nord Padania).

Per la cronaca, il sen. Bricolo era colui che proponeva il “carcere per chi rimuove un crocifisso da un edificio pubblico” (ma non per chi palpeggia o mette un dito dentro ad una bambina);

il sen. Berselli è colui che ha dichiarato “di essere stato iniziato al sesso da una prostituta” (e da qui si capisce molto…);

il sen. Mazzatorta ha cercato di introdurre nel nostro ordinamento vari “emendamenti per impedire i matrimoni misti”;

mentre il sen Divina è divenuto celebre per aver pubblicamente detto che “i trentini sono come cani ringhiosi e che capiscono solo la logica del bastone” (citazione di una frase di Mussolini).

Complimenti alle carogne.

Silvio non sapeva…

Argomenti vari 941 Commenti »

…che Ruby non era maggiorenne. Sapeva solo che io sono maggiorata:

http://www.ansa.it/web/notizie/photostory/primopiano/2011/01/18/visualizza_new.html_1619183793.html?idPhoto=1

la mia prima volta…

Argomenti vari, Viaggi 1.575 Commenti »
 

P.S. : avrei voluto inserire una foto a completamento di questa “prima volta” ma il PC è lentissimo non risponde quando clicco su “aggiungi immagine”, o forse ho bisogno di altre spiegazioni   :-(   Ci riprovo un’altra volta, per oggi mi accontento così. Ciao a tutti!   

Buongiorno a tutti, eccomi finalmente a scrivere qualcosa di mio, giusto per inaugurare il neonato DI TUTTO DI PIU’.
Non mi dilungherò a commentare l’oscuramento del vecchio FORUM, dico solo che SONO ANCORA INCREDULA, oltre che ARRABBIATA e MOLTO DELUSA (come del resto tutti voi) e che sono comunque felice della reazione scaturita da questo gesto vergognoso!
Bene, torniamo alla mia prima volta…  qualcosa di “soft”, niente politica, niente polemiche, un ricordo del mio recente viaggio a Londra di un luogo che mi è rimasto nel cuore.  Ci provo grazie a Francesco che con infinita pazienza mi ha spiegato passo passo come fare, come si fa con i bambini…
 
la mia prima volta alla TATE MODERN - istruzioni per l’uso
 
dopo i viaggi a Londra effettuati sempre durante le vacanze natalizie di questi ultimi 3 anni, ho finalmente convinto (o forse costretto…?) la mia famiglia a seguirmi alla Tate Modern, la scusa ufficiale è state vedere la mostra (temporanea) di Gauguin, mentre le mie intenzioni andavano oltre… in effetti la Tate l’abbiamo girata un po’ tutta da cima a fondo, dal piano terra fino al settimo, e devo dire che al di là delle opere che accoglie, se ne può discutere, possono piacere o no, si possono capire o meno… ho trovato il luogo straordinariamente ricco di arte e cultura e molto molto diverso da altri musei o gallerie tradizionali viste finora (che non sono poche) in quanto dinamico, accogliente e informale.
La Tate Modern sorge imponente lungo il Tamigi, collegata alla sponda opposta dal Millennium Bridge, proprio di fronte a St Paul’s Cathedral. La galleria occupa tutta la costruzione della Bankside Power Station, la vecchia centrale termoelettrica di Londra inaugurata nel 2000 dopo la riconversione a spazio museale. Conserva ancora il camino centrale - alto 99 metri, la Turbine Hall - ex sala delle turbine in cui è stato ricavato l’impressionante atrio d’ingresso, e i 5 piani serviti da scale mobili ed ascensori su cui si articola ora l’esposizione. L’ingresso è gratuito per visitare la permanente, a pagamento per le mostre temporanee.
 Girare per quelle sale mette a proprio agio, mi sono sentita quasi a casa, nonostante fossi circondata da opere (collezione permanente) di tutti i grandi degli ultimi 100 anni. Per citarne qualcuno più famoso: Picasso, Matisse, poi l’arte surrealista di Dalì e Magritte, e Pollock e Rothko per l’espressionismo astratto, poi la Pop Art tra le cui opere quelle di Andy Warhol, e poi, e poi… tanto altro ancora!

Per chi vuole approfondire o vuole un aiuto per… guardare meglio   8-)     sono disponibili speciali audioguide per adulti e per bambini che spiegano molte opere con il contributo di artisti e critici. Inoltre, volendo, l’intera collezione della galleria è catalogata on-line, e c’è anche uno speciale tour multimediale disponibile sul sito web della Tate Modern che permette di visualizzare il luogo in anteprima per intero prima di andarci.

Sono convinta che anche chi non si intende di arte moderna o non  ne è particolarmente interessato, data la grande quantità di opererande in mostra, anche se non sentirà l’esigenza di vedere ogni singolo pezzo,  potrà comunque liberamente girovagare e vedere solo quello che cattura il proprio occhio. È probabile imbattersi in qualcosa di interessante per lo meno, e forse troverete qualcosa che vi lascerà a pensare di aver visto una creazione davvero notevole…    

Ciliegina sulla torta è il settimo ed ultimo piano, dove si trova il ristorante che vi consiglio vivamente,  anche solo per mangiare un boccone veloce. Impossibile perdersi la vista mozzafiato sul Tamigi, la Cattedrale di Saint Paul e la City che si gode dalle grandi vetrate (in estate si esce anche in terrazza). Proprio una meraviglia, i prezzi non sono esagerati e non si mangia poi nemmeno male!  :-)

 
Beh, mi auguro che queste mie poche righe abbiano suscitato almeno un pochino di curiosità e voglia in chi di voi non ci sia già stato di recarsi alla Tate Modern, la prossima volta che andrà a Londra…   ;-)

Sì ai diritti, no ai ricatti

Argomenti vari 1.037 Commenti »

Un sindaco Fiom per Torino. Le opposizioni dovrebbero riconoscere nel sindacato un alleato contro il berlusconismo

dimenticanza …

Argomenti vari 419 Commenti »

Avete notato? Manca un passaggio nell’autodifesa via video del nostro caro leader: si è dimenticato di giurare sulla testa dei suoi figli e nipoti di non avere mai avuto rapporti sessuali con la minorenne. Provveda al più presto signor presidente, altrimenti qualche cittadino potrebbe non crederle …

MERCATO E DEMOCRAZIA

Argomenti vari 30 Commenti »

CAMERA

mercato

SENATO

mercato

Friedrich von Hayek

Referendum

Argomenti vari 58 Commenti »

VOLETE VOI LAVORARE DI PIU’ E GUADAGNARE DI MENO O PREFERITE RIMANERE SENZA LAVORO E SENZA PROSPETTIVE DI TROVARNE UN ALTRO?

Prima di rispondere pregasi leggere breve estratto di atto notarile relativo ad eredità Agelli:

….nell’accordo del 2004 all’articolo VI si stabilisce che «Madame Y» (cioè Margherita) «si impegna a versare … un importo netto di (omissis) tutti i mesi a (omissis) (la Società)». Sono i soldi (770 mila euro mensili) che Margherita gira alla madre in contropartita dell’usufrutto su una lunga serie di beni. Ma, appunto, a incassare il vitalizio (9,2 mi­lioni di euro annui) non è Marella diretta­mente ma una società, tuttora sconosciuta…

Qui copia originale del documento

http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_02/accordo_agnelli.pdf

Ultim’ora news

Argomenti vari 43 Commenti »

Primi contraccolpi nel commercio italo-brasiliano in seguito alla mancata estradizione di Battisti: il nostro premier annuncia che intende bandire dai suoi festini ogni troia brasiliana.

Qui Herat, a voi Sanremo

Argomenti vari 6 Commenti »

Solo l’ennesimo lutto che ha colpito il nostro contingente militare in Afghanistan ha potuto evitare l’ennesima prova di cattivo gusto che sempre più spesso i nostri governanti ci offrono. Sarebbe stato previsto infatti per il giorno dell’Epifania uno spettacolo da offrire ai 1700 soldati impegnati ad Herat, si pensava di trasferire qui, per un giorno, lo staff che presenterà Sanremo (Gianni Morandi, Belen Rodriguez, Elisabetta Canalis), ma l’evento luttuoso dell’ultimo dell’anno ha fatto saltare tutto. Forse per il ministro insalata La Russa mescolare lustrini, paillettes alla polvere afghana porta allegria e gioia oltre  che a spensieratezza e sollievo.  Ma davvero si può pensare di fare in questa maniera un regalo gradito a dei ragazzi che in estreme condizioni rischiano la pelle tutti i giorni?  Sicuramente sì, se si ha l’arroganza e la presunzione di sapere cosa “debba” desiderare la gente.

CONDANNATO IL POLIZIOTTO STUPRATORE

Argomenti vari 1 Commento »

CIE MILANO: SETTE ANNI DI CARCERE AL POLIZIOTTO STUPRATORE

E’ stato condannato a 7 anni e 2 mesi di reclusione, con rito abbreviato, il poliziotto accusato di aver violentato una persona transgender di nazionalità brasiliana, quando era in servizio nel Centro di identificazione ed espulsione milanese di via Corelli.

Lo ha deciso il gup di Milano Gaetano Brusia. Stando alle indagini del pm Stefania Carlucci, il poliziotto, Mauro Tavelli, nel 2009 avrebbe costretto la persona trasgender ad un rapporto orale in un ufficio all’interno del Cie, con la promessa di usare il suo potere per farlo uscire. L’agente è stato condannato per i reati di violenza sessuale, concussione, atti osceni, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e della prostituzione.

Secondo l’accusa, il poliziotto, che era finito in carcere lo scorso giugno, avrebbe anche affittato un appartamento in zona Cenisio a Milano, che veniva utilizzato da alcuni transessuali per prostituirsi. Inoltre, in fase di indagini, anche altri reclusi nel Cie avevano denunciato di aver subito tentativi di violenza. Il pm aveva chiesto per lui una pena di 11 anni e 5 mesi, ma il giudice lo ha assolto dalle accuse di sfruttamento della prostituzione e molestie.

 

http://www.radiondadurto.org/blog/2010/12/28/cie-milano-sette-anni-di-carcere-al-poliziotto-stupratore/

DI TUTTO, DI PIU’ – DISCUTIAMO INSIEME

Argomenti vari 2.667 Commenti »

E ci siamo, ragazzi.


WordPress Theme & Icons by N.Design Studio. WPMU Theme pack by WPMU-DEV.
Entries RSS Comments RSS Accedi